Insomma si ribellano!
A Castelvolturno dopo una strage d’immigrati; a Treviso dopo l’ostentata e grossolana ostilità alla concessione di un luogo di culto alla numerosa comunità mussulmana e dopo le reiterate minacce a qualsiasi privato che volesse mettere a disposizione degli islamici uno spazio per la preghiera e infine, dopo che a Milano un cittadino italiano originario del Burkina Faso è stato sprangato a morte. Qualcosa si muove. Il tempo della passività sta finendo.
Vivere in questo paese senza esserci nati non è un buon motivo per subire in silenzio.
E’ una banale verità ma richiede un’azione decisa per essere affermata.
E’ giunto il tempo!
Prima che qualcuno o qualcosa, sia esso Stato o istituzione di altra matrice, si decidano di dotarti di diritti propri di una società civile e organizzata, comunque si possiedono Diritti naturali non frutto di donazioni o benevolenze altrui ma, del semplice fatto di esistere e di essere parte del mondo.
Nessuno stato, nessuna polizia, nessun esercito muoverà mai un dito per garantirti questi diritti e per difenderti quando qualcuno non li rispetta. E’ un compito tuo!
Gli africani massacrati in Campania, sono stati subito definiti spacciatori, prima ancora di chiamare assassini i loro carnefici, il ragazzo burkinabe ucciso a colpi di spranga è stato subito identificato come ladro, gli islamici che vogliono celebrare i loro riti, come terroristi o irrispettosi di altre fedi.
E’ chiaro che questa società, in questa fase storica, vuole creare le condizioni per non riconoscere ruolo e diritti agli altri e, soprattutto, per legittimare l’arbitrio, inquadrandolo di volta in volta o come legittima difesa o come riappropriazione di qualcosa di cui si è stati privati.
Tutto ciò non è forza ma sintomo di debolezza, sensazione di morte o di estinzione, timore forse terrore di essere soprafatti da qualcosa di cui si ha bisogno ma si ha anche ribrezzo.
Debolezza e schizofrenia sociale generano mostri che, agiscono quotidianamente!
Combattere i mostri e' un diritto oltre che un dovere. Una necessità
Il tempo dell’associazionismo filantropico, delle agenzie di servizi, delle varie carità cristiane o sindacali mostra,ormai,il fiato corto. Acquistare visibilità,corporeità:esserci per affermarsi e non delegare per attenuare il danno.
Queste giornate particolari insegnano questo e aprono nuove prospettive alle rivendicazioni dei migranti. Torna la centralità dei corpi vivi, delle azioni concrete, dei fatti.
LUIGI FINOTTO
lunedì 22 settembre 2008
martedì 9 settembre 2008
BILAL:VIAGGIARE, LAVORARE,MORIRE DA CLANDESTINI.
Leggere alcuni libri può essere un’esperienza di vita, una sorta di punto di non ritorno, dal quale le nostre idee cambiano in maniera irreversibile, si nutrono non solo di nuove informazioni ma, soprattutto di nuovi codici, di emozioni e concetti traumatici: insomma, una cesura tra un prima e un dopo.
Bilal è uno di questi libri. L’autore è Fabrizio Gatti, giornalista dell’Espresso, anche se, definirlo giornalista, di questi tempi, in cui le redazioni sono piene di addetti stampa e stendi tappeti, sembra assai riduttivo,per non dire offensivo.
Gatti per raccontare e descrivere la realtà ricorre alla realtà stessa e non alle pagine di Google o di Wikipedia ne, tanto meno, al metodo del copia incolla. In questo libro Gatti si occupa della più grande e tragica avventura umana del terzo millennio: gli esodi, gli abbandoni di massa dalla “miseria” verso l’”opulenza”. Si occupa della condizione umana prevalente, generata da queste epiche migrazioni, ossia la condizione della clandestinità. Dal Sub Sahara fino al Europa meridionale vagano gli invisibili: i clandestini. Esseri umani allo stato puro, senza gli orpelli, le tutele e le garanzie dello stato di diritto e i servizi e le cure dello Stato sociale. Girano di tappa in tappa, in cerca del rancio quotidiano e il loro strano destino, li conduce sempre lì, dove sono utili, al benessere e alla ricchezza di chi fa finta di non vederli. Fa impressione e da sgomento capire in maniera documentata e dettagliata che, un essere umano dotato null’altro che della sua condizione di umano, è oggetto di compravendita, sfruttamento, violenza, arbitrio assoluto. L uomo in quanto tale non vale niente. Sono milioni le persone, dal sub Sahara all’Europa, di cui il potere, in tutte le sue articolazioni, può disporre come vuole, senza che né i diretti interessati né altre istituzioni possano dire qualcosa. Nel terzo millennio è cosi, dal Niger alla Libia, fino all’Italia e poi oltre.
Gatti decide di percorrere le rotte dell’immigrazione che dall’Africa occidentale conducono fino in Italia, transitando per l’inferno libico e per il pezzo di mare che conduce alle coste siciliane.. Va in Senegal e da li, descrive minuziosamente questa moderna odissea, tappa per tappa, umiliazione per umiliazione, vessazione per vessazione. Da un quadro chiaro della quantità d’interessi coinvolti, delle molteplici mafie che agiscono sulla miseria e sul desiderio di emancipazione, delle burocrazie civili e militari che negli anni, hanno trasformato in una sorta di eldorado e terra di nessuno, tutte quelle zone attraversate dalle rotte della disperazione. Le 500 pagine di Bilal non danno tregua al lettore, lo fanno passare da un posto di blocco, a un campo di Al Qaeda, da un oasi in mezzo al deserto a una piazza in cui si vendono e si comprano donne e uomini, dagli occhi disperati degli stradded (ragazzi di strada, fuggiti dai loro paesi, senza più nulla che attendono il momento di partire: un momento che può essere lungo una vita) ai visi tronfi dei burocrati di regime, che si fanno ville col lavoro gratuito e col ricatto perenne sui disperati che attendono il loro momento. Le pagine più sconvolgenti riguardano, quel grande buco nero che e’ la Libia Qualche anno fa un ex ministro dell’Interno ebbe a dire che in Libia, c’erano due milioni d’immigrati pronti, appena fosse possibile, a partire per L’Italia. Gatti prova a spiegarci, come vivono e come sono trattati questi stranieri in Libia, l’uso criminale e strumentale che ne fa il regime. Carne da macello che e’ utilizzata come elemento per regolamentare i rapporti con i vicini,Italia compresa: persone da sfruttare per l’ economia locale e per sopperire anche all’indolenza di un popolo, reso cosi da anni e anni, di indottrinamento ideologico e torpore sociale e culturale,specchio dei ripetuti deliri del proprio leader che negli anni e’ passato dal panarabismo,al panafricanismo,fino a forme curiose di pseudosocialismo,basato sul lavoro degli stranieri ,ad uso e consumo dei locali. Gatti e’ molto efficace e chiaro nello spiegare perché sia molto più conveniente, per questo regime, mantenere una situazione come questa che, di fatto, gli da un notevole potere contrattuale, nel gestire gli affari propri e le conseguenti relazioni internazionali: un regime che avvalla periodici progrom nei confronti degli stranieri e ogni tipo di violenze, sia nella forma legale dei campi di concentramento costruiti anche con i soldi italiani, che dell’impunita di massa nei confronti di chi si macchia di veri e propri linciaggi.
Le pagine più inquietanti,riguardano, invece il capitolo italiano. Gatti, rinunciando alla sua identità e assumendo quella di Bilal che sarà di volta in volta, curdo, bosniaco,poi anche per un po’ ,persino sudafricano, percorre i luoghi che sono le pagine nere, il volto buio della nostra civiltà giuridica:Lampedusa e i campi di raccolta dei pomodori in Puglia. Al di la del mediterraneo le cose non cambiano,per certi versi,alcuni meccanismi si perfezionano, il disegno complessivo si completa e si rende più chiaro. Se il boss africano o arabo locale, si faceva la villetta col lavoro del disperato, il boss italiano fa marciare l’economia del salento. E’ una considerazione forse banale,un po’ semplicistica ma,questo insegna il testo di Gatti. Partire dalla constatazione empirica, dalla percezione diretta, dettata dalla identificazione con la vittima e dalla conoscenza reale, per giungere ad una comprensione graduale delle cose, senza lasciarsi andare ai sociologismi facili, alle interpretazioni teoriche ma assai fredde e spesso viziate da un ideologismo di maniera. Gatti ed e’ qui la sua efficacia, mantiene un contatto ideale ma diretto con quelli che sono i diritti dell’uomo, sanciti dalla cultura illuministica e sui quali dovrebbe ergersi ogni relazione e condizione umana;registra, di volta in volta ed in maniera precisa ed incalzante, tutti gli episodi e le situazioni, che rappresentano un insulto, una violazione del senso di giustizia e dei diritti dell’uomo.
Gatti che si traveste da immigrato, da disperato, da Bilal, lentamente diventa Bilal, fino al punto di sentire come estranei e fuori luogo, tutti quei valori e quei principi sui quali lui, uomo democratico e civile, è cresciuto e si è formato.
PS: la lettura del testo di Gatti è, quanto mai, attuale, in seguito all’accordo tra Libia e Italia.
La cornice storica del risarcimento dovuto alla Libia, per gli anni del colonialismo, in realtà nobilita e occulta l’ennesimo trattato fatto sulla pelle degli immigrati. Specialmente gli ultimi capitoli del libro documentano le tragiche conseguenze umanitarie di tutti i patti stipulati in precedenza tra i due paesi.
LUIGI FINOTTO
Bilal è uno di questi libri. L’autore è Fabrizio Gatti, giornalista dell’Espresso, anche se, definirlo giornalista, di questi tempi, in cui le redazioni sono piene di addetti stampa e stendi tappeti, sembra assai riduttivo,per non dire offensivo.
Gatti per raccontare e descrivere la realtà ricorre alla realtà stessa e non alle pagine di Google o di Wikipedia ne, tanto meno, al metodo del copia incolla. In questo libro Gatti si occupa della più grande e tragica avventura umana del terzo millennio: gli esodi, gli abbandoni di massa dalla “miseria” verso l’”opulenza”. Si occupa della condizione umana prevalente, generata da queste epiche migrazioni, ossia la condizione della clandestinità. Dal Sub Sahara fino al Europa meridionale vagano gli invisibili: i clandestini. Esseri umani allo stato puro, senza gli orpelli, le tutele e le garanzie dello stato di diritto e i servizi e le cure dello Stato sociale. Girano di tappa in tappa, in cerca del rancio quotidiano e il loro strano destino, li conduce sempre lì, dove sono utili, al benessere e alla ricchezza di chi fa finta di non vederli. Fa impressione e da sgomento capire in maniera documentata e dettagliata che, un essere umano dotato null’altro che della sua condizione di umano, è oggetto di compravendita, sfruttamento, violenza, arbitrio assoluto. L uomo in quanto tale non vale niente. Sono milioni le persone, dal sub Sahara all’Europa, di cui il potere, in tutte le sue articolazioni, può disporre come vuole, senza che né i diretti interessati né altre istituzioni possano dire qualcosa. Nel terzo millennio è cosi, dal Niger alla Libia, fino all’Italia e poi oltre.
Gatti decide di percorrere le rotte dell’immigrazione che dall’Africa occidentale conducono fino in Italia, transitando per l’inferno libico e per il pezzo di mare che conduce alle coste siciliane.. Va in Senegal e da li, descrive minuziosamente questa moderna odissea, tappa per tappa, umiliazione per umiliazione, vessazione per vessazione. Da un quadro chiaro della quantità d’interessi coinvolti, delle molteplici mafie che agiscono sulla miseria e sul desiderio di emancipazione, delle burocrazie civili e militari che negli anni, hanno trasformato in una sorta di eldorado e terra di nessuno, tutte quelle zone attraversate dalle rotte della disperazione. Le 500 pagine di Bilal non danno tregua al lettore, lo fanno passare da un posto di blocco, a un campo di Al Qaeda, da un oasi in mezzo al deserto a una piazza in cui si vendono e si comprano donne e uomini, dagli occhi disperati degli stradded (ragazzi di strada, fuggiti dai loro paesi, senza più nulla che attendono il momento di partire: un momento che può essere lungo una vita) ai visi tronfi dei burocrati di regime, che si fanno ville col lavoro gratuito e col ricatto perenne sui disperati che attendono il loro momento. Le pagine più sconvolgenti riguardano, quel grande buco nero che e’ la Libia Qualche anno fa un ex ministro dell’Interno ebbe a dire che in Libia, c’erano due milioni d’immigrati pronti, appena fosse possibile, a partire per L’Italia. Gatti prova a spiegarci, come vivono e come sono trattati questi stranieri in Libia, l’uso criminale e strumentale che ne fa il regime. Carne da macello che e’ utilizzata come elemento per regolamentare i rapporti con i vicini,Italia compresa: persone da sfruttare per l’ economia locale e per sopperire anche all’indolenza di un popolo, reso cosi da anni e anni, di indottrinamento ideologico e torpore sociale e culturale,specchio dei ripetuti deliri del proprio leader che negli anni e’ passato dal panarabismo,al panafricanismo,fino a forme curiose di pseudosocialismo,basato sul lavoro degli stranieri ,ad uso e consumo dei locali. Gatti e’ molto efficace e chiaro nello spiegare perché sia molto più conveniente, per questo regime, mantenere una situazione come questa che, di fatto, gli da un notevole potere contrattuale, nel gestire gli affari propri e le conseguenti relazioni internazionali: un regime che avvalla periodici progrom nei confronti degli stranieri e ogni tipo di violenze, sia nella forma legale dei campi di concentramento costruiti anche con i soldi italiani, che dell’impunita di massa nei confronti di chi si macchia di veri e propri linciaggi.
Le pagine più inquietanti,riguardano, invece il capitolo italiano. Gatti, rinunciando alla sua identità e assumendo quella di Bilal che sarà di volta in volta, curdo, bosniaco,poi anche per un po’ ,persino sudafricano, percorre i luoghi che sono le pagine nere, il volto buio della nostra civiltà giuridica:Lampedusa e i campi di raccolta dei pomodori in Puglia. Al di la del mediterraneo le cose non cambiano,per certi versi,alcuni meccanismi si perfezionano, il disegno complessivo si completa e si rende più chiaro. Se il boss africano o arabo locale, si faceva la villetta col lavoro del disperato, il boss italiano fa marciare l’economia del salento. E’ una considerazione forse banale,un po’ semplicistica ma,questo insegna il testo di Gatti. Partire dalla constatazione empirica, dalla percezione diretta, dettata dalla identificazione con la vittima e dalla conoscenza reale, per giungere ad una comprensione graduale delle cose, senza lasciarsi andare ai sociologismi facili, alle interpretazioni teoriche ma assai fredde e spesso viziate da un ideologismo di maniera. Gatti ed e’ qui la sua efficacia, mantiene un contatto ideale ma diretto con quelli che sono i diritti dell’uomo, sanciti dalla cultura illuministica e sui quali dovrebbe ergersi ogni relazione e condizione umana;registra, di volta in volta ed in maniera precisa ed incalzante, tutti gli episodi e le situazioni, che rappresentano un insulto, una violazione del senso di giustizia e dei diritti dell’uomo.
Gatti che si traveste da immigrato, da disperato, da Bilal, lentamente diventa Bilal, fino al punto di sentire come estranei e fuori luogo, tutti quei valori e quei principi sui quali lui, uomo democratico e civile, è cresciuto e si è formato.
PS: la lettura del testo di Gatti è, quanto mai, attuale, in seguito all’accordo tra Libia e Italia.
La cornice storica del risarcimento dovuto alla Libia, per gli anni del colonialismo, in realtà nobilita e occulta l’ennesimo trattato fatto sulla pelle degli immigrati. Specialmente gli ultimi capitoli del libro documentano le tragiche conseguenze umanitarie di tutti i patti stipulati in precedenza tra i due paesi.
LUIGI FINOTTO
domenica 6 luglio 2008
Fa impressione ma è così
Fa impressione ma è così!!!! Chi si oppone a chi governa il Bel Paese è solamente lo Stato di diritto.
Non un partito, non un’organizzazione, non un sindacato, non una qualunque associazione o consorzio umano.
Si oppone una categoria del sapere umano: solo cosi potremmo definire quel groviglio di norme, principi e regole che chiamiamo Stato di Diritto.
A fare barriera ci pensa un giorno il CSM, un altro il parere di qualche giurista costituzionale, ogni tanto si pronuncia qualche commissario europeo. Succede persino che qualche Prefetto ponga obiezioni o dubbi!
Quando si arriva a questi livelli, siamo alla stazione che precede il capolinea.
Quando l’unica diga a presidio della civiltà e del semplice buonsenso è costituita da un insieme di regole e principi che ci hanno lasciato in eredità i figli dell’800, non possiamo limitarci a fare periodici esercizi d’adorazione alla splendida costruzione salvifica dei nostri trisavoli, dovremmo, piuttosto, buttare un occhio alla frana o alla piena in arrivo.
Buttiamoci con coraggio e fantasia, dal momento che abbiamo le spalle coperte!!
Luigi finotto "kamo"
Non un partito, non un’organizzazione, non un sindacato, non una qualunque associazione o consorzio umano.
Si oppone una categoria del sapere umano: solo cosi potremmo definire quel groviglio di norme, principi e regole che chiamiamo Stato di Diritto.
A fare barriera ci pensa un giorno il CSM, un altro il parere di qualche giurista costituzionale, ogni tanto si pronuncia qualche commissario europeo. Succede persino che qualche Prefetto ponga obiezioni o dubbi!
Quando si arriva a questi livelli, siamo alla stazione che precede il capolinea.
Quando l’unica diga a presidio della civiltà e del semplice buonsenso è costituita da un insieme di regole e principi che ci hanno lasciato in eredità i figli dell’800, non possiamo limitarci a fare periodici esercizi d’adorazione alla splendida costruzione salvifica dei nostri trisavoli, dovremmo, piuttosto, buttare un occhio alla frana o alla piena in arrivo.
Buttiamoci con coraggio e fantasia, dal momento che abbiamo le spalle coperte!!
Luigi finotto "kamo"
venerdì 23 maggio 2008
24 maggio1991...Festa per gli habesciat
Il 24 maggio 1991 il Fronte Popolare di Liberazione dell'Eritrea entra nella capitale Asmara ponendo fine a una guerra per la conquista dell'indipendenza durata trenta lunghi anni. Il F.p.l.e. affida a Isaias Afwerki la guida del Governo di Transizione mentre una conferenza di riconciliazione sancisce il diritto all’autonomia dell’Eritrea da esercitarsi attraverso un referendum popolare che avrà luogo due anni dopo. Il 24 maggio 1993 con un risultato plebiscitario l'Eritrea viene dichiarata indipendente divenendo il più giovane Stato africano. Nei prossimi giorni gli eritrei festeggeranno in tutto il mondo la ricorrenza di questi due eventi fondamentali per il loro paese
Tanti auguri mia dolce patria!..aspetta un po’ e per venti giorni staremo assieme
Tanti auguri mia dolce patria!..aspetta un po’ e per venti giorni staremo assieme
mercoledì 27 febbraio 2008
PSICOLOGIA MARCIA
Diffido da sempre di quelli che in nome di una presunta scienza o fantascienza, religione o elucubrazione spirituale d'altro genere, si mettono a ravanare nel mio cervello, cercando cause, effetti, legami, associazioni, dissociazioni: elaborando quadri magnifici o desolanti. Frantumando i miei atti, i miei pensieri, per farne un puzzle, in cui i pezzi mancanti, guarda caso, me li fornirebbero loro e non a modici prezzi (con fattura..ma solo se richiesta)
Tutte le scienze che attengono alla spiegazione, alla regolamentazione o codificazione dei comportamenti umani, sono quanto mai approssimative ma, di un’approssimazione che non tende alla costruzione di un dato incontrovertibile,appunto scientifico, piuttosto invece, alla creazione di uno spazio libero, in cui cimentarsi in scorribande oniriche, letterarie, operazioni bislacche e strumentali…..o peggio!!
Negli anni che furono ho letto ed anche con passione, Freud ed in misura minore Jung. Splendidi umanisti, grandi letterati, raffinati analisti della crisi di un particolare uomo della mittle Europa, archetipo del crollo inquietante di un’era, di un sistema di valori. Nessuno come loro ha saputo spiegare le premesse culturali ed emotive del mostro che era lì per venire: il nazismo
Uomini enormi e generosi, piccola e gretta la scienza che si rifa’ a loro!
Il movimento che più d’ogni altro caratterizza la Psicologia d’oggi, è la deriva. La scienza che avrebbe dovuto inabissarsi nelle ombre e nei punti oscuri, per riemergere come fascio di luce che spiega, che illumina, è ora invece, un macigno piatto, che da forma e colore (grigio) ed impone l’orizzonte (di comodo).
E’ una pseudo scienza molto conformista ed allineata, strumentale e superficiale.
Il suo luogo d’azione prediletto non è l’essere umano e la sua irriducibile e peculiare umanità ma, l’azienda: il luogo che produce e riproduce oggetti e relazioni, facendo leva, una volta, sulla forza fisica e mentale dei lavoratori, ora, invece, attingendo con spirito predatorio e”criterio scientifico” alle risorse emotive, psichiche, alle capacità relazionali.
E’ prassi che le assunzioni superino il vaglio di un”colloquio” con lo psicologo ed è normalissimo che le grandi aziende facciano un monitoraggio costante della “relazionalita'’”all’interno dell’azienda. E’ evidente che ogni ristrutturazione interna, per il suo carattere, spesso, riduttivo o distruttivo di diritti, presupponga un’attività di persuasione sottile, penetrante, invasiva. La coercizione può essere subdola: La storia ha dimostrato che quasi sempre, quando e’ palese ed esplicita, genera opposizione e conflitto, al limite, semplice ribellione ma se essa, riserva l’ultimo atto, quello della sottomissione, al sottomesso medesimo, perde il suo carattere violento e opprimente ed acquisisce il carattere della persuasione. La cura dell’”ultimo atto” è di pertinenza della psicologia, e degli strumenti di cui dispone.
Da fine a mezzo.
Ogni ristrutturazione, piccola o grande che sia, necessità di punti di svolta, di snodi: genera anche, inevitabilmente, criticità. Orbene, gli snodi, sono momenti di crescita spirituale, relazionale ed emotiva che, il singolo non può rifiutare, pena la sua inadeguatezza all’universo: le criticità del sistema sono null’altro che carenze caratteriali, gravi incompatibita’, falle che minano le fondamenta del nostro equilibrio.
Metto a posto l’azienda e, già che ci sono, ti miglioro o addirittura ti curo.
Il reddito che ti do è la tua salute e il tuo equilibrio col mondo.
Chiunque si è trovato in questi contesti, avrà sicuramente notato che la prima cosa che, immediatamente si evidenzia e si dichiara è il ripudio del conflitto, la sua riduzione a patologia. C’e’ invece(in offerta) una sorta di griglia di problemi possibili con percorsi chiari e brevi, per addivenire alla soluzione dei medesimi. Sono solo scosse d’assestamento per puntellare meglio l’edificio.
E’ un uso fraudolento di una scienza, è il tappo messo alla sua crescita ed evoluzione.
Perché è concesso a costoro che si pregiano dell’appellativo di psicologi, continuare a perpetuare questa mistificazione colossale? Perché non c’e’ traccia alcuna di presa di distanza e ripudio di questo tipo d’attività, da parte d’altri psicologi? Perché le istituzioni scientifiche ancora non si decidono a dichiarare la totale infondatezza scientifica ed il tradimento etico di un simile uso della Psicologia? …..Gia', perché?
Luigi Finotto
Tutte le scienze che attengono alla spiegazione, alla regolamentazione o codificazione dei comportamenti umani, sono quanto mai approssimative ma, di un’approssimazione che non tende alla costruzione di un dato incontrovertibile,appunto scientifico, piuttosto invece, alla creazione di uno spazio libero, in cui cimentarsi in scorribande oniriche, letterarie, operazioni bislacche e strumentali…..o peggio!!
Negli anni che furono ho letto ed anche con passione, Freud ed in misura minore Jung. Splendidi umanisti, grandi letterati, raffinati analisti della crisi di un particolare uomo della mittle Europa, archetipo del crollo inquietante di un’era, di un sistema di valori. Nessuno come loro ha saputo spiegare le premesse culturali ed emotive del mostro che era lì per venire: il nazismo
Uomini enormi e generosi, piccola e gretta la scienza che si rifa’ a loro!
Il movimento che più d’ogni altro caratterizza la Psicologia d’oggi, è la deriva. La scienza che avrebbe dovuto inabissarsi nelle ombre e nei punti oscuri, per riemergere come fascio di luce che spiega, che illumina, è ora invece, un macigno piatto, che da forma e colore (grigio) ed impone l’orizzonte (di comodo).
E’ una pseudo scienza molto conformista ed allineata, strumentale e superficiale.
Il suo luogo d’azione prediletto non è l’essere umano e la sua irriducibile e peculiare umanità ma, l’azienda: il luogo che produce e riproduce oggetti e relazioni, facendo leva, una volta, sulla forza fisica e mentale dei lavoratori, ora, invece, attingendo con spirito predatorio e”criterio scientifico” alle risorse emotive, psichiche, alle capacità relazionali.
E’ prassi che le assunzioni superino il vaglio di un”colloquio” con lo psicologo ed è normalissimo che le grandi aziende facciano un monitoraggio costante della “relazionalita'’”all’interno dell’azienda. E’ evidente che ogni ristrutturazione interna, per il suo carattere, spesso, riduttivo o distruttivo di diritti, presupponga un’attività di persuasione sottile, penetrante, invasiva. La coercizione può essere subdola: La storia ha dimostrato che quasi sempre, quando e’ palese ed esplicita, genera opposizione e conflitto, al limite, semplice ribellione ma se essa, riserva l’ultimo atto, quello della sottomissione, al sottomesso medesimo, perde il suo carattere violento e opprimente ed acquisisce il carattere della persuasione. La cura dell’”ultimo atto” è di pertinenza della psicologia, e degli strumenti di cui dispone.
Da fine a mezzo.
Ogni ristrutturazione, piccola o grande che sia, necessità di punti di svolta, di snodi: genera anche, inevitabilmente, criticità. Orbene, gli snodi, sono momenti di crescita spirituale, relazionale ed emotiva che, il singolo non può rifiutare, pena la sua inadeguatezza all’universo: le criticità del sistema sono null’altro che carenze caratteriali, gravi incompatibita’, falle che minano le fondamenta del nostro equilibrio.
Metto a posto l’azienda e, già che ci sono, ti miglioro o addirittura ti curo.
Il reddito che ti do è la tua salute e il tuo equilibrio col mondo.
Chiunque si è trovato in questi contesti, avrà sicuramente notato che la prima cosa che, immediatamente si evidenzia e si dichiara è il ripudio del conflitto, la sua riduzione a patologia. C’e’ invece(in offerta) una sorta di griglia di problemi possibili con percorsi chiari e brevi, per addivenire alla soluzione dei medesimi. Sono solo scosse d’assestamento per puntellare meglio l’edificio.
E’ un uso fraudolento di una scienza, è il tappo messo alla sua crescita ed evoluzione.
Perché è concesso a costoro che si pregiano dell’appellativo di psicologi, continuare a perpetuare questa mistificazione colossale? Perché non c’e’ traccia alcuna di presa di distanza e ripudio di questo tipo d’attività, da parte d’altri psicologi? Perché le istituzioni scientifiche ancora non si decidono a dichiarare la totale infondatezza scientifica ed il tradimento etico di un simile uso della Psicologia? …..Gia', perché?
Luigi Finotto
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