NON SIAMO E NON SIAMO MAI STATI BELLI E DOLCI COME LE NOSTRE NOSTALGIE (dedicato a MOTHONI)
Quando ripenso agli anni trascorsi in Eritrea mi assale un senso di frustrazione perché mi sento privato di un bene e di un vantaggio ai quali avevo diritto.O ai quali, almeno, credevo d’avere diritto.La privazione di questo diritto mi ha causato un forte senso di delusione che, talvolta, si trasforma in risentimento, in amarezza e in una sorta di prolungata tristezza e d’ingiustizia nei confronti della vita.Tutti questi sentimenti miscelati con l’amore profondo ed irrazionale che mi legava a te, cara Asmara, sono all’origine di quella strana malattia che va sotto il nome di Mal d’Africa.Ma il Mal d’Africa di coloro che hanno vissuto in Eritrea è qualcosa di diverso da quello di cui tanto si scrive e si parla. E’ una forma di dolce pazzia spiegabile, forse, con quell’irripetibile habitat, quelle condizioni di vita che, oggi, potrebbero essere definite "a misura d’uomo" con abusata espressione.L’Eritrea è stata per molti anni un esempio riuscito di società multirazziale: eritrei, italiani, indiani, yemeniti, greci, inglesi, americani…cattolici, copti, protestanti, musulmani, ebrei, buddisti, tutti insieme avevano raggiunto un buon livello di armonia, quasi un’alleanza nell’interesse comune.Il tutto ambientato in condizioni climatiche favorevoli e in diversità paesaggistiche affascinanti.
Però, secondo me, l’elemento fondamentale di tutta quest’amalgama era rappresentato dalla proprietà del proprio tempo, dalla certezza, cioè, di non dipendere quasi esclusivamente dagli altri. Cerco di spiegarmi meglio. Si aveva la certezza di poter programmare le proprie azioni quotidiane senza dover tenere presenti le variabili rappresentate da ingorghi nel traffico, file agli sportelli, mezzi pubblici, manifestazioni, elezioni nazionali, regionali e comunali.Allora era diverso: c’era tempo per perdere tempo, per fermarsi al bar a prendere il caffè con gli amici, per tornare a casa a pranzo, mentre qui in Italia ho imparato a mangiare in piedi come i cavalli e a prenotare pasti o partite di calcio con una settimana d’anticipo.Ripensando a tutto questo mi assale la frustrazione per essere stato privato del diritto di gestire il mio tempo. Poi, però, rifletto e cerco di esaminare le cose in modo obiettivo. Avevo realmente questo diritto? A quale titolo avrei potuto reclamarlo trovandomi in casa d’altri? Perché la verità è questa, noi eravamo ospiti in Eritrea, e in qualità di ospiti non avevamo diritti né momentanei ne perpetui.A questo punto mi rendo conto che frustrazione, amarezza, delusione non hanno ragione di essere; hanno diritto di esistenza soltanto la nostalgia e il rimpianto per un periodo di vita che abbiamo ed ho avuto la fortuna di vivere. Posso rimpiangere la mia fanciullezza di cui mi restano i ricordi mentre dell’Eritrea mi resta la "dolce pazzia". Oggi che l’eritrea è lontana da me, irrimediabilmente lontana, estranea alla mia quotidianità, posso finalmente, lentamente, recuperarla, accettando le sue dure regole. Oggi, essere eritreo per me, vuol dire combattere e sfidare quel senso di piacere e possesso che fu anche mio e, che si tramuta in nostalgia al sapor fascista. Giusto fu cacciarci e privarci di tutto, perché ladri e assassini fummo
LUIGI FINOTTO/GRANARA
lunedì 31 dicembre 2007
mercoledì 12 dicembre 2007
Il lupo perde il pelo ma non il vizio: fallimento del vertice euro-africano di Lisbona
Il lupo Europa di pelo ne ha perso parecchio da quel di’che fu, ormai ridotto ad un sarcofago che contiene solo vecchie e usurate vestigia, incapace di dare senso e concretezza politica ad un soggetto, sempre più, insopportabilmente, burocratico e pletorico, paragonabile ad una cupola finanziaria e affaristica.
Or bene ai primi di Dicembre l’Unione Europea ha organizzato un summit con gli stati africani, al massimo livello, coinvolgendo una settantina di capi di stato e di governo europei ed africani.
Sede dell’evento è stata Lisbona, capitale di uno degli stati, storicamente, stupratore dell’Africa.
Oggetto dello storico evento era l’”Accordo di Partenariato Economico”(epa) tra i due continenti, detto più prosaicamente, si trattava di ridisegnare e di individuare le linee guida delle relazioni Afro Europee. I rapporti tra i due continenti, tutt’altro che idilliaci, hanno più di 500 anni e, certo non hanno imboccato il percorso dell’idillio in quel di Lisbona.
In questa sede, ci verrebbe da dire ”anche” in questa sede, l’Unione Europea si è dimostrata incapace di andare oltre se stessa, oltre il proprio passato storico, antico e recente, oltre i propri schemi culturali e concettuali, oltre gli eterni e insaldabili debiti di riconoscenza verso tutti gli editti e le sollecitazioni che provengono dai nord americani.
Dalla Merkel a Sarkosy, da Prodi a Zapatero e proseguendo con gli altri, non hanno avuto di meglio da offrire che, la creazione di uno spazio unico per il libero commercio di beni e servizi, concedendo al massimo la possibilità di escludere taluni prodotti o servizi, per un tempo provvisorio.
Che dire? Geniali ed originali
D’altra parte come sa benissimo anche uno studente d’economia alle prime armi, la libera circolazione dei beni e dei servizi, conduce alla corretta allocazione delle risorse, allo sviluppo, al benessere materiale e spirituale ecc ecc. Certo che si!!!: chi mai potrebbe dubitare se non uno sciocco o uno stolto, che una qualunque impresa del Mozambico o del Rwanda possa liberamente gareggiare con una della Germania piuttosto che della Francia? Gli scafali dei nostri supermercati, come ben saprete, abbondano dei manufatti made in Ethiopia, made in Sudan, made in Ghana o in Mali, per non dire degli splendidi Hi Fi del Burkina Faso o delle splendide e convenienti polizze assicurative delle agenzie senegalesi. Questo è il fantastico mondo immaginato da chi propone queste ricette. Siamo alle solite!
Gli europei confondono, freudianamente, un accordo o un trattato con l’imposizione di un modello che non è solo economico ma anche sociale e culturale,come se ancora non bastasse, successivamente, appaltano la gestione delle conseguenze devastanti di queste politiche, tutt’altro che nuove ma almeno trentennali, alla filantropia, in tutte le sue varianti( cattoliche, laiche, progressiste persino alternative di matrice sessantottina) o all’emergenza. Il bastone dell’ordine e la carota dell’elemosina
Il protezionismo e la tutela di settori strategici che sono state le colonne sulle quali si sono formate tutte le potenze economiche occidentali, diventano eresie insopportabili e sanzionabili se applicati dagli altri. Lisbona, però, rischia, malgrado la ricetta ottusa, stantia e ripetitiva, proposta dagli occidentali, di diventare veramente”storica”.
E’ stata la sede del primo rifiuto, pressoché collettivo, alla proposta europea.
Gli stati africani, con diversi accenti e con poche eccezioni, hanno fatto emergere forti criticità e palesi rifiuti. Il summit portoghese è stato l’ultimo atto di un triennio vivace e inquieto per le relazioni internazionali di quest’immenso e ricco continente.
In questo biennio si sono gia svolti incontri bilaterali a Caracas, a Pechino, sono in previsione a breve in Giappone e in India. Il verbo liberista non ha il monopolio, addirittura appare obsoleto e superabile, per molti di questi paesi.
Gli accordi che s’ipotizzano e per molti versi si mettono già in pratica, non sarebbero più subordinati a strumentali”protocolli politici, economici e finanziari” da rispettare; i prestiti erogati non sono più vincolati a tassi da usura che, di fatto, rendono il prestito inesigibile ma perennemente condizionante e, soprattutto si realizzerebbe della moneta, bene speculativo per eccellenza, come unico strumento di scambio economico. Entrano nei rapporti commerciali anche la formazione del personale, la costruzione d’infrastrutture sociali ed economiche, la costituzione d’imprese miste.
Questo percorso non è certo lineare, sono molte le trappole, le contraddizioni, le insidie, ma, rimane l’indubbio merito di rimettere in discussioni politiche elevate ormai al rango di dogmi e di atti di fede e, soprattutto il fatto di lasciare al palo la boria europea e occidentale.
Il protagonismo latino americano, africano e cino-indiano, oggettivamente sfida l’asse costituito dal cosiddetto Washington Consensus( FMI, Banca mondiale, blocco usa/Europa) e, per la prima volta, pone alternative praticabile a chi cerca di sottrarsi alle ricette neo liberiste.
L’Europa, come il vertice di Lisbona ha dimostrato, non riesce a liberarsi della sindrome del saccheggio e della speculazione.
L’integrazione del continente all’economia internazionale ed il rispetto dei diritti umani, fungono da cavallo di Troia ma, è un cavallo nudo, a cui, qualcuno comincia ad intimare lo sfratto.
LUIGI FINOTTO
Or bene ai primi di Dicembre l’Unione Europea ha organizzato un summit con gli stati africani, al massimo livello, coinvolgendo una settantina di capi di stato e di governo europei ed africani.
Sede dell’evento è stata Lisbona, capitale di uno degli stati, storicamente, stupratore dell’Africa.
Oggetto dello storico evento era l’”Accordo di Partenariato Economico”(epa) tra i due continenti, detto più prosaicamente, si trattava di ridisegnare e di individuare le linee guida delle relazioni Afro Europee. I rapporti tra i due continenti, tutt’altro che idilliaci, hanno più di 500 anni e, certo non hanno imboccato il percorso dell’idillio in quel di Lisbona.
In questa sede, ci verrebbe da dire ”anche” in questa sede, l’Unione Europea si è dimostrata incapace di andare oltre se stessa, oltre il proprio passato storico, antico e recente, oltre i propri schemi culturali e concettuali, oltre gli eterni e insaldabili debiti di riconoscenza verso tutti gli editti e le sollecitazioni che provengono dai nord americani.
Dalla Merkel a Sarkosy, da Prodi a Zapatero e proseguendo con gli altri, non hanno avuto di meglio da offrire che, la creazione di uno spazio unico per il libero commercio di beni e servizi, concedendo al massimo la possibilità di escludere taluni prodotti o servizi, per un tempo provvisorio.
Che dire? Geniali ed originali
D’altra parte come sa benissimo anche uno studente d’economia alle prime armi, la libera circolazione dei beni e dei servizi, conduce alla corretta allocazione delle risorse, allo sviluppo, al benessere materiale e spirituale ecc ecc. Certo che si!!!: chi mai potrebbe dubitare se non uno sciocco o uno stolto, che una qualunque impresa del Mozambico o del Rwanda possa liberamente gareggiare con una della Germania piuttosto che della Francia? Gli scafali dei nostri supermercati, come ben saprete, abbondano dei manufatti made in Ethiopia, made in Sudan, made in Ghana o in Mali, per non dire degli splendidi Hi Fi del Burkina Faso o delle splendide e convenienti polizze assicurative delle agenzie senegalesi. Questo è il fantastico mondo immaginato da chi propone queste ricette. Siamo alle solite!
Gli europei confondono, freudianamente, un accordo o un trattato con l’imposizione di un modello che non è solo economico ma anche sociale e culturale,come se ancora non bastasse, successivamente, appaltano la gestione delle conseguenze devastanti di queste politiche, tutt’altro che nuove ma almeno trentennali, alla filantropia, in tutte le sue varianti( cattoliche, laiche, progressiste persino alternative di matrice sessantottina) o all’emergenza. Il bastone dell’ordine e la carota dell’elemosina
Il protezionismo e la tutela di settori strategici che sono state le colonne sulle quali si sono formate tutte le potenze economiche occidentali, diventano eresie insopportabili e sanzionabili se applicati dagli altri. Lisbona, però, rischia, malgrado la ricetta ottusa, stantia e ripetitiva, proposta dagli occidentali, di diventare veramente”storica”.
E’ stata la sede del primo rifiuto, pressoché collettivo, alla proposta europea.
Gli stati africani, con diversi accenti e con poche eccezioni, hanno fatto emergere forti criticità e palesi rifiuti. Il summit portoghese è stato l’ultimo atto di un triennio vivace e inquieto per le relazioni internazionali di quest’immenso e ricco continente.
In questo biennio si sono gia svolti incontri bilaterali a Caracas, a Pechino, sono in previsione a breve in Giappone e in India. Il verbo liberista non ha il monopolio, addirittura appare obsoleto e superabile, per molti di questi paesi.
Gli accordi che s’ipotizzano e per molti versi si mettono già in pratica, non sarebbero più subordinati a strumentali”protocolli politici, economici e finanziari” da rispettare; i prestiti erogati non sono più vincolati a tassi da usura che, di fatto, rendono il prestito inesigibile ma perennemente condizionante e, soprattutto si realizzerebbe della moneta, bene speculativo per eccellenza, come unico strumento di scambio economico. Entrano nei rapporti commerciali anche la formazione del personale, la costruzione d’infrastrutture sociali ed economiche, la costituzione d’imprese miste.
Questo percorso non è certo lineare, sono molte le trappole, le contraddizioni, le insidie, ma, rimane l’indubbio merito di rimettere in discussioni politiche elevate ormai al rango di dogmi e di atti di fede e, soprattutto il fatto di lasciare al palo la boria europea e occidentale.
Il protagonismo latino americano, africano e cino-indiano, oggettivamente sfida l’asse costituito dal cosiddetto Washington Consensus( FMI, Banca mondiale, blocco usa/Europa) e, per la prima volta, pone alternative praticabile a chi cerca di sottrarsi alle ricette neo liberiste.
L’Europa, come il vertice di Lisbona ha dimostrato, non riesce a liberarsi della sindrome del saccheggio e della speculazione.
L’integrazione del continente all’economia internazionale ed il rispetto dei diritti umani, fungono da cavallo di Troia ma, è un cavallo nudo, a cui, qualcuno comincia ad intimare lo sfratto.
LUIGI FINOTTO
domenica 25 novembre 2007
LA SICUREZZA SI COSTRUISCE PRIMA DI TUTTO ATTRAVERSO IL RISPETTO DELLA LEGALITA’ DA PARTE DELLE ISTITUZIONI.
Nessun dubbio sul carattere propagandistico dell’iniziativa di taluni sindaci nel Veneto circa l’arbitraria apposizione, mediante ordinanza, di ulteriori limitazioni, oltre quelle previste per legge, all’iscrizione anagrafica di cittadini stranieri nei loro Comuni. Non mi soffermerò oltre su questo aspetto di carattere politico, bensì voglio sottolineare quello, ancor più inquietante, sul versante del diritto.
Come dovrebbe essere noto ai più, infatti, la nostra Costituzione riserva alla competenza esclusiva dello Stato la normativa su cittadinanza , stato civile ed anagrafi.
In nessun modo questa materia può risultare appannaggio del potere regolamentare o di ordinanza dei Sindaci.
Essi, infatti, agiscono nell’ambito dei servizi demografici come ufficiali del governo, ovvero sia, assumono semplici compiti di gestione di servizi che sono di piena ed esclusiva competenza statale. Ciò li obbliga, evidentemente, ad agire secondo i soli dettami della legge.
E la legge è molto precisa in un settore così delicato dell’attività amministrativa, nel quale si combinano disposizioni di rango costituzionale con diritti soggettivi pieni, universalmente riconosciuti alle persone.
Sia i compiti, sia le procedure da adottare in caso di iscrizione anagrafica di cittadini, di non comunitari e di comunitari, sono, per suddette ragioni, stabiliti sin nel dettaglio
Per i non comunitari il problema non si pone dato che, nel contesto delle procedure per l’ottenimento dei permessi di soggiorno, le Questure, in primo luogo, verificano la sussistenza dei presupposti di reddito, di lavoro e relativi alla sicurezza nazionale che non ostano al rilascio del documento di soggiorno, il quale, per sé stesso , risulta idoneo all’iscrizione alle anagrafi, secondo le medesime regole previste per i cittadini italiani.
Diverso è per i cittadini comunitari. Essi possono soggiornare nel territorio dello stato, con i loro familiari, senza alcuna condizione e formalità, per un periodo non superiore ai tre mesi . Invece il cittadino dell’Unione europea che intenda soggiornare per periodi superiori ai tre mesi, deve dimostrare di possedere un lavoro e risorse economiche sufficienti per sé e per i familiari, tanto da non pesare a carico dell’assistenza sociale e sanitaria del paese di dimora. Può permanere in Italia, inoltre, per seguire corsi di studio o di formazione professionale. Punto.
Queste sono le regole e ad esse si devono adeguare i sindaci in quanto ufficiali di anagrafe e con essi i dipendenti cui sia stata devoluta una delega in tal senso. Il resto sono solo chiacchiere, schiamazzi sconclusionati di chi vuole racimolare un pugno di voti facendosi beffe di ogni norma e regola. Non vi sono verifiche che le anagrafi possano fare sui precedenti penali, né in Italia né all’estero, dato che la prognostica sulla pericolosità sociale dei soggetti è prerogativa dei prefetti e dei giudici, non vi sono dinieghi preventivi possibili all’ iscrizione anagrafica, ma solo la successiva ed eventuale verifica , per i cittadini UE, che trascorsi tre mesi dal loro ingresso in Italia essi siano in grado di a mantenersi,
Ben gravi invece sarebbero le conseguenze della violazione da parte dei Sindaci delle norme statali in materia di anagrafe e stato civile. Esse sottopongono non solo l’ente, ma lo stesso ministero dell’Interno all’azione di risarcimento dei danni, ancora una volta a carico della comunità ed espongono l’Italia intera all’irrisione del resto d’Europa. Se si applicassero infatti i principi di reciprocità comunque vigenti in diritto internazionale, pensate a quanti italiani tornerebbero da Germania, Francia, Romania…
Insomma ce n’è abbastanza per ipotizzare reati quali l’abuso d’Ufficio, l’omissione di atti d’Ufficio, il non rispetto di trattati internazionali e direttive CEE. Credo, in conclusione, che, per il bene ed il prestigio del paese e per l’affermazione di un vero principio di legalità, corra l’obbligo, a questo punto, che le prefetture agiscano per il rispetto della normativa statale, procedendo ove ve ne fosse bisogno, all’attivazione delle procedure per la rimozione dei sindaci inottemperanti.
Roberto Del Bello
Come dovrebbe essere noto ai più, infatti, la nostra Costituzione riserva alla competenza esclusiva dello Stato la normativa su cittadinanza , stato civile ed anagrafi.
In nessun modo questa materia può risultare appannaggio del potere regolamentare o di ordinanza dei Sindaci.
Essi, infatti, agiscono nell’ambito dei servizi demografici come ufficiali del governo, ovvero sia, assumono semplici compiti di gestione di servizi che sono di piena ed esclusiva competenza statale. Ciò li obbliga, evidentemente, ad agire secondo i soli dettami della legge.
E la legge è molto precisa in un settore così delicato dell’attività amministrativa, nel quale si combinano disposizioni di rango costituzionale con diritti soggettivi pieni, universalmente riconosciuti alle persone.
Sia i compiti, sia le procedure da adottare in caso di iscrizione anagrafica di cittadini, di non comunitari e di comunitari, sono, per suddette ragioni, stabiliti sin nel dettaglio
Per i non comunitari il problema non si pone dato che, nel contesto delle procedure per l’ottenimento dei permessi di soggiorno, le Questure, in primo luogo, verificano la sussistenza dei presupposti di reddito, di lavoro e relativi alla sicurezza nazionale che non ostano al rilascio del documento di soggiorno, il quale, per sé stesso , risulta idoneo all’iscrizione alle anagrafi, secondo le medesime regole previste per i cittadini italiani.
Diverso è per i cittadini comunitari. Essi possono soggiornare nel territorio dello stato, con i loro familiari, senza alcuna condizione e formalità, per un periodo non superiore ai tre mesi . Invece il cittadino dell’Unione europea che intenda soggiornare per periodi superiori ai tre mesi, deve dimostrare di possedere un lavoro e risorse economiche sufficienti per sé e per i familiari, tanto da non pesare a carico dell’assistenza sociale e sanitaria del paese di dimora. Può permanere in Italia, inoltre, per seguire corsi di studio o di formazione professionale. Punto.
Queste sono le regole e ad esse si devono adeguare i sindaci in quanto ufficiali di anagrafe e con essi i dipendenti cui sia stata devoluta una delega in tal senso. Il resto sono solo chiacchiere, schiamazzi sconclusionati di chi vuole racimolare un pugno di voti facendosi beffe di ogni norma e regola. Non vi sono verifiche che le anagrafi possano fare sui precedenti penali, né in Italia né all’estero, dato che la prognostica sulla pericolosità sociale dei soggetti è prerogativa dei prefetti e dei giudici, non vi sono dinieghi preventivi possibili all’ iscrizione anagrafica, ma solo la successiva ed eventuale verifica , per i cittadini UE, che trascorsi tre mesi dal loro ingresso in Italia essi siano in grado di a mantenersi,
Ben gravi invece sarebbero le conseguenze della violazione da parte dei Sindaci delle norme statali in materia di anagrafe e stato civile. Esse sottopongono non solo l’ente, ma lo stesso ministero dell’Interno all’azione di risarcimento dei danni, ancora una volta a carico della comunità ed espongono l’Italia intera all’irrisione del resto d’Europa. Se si applicassero infatti i principi di reciprocità comunque vigenti in diritto internazionale, pensate a quanti italiani tornerebbero da Germania, Francia, Romania…
Insomma ce n’è abbastanza per ipotizzare reati quali l’abuso d’Ufficio, l’omissione di atti d’Ufficio, il non rispetto di trattati internazionali e direttive CEE. Credo, in conclusione, che, per il bene ed il prestigio del paese e per l’affermazione di un vero principio di legalità, corra l’obbligo, a questo punto, che le prefetture agiscano per il rispetto della normativa statale, procedendo ove ve ne fosse bisogno, all’attivazione delle procedure per la rimozione dei sindaci inottemperanti.
Roberto Del Bello
mercoledì 24 ottobre 2007
CROMATURA PIAVENSE:UNA VICENDA EMBLEMATICA,UNA NORMALE STORIA DEL NORD EST
La storia di un azienda di Musile di Piave ma, potrebbe trovarsi benissimo in un altro posto e...non sarebbe certo "fuori posto"
La Via Emilia è una strada lunga e stretta che taglia la campagna musilese: tanti campi coltivati, prevalentemente vitigni ma non ci sono solo coltivazioni, capita di vedere anche aziende, per lo più piccole e quasi sempre o prolungamenti delle abitazioni o addirittura parte delle abitazioni stesse. Ad un certo punto della via, precisamente al civico 6, si scorge uno stabile ad un piano, fatiscente e posto di fronte ad un canale, Mincio di levante. Al primo piano, ce’ una sorta di terrazzino con antenne paraboliche, abiti stesi, insomma un’aria vissuta: dato il contesto, vien da pensare ad abitazioni di fortuna, precarie, sicuramente date in affitto ad immigrati.
A toglierci ogni dubbio sulla natura di questo stabile, ci pensa una bella scritta a caratteri cubitali posta sulla parete della palazzina che recita: CROMATURA PIAVENSE.
Ebbene si, qui, al civico 6 di Via Emilia, in attesa che lo stabile crolli o sia dichiarato non agibile, c’e’ di tutto: appartamenti affittati e azienda.
Di cosa si occupa quest’azienda? Di chi è? e perché da diversi anni è oggetto d’attenzione?
La Cromatura Piavense srl da molti anni ha sede in via Emilia, è un’azienda di cromatura di metalli che, impiega nel proprio processo di lavorazione una sostanza estremamente pericolosa come il cromo esavalente. Ha 25 dipendenti, di cui 15 senegalesi e, alcuni di loro sono alloggiati nel piano superiore.
Colui che dagli atti ufficiali risulta esserne il titolare è deceduto un paio di mesi fa ma, si dubita e si è dubitato sul ruolo effettivo di questo personaggio. E’ assai più interessante capire, invece, i legami che sussisterebbero tra i presunti titolari dell’azienda ed una società, la Trentin & Boccato che ha aziende analoghe a Meolo e Castelfranco Veneto: era nota l’intenzione da parte di quest’ultimi di costruire e sostituire con una nuova struttura quella ormai fatiscente, in un terreno di loro proprietà.
Le prime attenzioni sull’attività’ di quest’azienda risalgono già al 2002, quando furono rilevati sversamenti non autorizzati nel vicino canale, al punto che c’erano già stati procedimenti penali, per i quali anche la Provincia si era costituita parte civile.
In seguito a questi fatti fu emessa l’ordinanza di divieto di utilizzo a scopo d’irrigazione, delle acque dei canali della zona, fu deciso anche il sequestro di una canaletta sotterranea, utilizzata per gli sversamenti che, confluiva nel canale Mincio: questa condotta venne, di fatto, sigillata sopra e ai lati, diventando una sorta di cisterna
Ad ulteriore testimonianza dei danni cagionati all’ambiente, risulta esserci una deliberazione della Giunta regionale del Veneto, datata 30/12/2005 che, prevede un’erogazione di un contributo di 56000 euro, per la bonifica dell’area di pertinenza dell’azienda.
Da allora, malgrado questi “intoppi”, tutto fila liscio, come se niente fosse accaduto.
Liscio fino al 5 Luglio.2007
In questa data vigili urbani e tecnici Arpav, su richiesta dell’amministrazione comunale di Musile, si presentano per un sopraluogo al fine (almeno ufficialmente) di installare dei peziometri per valutare lo stato della falda.
L’esito dei controlli è sorprendente: la canaletta sequestrata e sigillata a suo tempo, si è rivelata essere una vasca contenete almeno 8 metri cubi di un liquido giallo oro.
Le prime analisi dell’Arpav hanno accertato che si trattava di acqua ad altissima concentrazione di cromo esavalente, sostanza tossica e cancerogena, presente con valori 8 mila volte superiore a quella consentita dalla legge.
In conseguenza di questi fatti l’azienda è stata sottoposta ad accertamenti giudiziari e gli impianti, posti sotto sequestro dall’autorità’ giudiziaria, sono stati sigillati dalla Guardia di Finanza.
A questo punto della faccenda ha inizio il “caso Cromatura Piavense”.
IL comune convoca una conferenza con Arpav, Asl e consorzio di bonifica, al fine di valutare il da farsi, incredibilmente è assente l’Asl.
Il “fatto” che genera maggio apprensione è lo stato della falda acquifera e del canale Mincio: la falda fornisce acqua a diversi pozzi rurali ed è collegata al corso d’acqua (Mincio di levante) che successivamente si unisce al fiume Sile dove e’ collocata una zona di captazione di acqua potabile.
A discutere della questione sono, il comune di Musile, attraverso il sindaco Forcolin e L’Assessore Teso e l’Arpav, tramite i suoi tecnici
Mancano totalmente la popolazione di Musile , della zona di Via Emilia e i lavoratori. La gestione del caso è, perciò, solamente istituzionale.(Eccezion fatta per gli interventi, fuori del coro di Fiom e Rifondazione Comunista)
I lavoratori completamenti estranei ad ogni discussione, resi invisibile e azzerati completamente.
Eppure gran parte di loro, specialmente tra i migranti sono sindacalizzati con la Cisl e, sembra non destare particolare interesse il fatto che avessero disposizioni da parte della dirigenza, di dileguarsi in fretta e furia, in caso di controlli della Guardia di Finanza, come d’altra parte nessun ufficio o dipartimento dell’Asl 10 sembra interessato al loro stato di salute.
Inspiegabile che un numero di iscritti non esiguo non avesse eletto una RSU e che, mai, fino ad ora, ci sia stata una vertenza relativa alle condizioni di sicurezza e a quelle sanitarie.
Sul fronte ambientale, invece, col passare dei giorni, a tranquillizzare tutti ci pensa l’Arpav: le analisi successive infatti confermano che i danni all’ambiente ci sono: falde acquifere inquinate, canale Mincio inquinato anch’esso, ovunque presenze di nichel e cromo IV ma, tutto al di sotto della soglia di pericolosità.
L’Arpav non accenna minimamente al rapporto tra la sedimentazione di questi elementi nocivi nel tempo e la capacità di sopportazione delle acque prima, di essere considerate inquinate per legge.
In realtà, non c’e’ nulla di sorprendente in questi esiti:l’Arpav, ormai da qualche tempo recita lo stesso copione,costata le criticità ma ne ridimensiona l’impatto e la nocività, ponendosi oggettivamente come garante dello status quo.
Il Consiglio comunale in seduta straordinaria certifica la normalizzazione.
L’opposizione interroga la giunta, in modo asettico e formale, sullo stato delle cose e la giunta , attraverso l’Assessore all’Ambiente, Teso, snocciola dati e date, si attribuisce il merito di avere scoperto per tempo la potenziale bomba ecologica, sorvola,senza calcare eccessivamente la mano, sulle responsabilità della precedente amministrazione di centro sinistra e, incassa il silenzio assenso dell’opposizione e la parola fine sulla vicenda.
L’unico brivido della seduta ce lo regala l’Assessore, quando ,lapidario, c’informa che essendo l’azienda posta sotto sequestro, il problema dei lavoratori non sussiste in quanto ,orami non sussistono più neanche loro.
Il resto è ancora in corso: la bonifica del sito è stata effettuata dall’impresa stessa sotto lo sguardo di un paio di vigili urbani, l’impresa ha, di fatto, cessato di operare ed i lavoratori attendono ancora il loro destino, fermo restando il fatto che non c’e’ ancora uno straccio di ufficio dell’ASL o altro che si sia ancora degnato di valutare le loro condizioni di salute.
A Musile, ormai, si parla d’altro: ponti,traffico, sicurezza ecc ecc.
Eppure questa baracca di azienda che imponeva condizioni di lavoro e sicurezza che gridano vendetta era quanto mai attuale ed aggiornata: emblematica.
Aveva acquisito il territorio circostante ,quasi a mo’ di usufrutto, per adibirlo a discarica privata, contando sulla benevola distrazione di una popolazione, di piccoli produttori, culturalmente affine;
aveva intrapreso moderne relazioni sindacali, elevando il sindacato stesso a mediatore, certificatore e persino,collocatore; allineamento da manuale alla Bossi Fini, alloggio e silenzio in cambio di lavoro e del diritto a soggiornare per continuare a lavorare. Questo lo ha ben compreso l’assessore Teso, nel momento in cui ha dichiarato che non essendoci più l’impresa e quindi il lavoro , non aveva più alcun senso ne valenza giuridica, parlare degli immigrati.
LUIGI FINOTTO
La Via Emilia è una strada lunga e stretta che taglia la campagna musilese: tanti campi coltivati, prevalentemente vitigni ma non ci sono solo coltivazioni, capita di vedere anche aziende, per lo più piccole e quasi sempre o prolungamenti delle abitazioni o addirittura parte delle abitazioni stesse. Ad un certo punto della via, precisamente al civico 6, si scorge uno stabile ad un piano, fatiscente e posto di fronte ad un canale, Mincio di levante. Al primo piano, ce’ una sorta di terrazzino con antenne paraboliche, abiti stesi, insomma un’aria vissuta: dato il contesto, vien da pensare ad abitazioni di fortuna, precarie, sicuramente date in affitto ad immigrati.
A toglierci ogni dubbio sulla natura di questo stabile, ci pensa una bella scritta a caratteri cubitali posta sulla parete della palazzina che recita: CROMATURA PIAVENSE.
Ebbene si, qui, al civico 6 di Via Emilia, in attesa che lo stabile crolli o sia dichiarato non agibile, c’e’ di tutto: appartamenti affittati e azienda.
Di cosa si occupa quest’azienda? Di chi è? e perché da diversi anni è oggetto d’attenzione?
La Cromatura Piavense srl da molti anni ha sede in via Emilia, è un’azienda di cromatura di metalli che, impiega nel proprio processo di lavorazione una sostanza estremamente pericolosa come il cromo esavalente. Ha 25 dipendenti, di cui 15 senegalesi e, alcuni di loro sono alloggiati nel piano superiore.
Colui che dagli atti ufficiali risulta esserne il titolare è deceduto un paio di mesi fa ma, si dubita e si è dubitato sul ruolo effettivo di questo personaggio. E’ assai più interessante capire, invece, i legami che sussisterebbero tra i presunti titolari dell’azienda ed una società, la Trentin & Boccato che ha aziende analoghe a Meolo e Castelfranco Veneto: era nota l’intenzione da parte di quest’ultimi di costruire e sostituire con una nuova struttura quella ormai fatiscente, in un terreno di loro proprietà.
Le prime attenzioni sull’attività’ di quest’azienda risalgono già al 2002, quando furono rilevati sversamenti non autorizzati nel vicino canale, al punto che c’erano già stati procedimenti penali, per i quali anche la Provincia si era costituita parte civile.
In seguito a questi fatti fu emessa l’ordinanza di divieto di utilizzo a scopo d’irrigazione, delle acque dei canali della zona, fu deciso anche il sequestro di una canaletta sotterranea, utilizzata per gli sversamenti che, confluiva nel canale Mincio: questa condotta venne, di fatto, sigillata sopra e ai lati, diventando una sorta di cisterna
Ad ulteriore testimonianza dei danni cagionati all’ambiente, risulta esserci una deliberazione della Giunta regionale del Veneto, datata 30/12/2005 che, prevede un’erogazione di un contributo di 56000 euro, per la bonifica dell’area di pertinenza dell’azienda.
Da allora, malgrado questi “intoppi”, tutto fila liscio, come se niente fosse accaduto.
Liscio fino al 5 Luglio.2007
In questa data vigili urbani e tecnici Arpav, su richiesta dell’amministrazione comunale di Musile, si presentano per un sopraluogo al fine (almeno ufficialmente) di installare dei peziometri per valutare lo stato della falda.
L’esito dei controlli è sorprendente: la canaletta sequestrata e sigillata a suo tempo, si è rivelata essere una vasca contenete almeno 8 metri cubi di un liquido giallo oro.
Le prime analisi dell’Arpav hanno accertato che si trattava di acqua ad altissima concentrazione di cromo esavalente, sostanza tossica e cancerogena, presente con valori 8 mila volte superiore a quella consentita dalla legge.
In conseguenza di questi fatti l’azienda è stata sottoposta ad accertamenti giudiziari e gli impianti, posti sotto sequestro dall’autorità’ giudiziaria, sono stati sigillati dalla Guardia di Finanza.
A questo punto della faccenda ha inizio il “caso Cromatura Piavense”.
IL comune convoca una conferenza con Arpav, Asl e consorzio di bonifica, al fine di valutare il da farsi, incredibilmente è assente l’Asl.
Il “fatto” che genera maggio apprensione è lo stato della falda acquifera e del canale Mincio: la falda fornisce acqua a diversi pozzi rurali ed è collegata al corso d’acqua (Mincio di levante) che successivamente si unisce al fiume Sile dove e’ collocata una zona di captazione di acqua potabile.
A discutere della questione sono, il comune di Musile, attraverso il sindaco Forcolin e L’Assessore Teso e l’Arpav, tramite i suoi tecnici
Mancano totalmente la popolazione di Musile , della zona di Via Emilia e i lavoratori. La gestione del caso è, perciò, solamente istituzionale.(Eccezion fatta per gli interventi, fuori del coro di Fiom e Rifondazione Comunista)
I lavoratori completamenti estranei ad ogni discussione, resi invisibile e azzerati completamente.
Eppure gran parte di loro, specialmente tra i migranti sono sindacalizzati con la Cisl e, sembra non destare particolare interesse il fatto che avessero disposizioni da parte della dirigenza, di dileguarsi in fretta e furia, in caso di controlli della Guardia di Finanza, come d’altra parte nessun ufficio o dipartimento dell’Asl 10 sembra interessato al loro stato di salute.
Inspiegabile che un numero di iscritti non esiguo non avesse eletto una RSU e che, mai, fino ad ora, ci sia stata una vertenza relativa alle condizioni di sicurezza e a quelle sanitarie.
Sul fronte ambientale, invece, col passare dei giorni, a tranquillizzare tutti ci pensa l’Arpav: le analisi successive infatti confermano che i danni all’ambiente ci sono: falde acquifere inquinate, canale Mincio inquinato anch’esso, ovunque presenze di nichel e cromo IV ma, tutto al di sotto della soglia di pericolosità.
L’Arpav non accenna minimamente al rapporto tra la sedimentazione di questi elementi nocivi nel tempo e la capacità di sopportazione delle acque prima, di essere considerate inquinate per legge.
In realtà, non c’e’ nulla di sorprendente in questi esiti:l’Arpav, ormai da qualche tempo recita lo stesso copione,costata le criticità ma ne ridimensiona l’impatto e la nocività, ponendosi oggettivamente come garante dello status quo.
Il Consiglio comunale in seduta straordinaria certifica la normalizzazione.
L’opposizione interroga la giunta, in modo asettico e formale, sullo stato delle cose e la giunta , attraverso l’Assessore all’Ambiente, Teso, snocciola dati e date, si attribuisce il merito di avere scoperto per tempo la potenziale bomba ecologica, sorvola,senza calcare eccessivamente la mano, sulle responsabilità della precedente amministrazione di centro sinistra e, incassa il silenzio assenso dell’opposizione e la parola fine sulla vicenda.
L’unico brivido della seduta ce lo regala l’Assessore, quando ,lapidario, c’informa che essendo l’azienda posta sotto sequestro, il problema dei lavoratori non sussiste in quanto ,orami non sussistono più neanche loro.
Il resto è ancora in corso: la bonifica del sito è stata effettuata dall’impresa stessa sotto lo sguardo di un paio di vigili urbani, l’impresa ha, di fatto, cessato di operare ed i lavoratori attendono ancora il loro destino, fermo restando il fatto che non c’e’ ancora uno straccio di ufficio dell’ASL o altro che si sia ancora degnato di valutare le loro condizioni di salute.
A Musile, ormai, si parla d’altro: ponti,traffico, sicurezza ecc ecc.
Eppure questa baracca di azienda che imponeva condizioni di lavoro e sicurezza che gridano vendetta era quanto mai attuale ed aggiornata: emblematica.
Aveva acquisito il territorio circostante ,quasi a mo’ di usufrutto, per adibirlo a discarica privata, contando sulla benevola distrazione di una popolazione, di piccoli produttori, culturalmente affine;
aveva intrapreso moderne relazioni sindacali, elevando il sindacato stesso a mediatore, certificatore e persino,collocatore; allineamento da manuale alla Bossi Fini, alloggio e silenzio in cambio di lavoro e del diritto a soggiornare per continuare a lavorare. Questo lo ha ben compreso l’assessore Teso, nel momento in cui ha dichiarato che non essendoci più l’impresa e quindi il lavoro , non aveva più alcun senso ne valenza giuridica, parlare degli immigrati.
LUIGI FINOTTO
venerdì 14 settembre 2007
NOI,L' OPPIO E L'AFGHANISTAN
Il 90 per cento dell’oppio mondiale proviene dall’Afghanistan, quest’anno un kg d’oppio è venduto dagli agricoltori ai”trafficanti”per oltre cento dollari: l’eroina si prepara per via sintetica, trattando la morfina estratta dall’oppio, quindi, non ci vuole poi molto a trarre le logiche conseguenze.
Le logiche conseguenze sono che l’economia afgana, dalla fine dell’occupazione sovietica ad oggi, è, di fatto, sorretta dalla coltivazione e traffico dell’oppio, un’attività che da sola, produce più del 50 per cento del reddito nazionale, non necessita d’infrastrutture civili, d’investimenti tecnologici ma, semplicemente della millenaria cultura dei contadini afgani.
Estirpare le coltivazioni di papavero sarebbe quindi il viatico sicuro alla bancarotta nazionale e all’ulteriore immiserimento della popolazione. A queste condizioni appare scellerato ogni programma di sradicamento delle colture e poi, chi avrebbe la forza e l autorità per un simile atto? L’inesistente governo afgano o le truppe d’occupazione? La contiguità tra potere politico e potere criminale è non solo accertata ma, addirittura costituisce l’ossatura che tiene in piedi ciò che oggi è l’Afganistan. Questo è un narco stato feudale, controllato dai War lords amici dell’occidente e dai talebani, i quali hanno bisogno dell’assenza d’ogni forma d’istituzione credibile e di società civile, perché solo così, possono gestire, pressoche’indisturbati l’affare miliardario del traffico di droga.
Il legittimo bisogno di sopravvivenza dei contadini, le smanie d’arricchimento dei signori della guerra e delle mafie internazionali, il delirio folle e razzista degli integralisti talebani si miscelano orribilmente e danno vita all’infernale pantano afgano.
In quel pantano ci stiamo anche noi, con le nostre truppe e, oggettivamente, per il semplice fatto di esserci, abbiamo dato il nostro contributo a questa devastante situazione.
Andarcene via è giusto ma, risolverebbe solo un nostro problema.
La questione afgana, invece, è molto di più, è uno snodo fondamentale ed anche emblematico, di quasi tutte le criticita’e i disastri che il neoliberismo globalizzato, sotto le insegne degli USA, sta sviluppando ovunque.
Volete degli esempi? Eccoli!
La sovrapposizione tra economia legale e criminale, l’eliminazione scientifica dell’idea stessa di società, lo svuotamento di poteri di tutti gli organismi internazionali, l’esclusione di fatto della politica, sostituita dalla militarizzazione d’ogni tipo di rapporto sociale, l’unilateralismo nordamericano, il ricorso strumentale allo scontro di civiltà come potenziale detonatore d’ogni crisi desiderata e provocata, la volontà di ripristinare una sorta di feudalesimo (spartizione del territorio tra “signori”locali), come forma ottimale di gestione e controllo degli “stati canaglia” (Afghanistan, Somalia, iraq……)
Rimettere al centro la politica, coinvolgere la comunità internazionale: questa è la sfida.
Concepire percorsi realizzabili e condivisi, partendo dalle questioni reali e prospettando opzioni civili, non militari e socialmente rilevanti.
E’ un lavoro paziente, forse non spettacolare e neanche produttivo di consenso nell’immediato.
Queste considerazioni mi portano a guardare con favore la proposta avanzata da Rifondazione ed altri, nell’ambito della sinistra radicale e della Rosa nel Pugno, di acquistare il raccolto d’oppio dell’Afghanistan e di utilizzarlo per incrementare la produzione di morfina ad uso terapeutico.
Non è una follia ma, piuttosto, la più realistica ed efficace delle soluzioni possibili.
Sottrarrebbe i contadini al giogo dei criminali, dei signori della guerra e dei talebani stessi, rimetterebbe in discussione l’assetto socio economico che regge quel paese. Gli equilibri interni scaturiti dall’occupazione militare, sarebbero minati alla base.
La politica tornerebbe ad esercitare il suo ruolo.
Il problema sarebbe il costo di realizzazione e l’impegno del numero maggiore possibile di paesi occidentali nel finanziamento dell’impresa: finanziamento che sarebbe, di fatto, una scelta politica alternativa alla soluzione militare e potenzialmente foriera di altre e ulteriori opzioni civili.
Si stima che i contadini afgani guadagnino circa 700 milioni di dollari ogni anno dal commercio dell’oppio, la cifra, però, lievita se ci aggiungiamo i contrabbandieri, funzionari corrotti, insomma tutto l’indotto. Si tratterebbe, innanzi tutto di fissare un prezzo che non incoraggi i contadini a rivolgersi ai contrabbandieri e, nello stesso tempo, garantire loro l’acquisto del raccolto: ridistribuire il reddito prodotto tra la popolazione che, seppur, miseramente, ancora sopravvive con i benefici del commercio d’oppio. Altrimenti il rischio è quello di farsi risucchiare completamente dalla discussione bellica, di accettare l’agenda imposta dagli altri. Farsi schiacciare dal dilemma della Exit strategy, costituirebbe una deriva provinciale e minimalista che non sposterebbe di un millimetro in avanti, la soluzione del pantano afgano. Se i governi progressisti, i movimenti, gli organismi internazionali non avranno la capacità e l’intelligenza di proporre altre soluzioni praticabili, dovranno adeguarsi ancora a discutere delle decisioni gia prese dai soliti noti.
LUIGI FINOTTO "KAMO"
Le logiche conseguenze sono che l’economia afgana, dalla fine dell’occupazione sovietica ad oggi, è, di fatto, sorretta dalla coltivazione e traffico dell’oppio, un’attività che da sola, produce più del 50 per cento del reddito nazionale, non necessita d’infrastrutture civili, d’investimenti tecnologici ma, semplicemente della millenaria cultura dei contadini afgani.
Estirpare le coltivazioni di papavero sarebbe quindi il viatico sicuro alla bancarotta nazionale e all’ulteriore immiserimento della popolazione. A queste condizioni appare scellerato ogni programma di sradicamento delle colture e poi, chi avrebbe la forza e l autorità per un simile atto? L’inesistente governo afgano o le truppe d’occupazione? La contiguità tra potere politico e potere criminale è non solo accertata ma, addirittura costituisce l’ossatura che tiene in piedi ciò che oggi è l’Afganistan. Questo è un narco stato feudale, controllato dai War lords amici dell’occidente e dai talebani, i quali hanno bisogno dell’assenza d’ogni forma d’istituzione credibile e di società civile, perché solo così, possono gestire, pressoche’indisturbati l’affare miliardario del traffico di droga.
Il legittimo bisogno di sopravvivenza dei contadini, le smanie d’arricchimento dei signori della guerra e delle mafie internazionali, il delirio folle e razzista degli integralisti talebani si miscelano orribilmente e danno vita all’infernale pantano afgano.
In quel pantano ci stiamo anche noi, con le nostre truppe e, oggettivamente, per il semplice fatto di esserci, abbiamo dato il nostro contributo a questa devastante situazione.
Andarcene via è giusto ma, risolverebbe solo un nostro problema.
La questione afgana, invece, è molto di più, è uno snodo fondamentale ed anche emblematico, di quasi tutte le criticita’e i disastri che il neoliberismo globalizzato, sotto le insegne degli USA, sta sviluppando ovunque.
Volete degli esempi? Eccoli!
La sovrapposizione tra economia legale e criminale, l’eliminazione scientifica dell’idea stessa di società, lo svuotamento di poteri di tutti gli organismi internazionali, l’esclusione di fatto della politica, sostituita dalla militarizzazione d’ogni tipo di rapporto sociale, l’unilateralismo nordamericano, il ricorso strumentale allo scontro di civiltà come potenziale detonatore d’ogni crisi desiderata e provocata, la volontà di ripristinare una sorta di feudalesimo (spartizione del territorio tra “signori”locali), come forma ottimale di gestione e controllo degli “stati canaglia” (Afghanistan, Somalia, iraq……)
Rimettere al centro la politica, coinvolgere la comunità internazionale: questa è la sfida.
Concepire percorsi realizzabili e condivisi, partendo dalle questioni reali e prospettando opzioni civili, non militari e socialmente rilevanti.
E’ un lavoro paziente, forse non spettacolare e neanche produttivo di consenso nell’immediato.
Queste considerazioni mi portano a guardare con favore la proposta avanzata da Rifondazione ed altri, nell’ambito della sinistra radicale e della Rosa nel Pugno, di acquistare il raccolto d’oppio dell’Afghanistan e di utilizzarlo per incrementare la produzione di morfina ad uso terapeutico.
Non è una follia ma, piuttosto, la più realistica ed efficace delle soluzioni possibili.
Sottrarrebbe i contadini al giogo dei criminali, dei signori della guerra e dei talebani stessi, rimetterebbe in discussione l’assetto socio economico che regge quel paese. Gli equilibri interni scaturiti dall’occupazione militare, sarebbero minati alla base.
La politica tornerebbe ad esercitare il suo ruolo.
Il problema sarebbe il costo di realizzazione e l’impegno del numero maggiore possibile di paesi occidentali nel finanziamento dell’impresa: finanziamento che sarebbe, di fatto, una scelta politica alternativa alla soluzione militare e potenzialmente foriera di altre e ulteriori opzioni civili.
Si stima che i contadini afgani guadagnino circa 700 milioni di dollari ogni anno dal commercio dell’oppio, la cifra, però, lievita se ci aggiungiamo i contrabbandieri, funzionari corrotti, insomma tutto l’indotto. Si tratterebbe, innanzi tutto di fissare un prezzo che non incoraggi i contadini a rivolgersi ai contrabbandieri e, nello stesso tempo, garantire loro l’acquisto del raccolto: ridistribuire il reddito prodotto tra la popolazione che, seppur, miseramente, ancora sopravvive con i benefici del commercio d’oppio. Altrimenti il rischio è quello di farsi risucchiare completamente dalla discussione bellica, di accettare l’agenda imposta dagli altri. Farsi schiacciare dal dilemma della Exit strategy, costituirebbe una deriva provinciale e minimalista che non sposterebbe di un millimetro in avanti, la soluzione del pantano afgano. Se i governi progressisti, i movimenti, gli organismi internazionali non avranno la capacità e l’intelligenza di proporre altre soluzioni praticabili, dovranno adeguarsi ancora a discutere delle decisioni gia prese dai soliti noti.
LUIGI FINOTTO "KAMO"
APPUNTI SUL CORNO D'AFRICA:CAUSE E SVILUPPI DI UNA CRISI EMBLEMATICA
L’11 settembre è passato, con tutta la sua tronfia retorica sulla lotta al terrorismo.
Che dire? Com’e’ lo stato di distruzione dei committenti del terrore o presunti tali?
In Afganistan ed in Iraq le cose non vanno bene. In Iran e in Corea del nord si arranca: un giorno si discute su come accordarsi con loro ed un altro su come raderli al suolo, nel dubbio, intanto, teniamoli nella lista nera, tra gli stati canaglia. E’ un elenco che gli statunitensi aggiornano e poi inviano, presumo, via fax ai vari ministeri degli esteri del globo, affinché adeguino la loro politica estera.
Or bene, la novità è che il suddetto elenco potrebbe essere allungato di un’unità da un momento all’altro
La new entry dovrebbe essere l’Eritrea, si avete capito bene!!
La notizia è ufficiale, l’annuncio è del dipartimento di stato
Il vecchio John Wayne non è tipo che parli per far prendere aria alle tonsille, tuttaltro!!
Loro si, che si occupano dell’Africa e nella fattispecie di ciò che accade nel Corno d’Africa: è vero, sono rozzi e superficiali ma la carta geografica la conoscono bene e, sanno benissimo che la guerra è la distanza più breve che ci sia tra il loro interesse e la più vicina delle loro basi. Semplice, vero!!!!
L’uovo di colombo dell’americanismo in fin dei conti è tutto qui: la linea dell’orizzonte.
Per loro non è una striscia lontana, una bussola, un riferimento, piuttosto è una linea che li attraversa.Sono empirici, pragmatici: “Vedo una cosa, quindi la sto gia toccando”, ”ho un obiettivo?Sarà l’ultima tappa di ciò che sto facendo”
Ma come mai nella loro agenda, nel loro orizzonte è entrata la minuscola Eritrea (4 milioni d’abitanti e meno di 120 mila km quadrati)?
In realtà il loro interesse riguarda la vasta area dell’Africa orientale che potremmo allargare in questo caso anche al Sudan.
L’Eritrea è indipendente dal 93 e, malgrado diversi tentativi di porre basi lungo le sue coste o di recuperare vecchie posizioni militari che gia gli USA avevano al tempo in cui qui comandava il Negus, non è stato raggiunto alcun accordo in merito.
Inaccessibili sono rimaste le ancora più lunghe e appetibili coste somale, cuneo formidabile inserito tra l’oceano ed il Mar Rosso
Il Sudan, novella potenza petrolifera, è una sorta di provincia distaccata della Cina, in odor d’integralismo
Rimane quindi solo l’Etiopia, da sempre fornita di uno dei più valenti eserciti africani, grande paese con più di 70 milioni di persone.
Le benevoli attenzioni degli USA ovviamente si sono rivolte all’Etiopia e indirettamente anche quelle dei grandi investitori privati e soprattutto degli organismi internazionali, quelli legati al Whashington Consensus, ossia Fondo Monetario, Banca Mondiale.
L’Etiopia è anche il paese “Cristiano per eccellenza” della zona, sia per storia sia per consistenza numerica dei copti cristiani, pur essendoci una presenza mussulmana del 40 per cento almeno.
L’Africa Orientale, basta osservare la carta geografica, è una sorta di ponte naturale verso il mondo arabo, il medio oriente e l’India stessa.
Questa è una caratteristica culturale ed etnica, prima ancora di essere un dato geografico: ad esempio, la lingua somala, contiene molti termini che si rifanno a parole indiane. C’e’ un dato geopolitico che lega queste terre alle zone nevralgiche del presente e del futuro
Tutte le questioni che fanno da detonatori delle esplosioni del xxi secolo, sono li’ presenti, ad uso e consumo di chi voglia azionarli.
La questione energetica (Sudan ed in prospettiva Somalia), l’islamismo politico, lo scontro con la Cina.
I nordamericani hanno gia il loro gendarme in zona: l’Etiopia
Questa è la cornice: dentro c’e’ il quadro, i fatti, ci sono gli africani in carne ed ossa.
Ci sono le convulsione ed i tormenti di di 4 o 5 nazioni.
Di queste questioni, questo blog si occuperà in maniera circostanziata e possibilmente documentata, per ora, mi limito a brevi cenni, giusto per dare un idea di massima che, possibilmente, inquadri l’essenza delle tematiche in ballo.
Partendo dal Sudan. Questo enorme paese, il più grande d’Africa, ha recentemente scoperto un tesoro nelle sue viscere: il petrolio.
Il suo Pil è schizzato in alto, le condizioni di vita dei sudanesi meno. Khartum si appresta a diventare una moderna metropoli, centro d’affari.
La Cina è l’alleato di ferro, vero tutore dei sudanesi anche in sede ONU.
Il Sudan è la vera testa di ponte della penetrazione cinese in Africa, uno dei dati politici e strategici più importanti di questi anni
Il potere è islamico, la composizione etnica è articolata che, solo strumentalmente si può ricondurre ad un inesistente dualismo cristiani/mussulmani.
IL sud del paese è abitato da popolazioni prevalentemente animiste, etnicamente assimilabili ai popoli del centro Africa e molto marginalmente cristiane.
Si sono per anni difese non solo dall’islamizzazione forzata operata dal potere centrale ma, soprattutto dalla estromissione totale dal potere e dalla gestione diretta delle risorse. In parte, nel 2005, questo problema è stato risolto, per quanto riguarda ampie regioni del Sud, in seguito alle trattative con la guerriglia, ora presente al governo; anche il fronte orientale sudanese è stato sedato, grazie alla mediazione eritrea. Rimane la grave situazione del Darfur, regione che rivendica autonomia da Karthum. I messaggi (interessati) che arrivano da noi sono: è uno scontro di religione, cristiani mussulmani, è necessaria una “ingerenza umanitaria” per risolvere la crisi. Non vorrei sbagliarmi ma, ho l’impressione che questa filastrocca l’abbiamo sentita tante volte. Un formidabile cavallo di Troia, per intervenire ovunque, piazzarsi e stabilire le proprie regole e, poi, già che ci siamo, facciamo pure sloggiare i cinesi. Strike per qualcuno: via gli islamici, via i terroristi, via i cinesi e a noi i pozzi! La soluzione di un problema africano non può che essere data dagli africani, con gli strumenti di cui si doteranno e nei modi opportuni. E’ una tesi inaccettabile per la dottrina Bush. L’america è dove ci sono i miei interessi, l’America è dove ci sono i miei nemici, l’America è ovunque.
La convivenza e la distribuzione di potere tra diversi raggruppamenti etnici, in taluni casi, trasversali agli stessi paesi, è la fonte prima di tutte le contraddizioni africane, specialmente in quest’area. L’occidente ha delle responsabilità: come in Sudan, così altrove ,ha arbitrariamente stabilito in epoca coloniale e post coloniale una gerarchia di potere tra popoli diversi, funzionale ai propri interessi;In Sudan,per esempio, i britannici hanno,di fatto, attribuito il potere alle elite che erano espressione del nord e , questa situazione è rimasta tale fino ad ora: mi parrebbe alquanto inopportuno richiamare i britannici per risolverla.
L’Eritrea ,giovane stato, indipendente dal 1993, rivendica ,in perfetta continuità con la sua trentennale lotta di liberazione, una crescita graduale, autarchica, attingendo al patrimonio materiale e culturale dei popoli eritrei:facendo, caso unico in Africa, della pluralità etnica, un fattore propulsivo ed unitario.
L’Eritrea ha reimpostato il suo sistema di relazioni internazionali,proprio su questo principio. Ha più volte rifiutato l’”aiuto” statunitense, ha ridiscusso su basi nuove, il rapporto coi cosiddetti donatori, ha ridotto la presenza delle ONG, vincolando la loro attività ,al programma economico finanziario nazionale.
Da anni vive in uno stato di guerra, per una disputa di confine con l’Etiopia: il contenzioso, in realtà, è stato già risolto in seguito ad arbitrato internazionale inappellabile, a favore dell’Eritrea: l’ONU, però non riesce a dare attuazione a questa sentenza, costringendo questo minuscolo stato ad occuparsi, prevalentemente della sua sicurezza. L’ultima notizia riguardante l’Eritrea, è la sua candidatura ad entrare nel club degli stati canaglia,nell’elenco redatto dai nord americani.
La signora Frazier che si occupa di questioni africane, nell’ambito del Dipartimento di stato, ha rilevato ripetuti comportamenti da parte dell’Eritrea, estremamente pericolosi per la sicurezza degli USA e delle democrazie occidentali (ahimè,non è una barzelletta). Quali sarebbero questi oltraggi alla libertà e alla democrazia? Sostanzialmente l’aver ospitato una conferenza di tutte le forze somale di opposizione, comprese le componenti islamiche, le quali, come primo punto, per avviare la ricostruzione della nazione somale, chiedono il ritiro immediato delle truppe di occupazione etiopiche.
Avendo considerato le corti islamiche ,come terroristi, legati ad AL Qaeda, è implicito,ritenere gli eritrei collusi ai terroristi
Gia’,la Somalia. La scintilla che potrebbe far esplodere la prateria
Paese mussulmano, abitato da nomadi,dediti prevalentemente alla pastorizia, una lingua ed una cultura sostanzialmente comune, divisi in clan, in grandi gruppi umani.
Una sorta di struttura sociale genealogica. L’islam somalo è sunnita, tollerante per tradizione. In africa l’islam, mescolandosi a riti animistici ,ha generato una religione che non ha la pesantezza dottrinaria che ha altrove:più che un fine da perseguire, è stato un sistema di regole e relazioni.
Quest’Islam è da considerare, per sua natura, quasi impermeabile alle sirene integraliste
In Somalia è accaduto qualcosa di spiegabile con le premesse di cui sopra.
Le Corti Islamiche, ossia l’insieme dei tribunali che regolavano i conflitti ed i contenziosi, oltre ad essere anche elemento civile di regolazione e distribuzione, hanno assunto, nel tempo, un espressione politica ed utilizzato l’elemento religioso unificante, per combattere lo sfarinamento del paese.
La Somalia dopo la caduta di Siad Barre,il quale in qualche modo era riuscito a creare un sentimento nazionale,ha di fatto cessato di esistere come elemento statuale. Sbriciolata in bande,in feudi, controllati dai WarLords è finita in balia di razzie e violenze.
La Somalia è diventata centro di traffici e illeciti d’ogni tipo: dal traffico d’armi, allo scarico dei rifiuti tossici e nocivi e alla coltivazione e vendita di droga.
Questa situazione si è protratta per almeno un quindicennio:ogni tentativo di ristabilire la legalità si è dimostrato assai flebile.
Gli USA hanno volutamente foraggiato i signori della guerra, in chiave anti islamica, cercando in ogni modo di evitare la formazione di un entità statuale .
La vittoria delle Corti,appoggiate dalle popolazioni di Mogadiscio, non tanto per affinità ideologica ma, per desiderio di pace e normalità, ha gettato nello sconcerto gli Usa ed i loro gendarmi locali, i governanti etiopici.
Dopo pochi mesi,il paese è stato invaso ed occupato dall’esercito etiopico, ripetutamente bombardato dagli aerei americani.
Il pretesto è il solito e, come sempre, senza l’onere della prova: presenza di terroristi di Al Qaeda.
Tra i governi occidentali, solo l’Italia, ha espresso condanna per l’attacco americano.
L’operazione è andata bene anche all’Etiopia, sia perché ha rinvigorito l’alleanza con gli Usa e sia per il timore che la rinascita somala, riaccendesse le tensioni con la minoranza somala presente in Etiopia,precisamente nell’Ogaden. La situazione ora è caotica, con un autorità che si regge sull’appoggio esterno militare .
La diaspora somala, dopo un breve periodo, in cui pensava di rientrare è di nuovo sfiduciata.
L’agenda politica somala ora è di pertinenza della signora Frazier, del dipartimento di stato americano .
Ci sono tentativi di risoluzione di crisi: c’e una via africana, che deve passare necessariamente per i partecipanti della conferenza di Asmara ed una via etiopico-americana che prevede la creazione di uno stato fantoccio,provincia dell’Etiopia e piattaforma militare per azioni “anti terrorismo”
Il governo italiano denota un meritevole attivismo nelle faccende somale, grazie al vice ministro Sentinelli ma ,sarebbe opportuno che l’Italia nelle sedi opportune, condannasse l’ingerenza tramutata da cooperazione e sostegno: ingerenza che è ormai il faro della politica estera dell’Unione Europea e degli Usa
Avrà la forza? Dubitiamo
In questo scenario, la potenza, il soggetto forte è l’Etiopia.
Il soggetto forte ha una forza riflessa ed una fragilità reale
L’Etiopia è un colosso, frammentato in molteplici etnie che hanno sempre convissuto, accettando il dominio di una di loro,gli Amhara
Storicamente padri dell’impero etiopico e della religione copta.
Ora , in seguito a varie vicissitudini, che non è il caso di spiegare ora, il potere è finito ,in pratica,ai Tigre’
Questa è una minoranza, che ha la sua regione al confine con l’Eritrea e con la quale ha molto in comune, sia dal punto di vista linguistico che culturale.
Ha avuto un ruolo importante nella millenaria storia d’Etiopia ma rimane meno del 5 o 6 per cento della popolazione etiopica.
Una minoranza che in pochi anni ha occupato tutti i settori dello stato, ha sbaragliato l’opposizione ricorrendo a brogli ed arresti mirati, controlla i flussi miliardari che arrivano dagli organismi finanziari e dagli Usa stessi.
La forza dell’Etiopia è proporzionale alla consistenza degli interessi Usa in loco: per procura invade la Somalia, tiene in scacco l’Eritrea, fa il bastione della cristianità (con quasi meta popolazione mussulmana) in zona mussulmana.
Quanto può durare? Non saprei. Fin quando il puzzle etnico reggerà? Fino a quando il sostegno esterno compenserà l’indifferenza per le condizioni interne?
Sicuramente in quest’area si confrontano le due afriche: quella che è proiezione dei Piani di Aggiustamento Strutturale, delle donazioni, dei vincoli imposti dagli organismi finanziari internazionali, dell’apertura illimitata al capitale straniero, delle classi dirigenti plasmate su queste politiche endogene, della pervasiva presenza dell’industria della carità e della filantropia che occupa il deserto creato dalla distruzione dei bilanci pubblici;l’altra Africa,invece, che tra luci ed ombre, pone al centro della propria agenda politica, la sovranità nazionale che, in questo continente, spesso coincide con la costruzione ex novo o l’invenzione della nazione, col sancire il principio che le relazioni internazionali sono scelte di politica interna e non imposizioni che determinano la politica interna stessa.
I sommovimenti del Corno d’Africa riflettono anche e soprattutto questo scontro
In questo pezzo di continente vivono più di 120 milioni di persone e ridurre le loro drammatiche vicende, semplicemente ad uno scontro tra cristiani e mussulmani, tra terroristi e anti terroristi, tra moderati ed integralisti, significa applicare categorie meramente occidentali a fatti ed azioni che hanno, invece, una loro peculiarità e specificità. E’ l’ennesima imposizione ed intromissione violenta nella storia africana, anzi peggio ancora, è la negazione stessa che questo continente sia capace di fare Storia ed elaborare categorie concettuali proprie.
LUIGI FINOTTO "KAMO"
Che dire? Com’e’ lo stato di distruzione dei committenti del terrore o presunti tali?
In Afganistan ed in Iraq le cose non vanno bene. In Iran e in Corea del nord si arranca: un giorno si discute su come accordarsi con loro ed un altro su come raderli al suolo, nel dubbio, intanto, teniamoli nella lista nera, tra gli stati canaglia. E’ un elenco che gli statunitensi aggiornano e poi inviano, presumo, via fax ai vari ministeri degli esteri del globo, affinché adeguino la loro politica estera.
Or bene, la novità è che il suddetto elenco potrebbe essere allungato di un’unità da un momento all’altro
La new entry dovrebbe essere l’Eritrea, si avete capito bene!!
La notizia è ufficiale, l’annuncio è del dipartimento di stato
Il vecchio John Wayne non è tipo che parli per far prendere aria alle tonsille, tuttaltro!!
Loro si, che si occupano dell’Africa e nella fattispecie di ciò che accade nel Corno d’Africa: è vero, sono rozzi e superficiali ma la carta geografica la conoscono bene e, sanno benissimo che la guerra è la distanza più breve che ci sia tra il loro interesse e la più vicina delle loro basi. Semplice, vero!!!!
L’uovo di colombo dell’americanismo in fin dei conti è tutto qui: la linea dell’orizzonte.
Per loro non è una striscia lontana, una bussola, un riferimento, piuttosto è una linea che li attraversa.Sono empirici, pragmatici: “Vedo una cosa, quindi la sto gia toccando”, ”ho un obiettivo?Sarà l’ultima tappa di ciò che sto facendo”
Ma come mai nella loro agenda, nel loro orizzonte è entrata la minuscola Eritrea (4 milioni d’abitanti e meno di 120 mila km quadrati)?
In realtà il loro interesse riguarda la vasta area dell’Africa orientale che potremmo allargare in questo caso anche al Sudan.
L’Eritrea è indipendente dal 93 e, malgrado diversi tentativi di porre basi lungo le sue coste o di recuperare vecchie posizioni militari che gia gli USA avevano al tempo in cui qui comandava il Negus, non è stato raggiunto alcun accordo in merito.
Inaccessibili sono rimaste le ancora più lunghe e appetibili coste somale, cuneo formidabile inserito tra l’oceano ed il Mar Rosso
Il Sudan, novella potenza petrolifera, è una sorta di provincia distaccata della Cina, in odor d’integralismo
Rimane quindi solo l’Etiopia, da sempre fornita di uno dei più valenti eserciti africani, grande paese con più di 70 milioni di persone.
Le benevoli attenzioni degli USA ovviamente si sono rivolte all’Etiopia e indirettamente anche quelle dei grandi investitori privati e soprattutto degli organismi internazionali, quelli legati al Whashington Consensus, ossia Fondo Monetario, Banca Mondiale.
L’Etiopia è anche il paese “Cristiano per eccellenza” della zona, sia per storia sia per consistenza numerica dei copti cristiani, pur essendoci una presenza mussulmana del 40 per cento almeno.
L’Africa Orientale, basta osservare la carta geografica, è una sorta di ponte naturale verso il mondo arabo, il medio oriente e l’India stessa.
Questa è una caratteristica culturale ed etnica, prima ancora di essere un dato geografico: ad esempio, la lingua somala, contiene molti termini che si rifanno a parole indiane. C’e’ un dato geopolitico che lega queste terre alle zone nevralgiche del presente e del futuro
Tutte le questioni che fanno da detonatori delle esplosioni del xxi secolo, sono li’ presenti, ad uso e consumo di chi voglia azionarli.
La questione energetica (Sudan ed in prospettiva Somalia), l’islamismo politico, lo scontro con la Cina.
I nordamericani hanno gia il loro gendarme in zona: l’Etiopia
Questa è la cornice: dentro c’e’ il quadro, i fatti, ci sono gli africani in carne ed ossa.
Ci sono le convulsione ed i tormenti di di 4 o 5 nazioni.
Di queste questioni, questo blog si occuperà in maniera circostanziata e possibilmente documentata, per ora, mi limito a brevi cenni, giusto per dare un idea di massima che, possibilmente, inquadri l’essenza delle tematiche in ballo.
Partendo dal Sudan. Questo enorme paese, il più grande d’Africa, ha recentemente scoperto un tesoro nelle sue viscere: il petrolio.
Il suo Pil è schizzato in alto, le condizioni di vita dei sudanesi meno. Khartum si appresta a diventare una moderna metropoli, centro d’affari.
La Cina è l’alleato di ferro, vero tutore dei sudanesi anche in sede ONU.
Il Sudan è la vera testa di ponte della penetrazione cinese in Africa, uno dei dati politici e strategici più importanti di questi anni
Il potere è islamico, la composizione etnica è articolata che, solo strumentalmente si può ricondurre ad un inesistente dualismo cristiani/mussulmani.
IL sud del paese è abitato da popolazioni prevalentemente animiste, etnicamente assimilabili ai popoli del centro Africa e molto marginalmente cristiane.
Si sono per anni difese non solo dall’islamizzazione forzata operata dal potere centrale ma, soprattutto dalla estromissione totale dal potere e dalla gestione diretta delle risorse. In parte, nel 2005, questo problema è stato risolto, per quanto riguarda ampie regioni del Sud, in seguito alle trattative con la guerriglia, ora presente al governo; anche il fronte orientale sudanese è stato sedato, grazie alla mediazione eritrea. Rimane la grave situazione del Darfur, regione che rivendica autonomia da Karthum. I messaggi (interessati) che arrivano da noi sono: è uno scontro di religione, cristiani mussulmani, è necessaria una “ingerenza umanitaria” per risolvere la crisi. Non vorrei sbagliarmi ma, ho l’impressione che questa filastrocca l’abbiamo sentita tante volte. Un formidabile cavallo di Troia, per intervenire ovunque, piazzarsi e stabilire le proprie regole e, poi, già che ci siamo, facciamo pure sloggiare i cinesi. Strike per qualcuno: via gli islamici, via i terroristi, via i cinesi e a noi i pozzi! La soluzione di un problema africano non può che essere data dagli africani, con gli strumenti di cui si doteranno e nei modi opportuni. E’ una tesi inaccettabile per la dottrina Bush. L’america è dove ci sono i miei interessi, l’America è dove ci sono i miei nemici, l’America è ovunque.
La convivenza e la distribuzione di potere tra diversi raggruppamenti etnici, in taluni casi, trasversali agli stessi paesi, è la fonte prima di tutte le contraddizioni africane, specialmente in quest’area. L’occidente ha delle responsabilità: come in Sudan, così altrove ,ha arbitrariamente stabilito in epoca coloniale e post coloniale una gerarchia di potere tra popoli diversi, funzionale ai propri interessi;In Sudan,per esempio, i britannici hanno,di fatto, attribuito il potere alle elite che erano espressione del nord e , questa situazione è rimasta tale fino ad ora: mi parrebbe alquanto inopportuno richiamare i britannici per risolverla.
L’Eritrea ,giovane stato, indipendente dal 1993, rivendica ,in perfetta continuità con la sua trentennale lotta di liberazione, una crescita graduale, autarchica, attingendo al patrimonio materiale e culturale dei popoli eritrei:facendo, caso unico in Africa, della pluralità etnica, un fattore propulsivo ed unitario.
L’Eritrea ha reimpostato il suo sistema di relazioni internazionali,proprio su questo principio. Ha più volte rifiutato l’”aiuto” statunitense, ha ridiscusso su basi nuove, il rapporto coi cosiddetti donatori, ha ridotto la presenza delle ONG, vincolando la loro attività ,al programma economico finanziario nazionale.
Da anni vive in uno stato di guerra, per una disputa di confine con l’Etiopia: il contenzioso, in realtà, è stato già risolto in seguito ad arbitrato internazionale inappellabile, a favore dell’Eritrea: l’ONU, però non riesce a dare attuazione a questa sentenza, costringendo questo minuscolo stato ad occuparsi, prevalentemente della sua sicurezza. L’ultima notizia riguardante l’Eritrea, è la sua candidatura ad entrare nel club degli stati canaglia,nell’elenco redatto dai nord americani.
La signora Frazier che si occupa di questioni africane, nell’ambito del Dipartimento di stato, ha rilevato ripetuti comportamenti da parte dell’Eritrea, estremamente pericolosi per la sicurezza degli USA e delle democrazie occidentali (ahimè,non è una barzelletta). Quali sarebbero questi oltraggi alla libertà e alla democrazia? Sostanzialmente l’aver ospitato una conferenza di tutte le forze somale di opposizione, comprese le componenti islamiche, le quali, come primo punto, per avviare la ricostruzione della nazione somale, chiedono il ritiro immediato delle truppe di occupazione etiopiche.
Avendo considerato le corti islamiche ,come terroristi, legati ad AL Qaeda, è implicito,ritenere gli eritrei collusi ai terroristi
Gia’,la Somalia. La scintilla che potrebbe far esplodere la prateria
Paese mussulmano, abitato da nomadi,dediti prevalentemente alla pastorizia, una lingua ed una cultura sostanzialmente comune, divisi in clan, in grandi gruppi umani.
Una sorta di struttura sociale genealogica. L’islam somalo è sunnita, tollerante per tradizione. In africa l’islam, mescolandosi a riti animistici ,ha generato una religione che non ha la pesantezza dottrinaria che ha altrove:più che un fine da perseguire, è stato un sistema di regole e relazioni.
Quest’Islam è da considerare, per sua natura, quasi impermeabile alle sirene integraliste
In Somalia è accaduto qualcosa di spiegabile con le premesse di cui sopra.
Le Corti Islamiche, ossia l’insieme dei tribunali che regolavano i conflitti ed i contenziosi, oltre ad essere anche elemento civile di regolazione e distribuzione, hanno assunto, nel tempo, un espressione politica ed utilizzato l’elemento religioso unificante, per combattere lo sfarinamento del paese.
La Somalia dopo la caduta di Siad Barre,il quale in qualche modo era riuscito a creare un sentimento nazionale,ha di fatto cessato di esistere come elemento statuale. Sbriciolata in bande,in feudi, controllati dai WarLords è finita in balia di razzie e violenze.
La Somalia è diventata centro di traffici e illeciti d’ogni tipo: dal traffico d’armi, allo scarico dei rifiuti tossici e nocivi e alla coltivazione e vendita di droga.
Questa situazione si è protratta per almeno un quindicennio:ogni tentativo di ristabilire la legalità si è dimostrato assai flebile.
Gli USA hanno volutamente foraggiato i signori della guerra, in chiave anti islamica, cercando in ogni modo di evitare la formazione di un entità statuale .
La vittoria delle Corti,appoggiate dalle popolazioni di Mogadiscio, non tanto per affinità ideologica ma, per desiderio di pace e normalità, ha gettato nello sconcerto gli Usa ed i loro gendarmi locali, i governanti etiopici.
Dopo pochi mesi,il paese è stato invaso ed occupato dall’esercito etiopico, ripetutamente bombardato dagli aerei americani.
Il pretesto è il solito e, come sempre, senza l’onere della prova: presenza di terroristi di Al Qaeda.
Tra i governi occidentali, solo l’Italia, ha espresso condanna per l’attacco americano.
L’operazione è andata bene anche all’Etiopia, sia perché ha rinvigorito l’alleanza con gli Usa e sia per il timore che la rinascita somala, riaccendesse le tensioni con la minoranza somala presente in Etiopia,precisamente nell’Ogaden. La situazione ora è caotica, con un autorità che si regge sull’appoggio esterno militare .
La diaspora somala, dopo un breve periodo, in cui pensava di rientrare è di nuovo sfiduciata.
L’agenda politica somala ora è di pertinenza della signora Frazier, del dipartimento di stato americano .
Ci sono tentativi di risoluzione di crisi: c’e una via africana, che deve passare necessariamente per i partecipanti della conferenza di Asmara ed una via etiopico-americana che prevede la creazione di uno stato fantoccio,provincia dell’Etiopia e piattaforma militare per azioni “anti terrorismo”
Il governo italiano denota un meritevole attivismo nelle faccende somale, grazie al vice ministro Sentinelli ma ,sarebbe opportuno che l’Italia nelle sedi opportune, condannasse l’ingerenza tramutata da cooperazione e sostegno: ingerenza che è ormai il faro della politica estera dell’Unione Europea e degli Usa
Avrà la forza? Dubitiamo
In questo scenario, la potenza, il soggetto forte è l’Etiopia.
Il soggetto forte ha una forza riflessa ed una fragilità reale
L’Etiopia è un colosso, frammentato in molteplici etnie che hanno sempre convissuto, accettando il dominio di una di loro,gli Amhara
Storicamente padri dell’impero etiopico e della religione copta.
Ora , in seguito a varie vicissitudini, che non è il caso di spiegare ora, il potere è finito ,in pratica,ai Tigre’
Questa è una minoranza, che ha la sua regione al confine con l’Eritrea e con la quale ha molto in comune, sia dal punto di vista linguistico che culturale.
Ha avuto un ruolo importante nella millenaria storia d’Etiopia ma rimane meno del 5 o 6 per cento della popolazione etiopica.
Una minoranza che in pochi anni ha occupato tutti i settori dello stato, ha sbaragliato l’opposizione ricorrendo a brogli ed arresti mirati, controlla i flussi miliardari che arrivano dagli organismi finanziari e dagli Usa stessi.
La forza dell’Etiopia è proporzionale alla consistenza degli interessi Usa in loco: per procura invade la Somalia, tiene in scacco l’Eritrea, fa il bastione della cristianità (con quasi meta popolazione mussulmana) in zona mussulmana.
Quanto può durare? Non saprei. Fin quando il puzzle etnico reggerà? Fino a quando il sostegno esterno compenserà l’indifferenza per le condizioni interne?
Sicuramente in quest’area si confrontano le due afriche: quella che è proiezione dei Piani di Aggiustamento Strutturale, delle donazioni, dei vincoli imposti dagli organismi finanziari internazionali, dell’apertura illimitata al capitale straniero, delle classi dirigenti plasmate su queste politiche endogene, della pervasiva presenza dell’industria della carità e della filantropia che occupa il deserto creato dalla distruzione dei bilanci pubblici;l’altra Africa,invece, che tra luci ed ombre, pone al centro della propria agenda politica, la sovranità nazionale che, in questo continente, spesso coincide con la costruzione ex novo o l’invenzione della nazione, col sancire il principio che le relazioni internazionali sono scelte di politica interna e non imposizioni che determinano la politica interna stessa.
I sommovimenti del Corno d’Africa riflettono anche e soprattutto questo scontro
In questo pezzo di continente vivono più di 120 milioni di persone e ridurre le loro drammatiche vicende, semplicemente ad uno scontro tra cristiani e mussulmani, tra terroristi e anti terroristi, tra moderati ed integralisti, significa applicare categorie meramente occidentali a fatti ed azioni che hanno, invece, una loro peculiarità e specificità. E’ l’ennesima imposizione ed intromissione violenta nella storia africana, anzi peggio ancora, è la negazione stessa che questo continente sia capace di fare Storia ed elaborare categorie concettuali proprie.
LUIGI FINOTTO "KAMO"
giovedì 6 settembre 2007
IMMIGRATI E SICUREZZA:REALISMO E STATO DI DIRITTO
Si fa un gran parlare d’immigrati, di delitti e di sicurezza: le tre cose sono ovviamente correlate, nella vulgata mediatica.
Quando penso agli stranieri, a quelli che osservo nella mia città, ho come la sensazione di vivere in un altro paese e non in questo, devastato, secondo tutti i media, dall’invasione criminale degli alieni extracomunitari.
Qui, a San dona’sono all’incirca tremila, su una popolazione di quasi 40 mila persone: tanti?pochi? Non saprei dirvi. So solo che quando penso a loro mi vengono in mente tre gruppi che forse, ma non ne sono certo sono i tre i più numerosi: bangladeshi, senegalesi e ucraini.
Personalmente sono contento che ci siano: sono laboriosi, corretti ed ho la netta impressione che se sono qui è perché sono indispensabili alle nostre economie e alle nostre famiglie. Li vedo per strada ed in quel momento, capisco cosa vuol dire, in concreto, pluralità culturale, riesco persino a dare un significato alla parola: cultura.
La prima cosa che noto e’ che loro (specialmente senegalesi e bangladeschi) camminano, noi, invece, “andiamo” da un posto all’altro. Dalle loro movenze è evidente che l’orologio, per loro è solo uno dei modi per misurare il tempo; nei comportamenti, la distinzione tra uomo e donna è netta, per la donna, a volte, è sudditanza, ma spesso è anche distinzione. Non mi risulta che siano dediti ad attività criminali, anzi, spesso sono vittime di una certa criminalità economica(lavoro in nero,divieto di sindacalizzarsi,violazione delle norme sulla sicurezza), perfettamente accettata e giustificata dal nostro modello di sviluppo. Le ucraine, schive e sempre in gruppo, mi sorprendono per la loro età media, abbastanza alta. Ho visto donne di 60 anni, giunte in Italia da poco e, mi chiedo, come sia possibile a 60 anni emigrare. I senegalesi e bangladeshi sono giovani ed ho l’impressione, conoscendone qualcuno, che non siano qui per bighellonare ma che abbiano progetti molto precisi per se e per le loro famiglie che, abbiano l’intento di ricongiungere a se, almeno la cerchia più stretta dei loro familiari, quindi, deduco che, abbiano sicuramente la convinzione che questo sarà il paese del loro futuro, del loro tentativo di emanciparsi dalla povertà e dall’esclusione.
Non mi sembrano neanche del genere”comandi sior paron”, avrebbero una tendenza alla sindacalizzazione e, in ogni modo, manifestano molta attenzione verso i loro diritti.
Insomma non mi sembrano parassiti o criminali o avvezzi ad attivita’fastidiose e moleste.
Lo ammetto: ho una predisposizione “genetica” nel non vedere nello straniero il nemico e l’usurpatore, per cui, potrei anche essere condizionato da questo, nelle mie valutazioni.
Ciò che vedono i giornali esiste, non lo metto in dubbio, ma, esiste anche altro che loro evidentemente non vedono o forse non lo reputano notiziabile.
Legare l’immigrazione all’illegalità ed al crimine è diventato praticamente un assioma, un vero senso comune.
E’ una percezione quasi di massa e, sarebbe assurdo ridicolizzarla, considerarla con sufficienza o come un esclusivo effetto dei media.
La percezione diffusa di una sensazione è una “realtà” da rispettare e con cui fare i conti.
Ogni valutazione e proposta concreta deve poter intervenire da subito ed in maniera incisiva su questo dato di fatto, per quanto, possa essere considerato non veritiero o eccessivo.
Qualche valutazione.
I dati ufficiali affermano che gli omicidi e gli atti particolarmente efferati non sono aumentati anzi, sarebbero in leggero calo rispetto al passato. Gli omicidi in Italia, hanno, invece, una caratteristica particolare: in prevalenza hanno una matrice domestico-familiare.
E’ un dato inquietante: ci si ammazza in famiglia, tra parenti o amici.
Alcuni di questi omicidi si distinguono per la brutalità feroce e dal punto di vista geografico, sono collocati soprattutto al Nord: nel meridione la malavita organizzata invece è la prima causa delle morti violente.
C’e’ un aumento della criminalità diffusa o microcriminalita’anche se non nelle dimensioni che ci si potrebbe aspettare dal risalto mediatico. C’e’ un aumento dei furti nelle abitazioni e dello spaccio di stupefacenti ed, in questo genere di crimini, si registra indubbiamente una percentuale considerevole di stranieri non regolari, cosiddetti clandestini: la percentuale di stranieri regolari condannati ed in carcere è, invece, simile a quella degli italiani.
Un dato oggettivo è, perciò’, che un immigrato regolare di norma non è assolutamente pericoloso, non più di un italiano medio: gli stranieri regolari in Italia sono poco più di tre milioni e, quasi tutti, sono ex clandestini regolarizzati (nel corso di un decennio). Il dato politico è assai significativo: la regolarizzazione, l’accettazione da parte dell’immigrato di un sistema di regole, che prevede diritti ed impone doveri è.di per se, un antidoto alla criminalità. Una persona che lavora, che chiede il ricongiungimento del resto della sua famiglia, che manda i figli a scuola, che accende un mutuo per acquistare una casa, ha un progetto di vita e non una finalità criminale.
Il nesso criminalita-clandestinita’ deve essere affrontato senza demagogia, terrorismo psicologico, strumentalizzazioni e pulsioni xenofobe:affrontatato politicamente con lungimiranza .
E’ ovvio che se si rende una condizione umana e materiale(clandestinità), un reato, inevitabilmente coloro che si trovano in quest’assenza totale di regole, al di fuori della possibilità di rientrare in un circuito legale, potranno essere in balia d’atteggiamenti predatori e aggressivi verso l’ambiente circostante.
Quelli che propongono soluzioni drastiche e finali, come l’espulsione coatta di massa, sbatterli in galera tutti, sparargli addosso quando si avvicinano alle coste, sanno bene di pretendere cose tecnicamente irrealizzabili e giuridicamente inammissibili in uno stato di diritto: fanno demagogia, cavalcano la tigre, capitalizzano politicamente tutti i mal di pancia e le rabbie che hanno provocato ad arte. Oserei affermare che hanno tutto l’interesse affinché la situazione rimanga tale, sempre sul punto di esplodere. L’indotto della paura da di che vivere a molti. L’’industria della sicurezza è fiorente più che mai: porte blindate, telecamere, sistemi di sicurezza, vigilanza privata ecc ecc.
Quante carriere politiche sono state costruite sulla questione della sicurezza, dei clandestini, degli extracomunitari?
Queste considerazioni però non intendono assolutamente eludere la questione, né tanto meno spostare l’attenzione su altri aspetti, subordinati alla principale .
Il rapporto clandestinità -microcriminalita’/criminalità esiste, è nei numeri, nei dati di fatto.
Sarebbe un po’ ridicolo negarlo.
Per come la vedo io, sono due i versanti su cui intervenire
Uno è politico e l’altro è giudiziario
Per quanto riguarda il primo punto bisognerebbe agire affinché la sussistenza di una serie di condizioni”virtuose” possa consentire sempre la regolarizzazione per chi è in Italia da “sans papiers”, superando così, la logica delle sanatorie e delle emergenze; facilitare i ricongiungimenti familiari, anche come forma di sanatoria per chi dimostra di avere propri congiunti nel nostro territorio ; passare dallo jus sanguinis allo jus soli, per quanto riguarda il sistema di trasmissione della cittadinanza alla nascita(L’italia è uno degli ultimi paesi occidentali che legano l’attribuzione della cittadinanza alla nascita, alla semplice e pura appartenenza genealogica,altrove come in Francia e negli USA,si acquisisce la cittadinanza del luogo dove si nasce)
Queste misure, insieme con altre, renderebbero l’ampio popolo degli irregolari, non una moltitudine di sbandati senza arte ne parte, che campano nell’attesa messianica di un atto magnanimo e sanante ma, piuttosto, un insieme di persone che hanno stimoli e incentivi ad avere una condotta socialmente accettabile in quanto premiale.
Dal punto di vista giudiziario e investigativo, secondo me, si registra un incredibile ritardo, nella conoscenza dei fenomeni criminali non autoctoni, operanti in Italia.
Si può tornare indietro fino agli anni della mala del Brenta per trovare le prime incursioni organizzate delle bande provenienti dai balcani: la stessa banda Maniero si alleò con il crimine di matrice balcanica, sia per approvvigionarsi d’armi sia per riciclare il denaro sporco.
La guerra civile nell’ex Jugoslavia, riversò sul mercato del crimine una quantità gigantesca d’armi d’ogni tipo ed anche di”professionisti” pronti a capitalizzare le esperienze e le abilità acquisite in guerra. Le guerre balcaniche hanno prodotto non solo disgregazioni di popoli e territori, devastazioni umanitarie, collassi economici ma anche, mafie organizzate che hanno saputo trarre profitti dagli ampi spazi che concedono un economia di guerra e un’implosione devastante di sistema.
Hanno riempito gli arsenali della nostra delinquenza, hanno schiavizzato e deportato lungo le strade delle nostre città, migliaia e migliaia di giovani donne, per alimentare in continuazione il mercato della prostituzione, hanno gestito e controllato i flussi migratori da quei paesi verso l’occidente.
Le mafie kossovare, albanesi, croate, turche, hanno, di fatto, agito come un vero ufficio immigrazione.
E’ impensabile ed ingenuo ritenere che questi atti di criminalità diffusa, siano gesti estemporanei, frutto magari di una propensione alla barbarie d’alcuni gruppi etnici. Questi delinquenti che agiscono in maniera organizzata, sono articolazioni di bande più ampie, chiaramente di matrice mafiosa che, reclutano prevalentemente a monte, ossia nei paesi d’origine.
Malgrado questo, ancora oggi, l’attività’ d’indagine è frammentata, episodica: c’e’ un enorme spreco di risorse ed energie investigative, semplicemente per catturare l’ultimo anello della catena, quello che ha premuto il grilletto.
Perché non si riconosce ancora il carattere organizzato di questi crimini?Perché non c’e’ alcuna forma di coordinamento tra le procure che indagano su questi efferati atti? Non sarebbe il caso di avere, addirittura una sorta di procura unica che si occupi delle varie mafie straniere operanti in Italia e dei loro legami qui?
Un’attività d’indagine coordinata, incisiva, discreta, dotata di adeguati mezzi normativi e finanziari, di contatti internazionali, riuscirebbe sicuramente in un tempo ragionevole ad avere un quadro chiaro della situazione, una capacità d’intervento mirata ed efficace che, potrebbe ridimensionare il fenomeno criminale legato alla presenza di immigrati irregolari, in termini fisiologici.
L’impiego spettacolare delle forze dell’ordine o il ricorso a provvedimenti singoli, tanto eclatanti quanto sterili, ha solo una valenza propagandistica. L’effetto popolare e populista di queste misure consiste solamente nella cedola che, periodicamente staccano quelli, che hanno investito nel titolo, "sicurezza-immigrazione-criminalita’".
E’ esemplare, a tal proposito, la questione romena.
Molti dei fatti incresciosi di quest’ultimo periodo coinvolgono cittadini rumeni, tra l’altro non più da considerare extra-comunitari. Negli ultimissimi anni la comunità rumena è diventata la più numerosa tra quelle presenti in Italia. Non è assolutamente nell’ordine naturale delle cose che all’incremento della presenza di una comunità, corrisponde, quasi con proiezione aritmetica, l’impennata di furti e violazioni di legge d’ogni genere, legate proprio ai soggetti di quel particolare gruppo. E’ evidente che c’e’ qualcosa d’importante da capire: qualcosa che, evidentemente ancora sfugge e, forse, non è neanche degno d’adeguata attenzione.
Realismo e stato di diritto sono e rimangono le coordinate di riferimento
LUIGI FINOTTO”KAMO”
Quando penso agli stranieri, a quelli che osservo nella mia città, ho come la sensazione di vivere in un altro paese e non in questo, devastato, secondo tutti i media, dall’invasione criminale degli alieni extracomunitari.
Qui, a San dona’sono all’incirca tremila, su una popolazione di quasi 40 mila persone: tanti?pochi? Non saprei dirvi. So solo che quando penso a loro mi vengono in mente tre gruppi che forse, ma non ne sono certo sono i tre i più numerosi: bangladeshi, senegalesi e ucraini.
Personalmente sono contento che ci siano: sono laboriosi, corretti ed ho la netta impressione che se sono qui è perché sono indispensabili alle nostre economie e alle nostre famiglie. Li vedo per strada ed in quel momento, capisco cosa vuol dire, in concreto, pluralità culturale, riesco persino a dare un significato alla parola: cultura.
La prima cosa che noto e’ che loro (specialmente senegalesi e bangladeschi) camminano, noi, invece, “andiamo” da un posto all’altro. Dalle loro movenze è evidente che l’orologio, per loro è solo uno dei modi per misurare il tempo; nei comportamenti, la distinzione tra uomo e donna è netta, per la donna, a volte, è sudditanza, ma spesso è anche distinzione. Non mi risulta che siano dediti ad attività criminali, anzi, spesso sono vittime di una certa criminalità economica(lavoro in nero,divieto di sindacalizzarsi,violazione delle norme sulla sicurezza), perfettamente accettata e giustificata dal nostro modello di sviluppo. Le ucraine, schive e sempre in gruppo, mi sorprendono per la loro età media, abbastanza alta. Ho visto donne di 60 anni, giunte in Italia da poco e, mi chiedo, come sia possibile a 60 anni emigrare. I senegalesi e bangladeshi sono giovani ed ho l’impressione, conoscendone qualcuno, che non siano qui per bighellonare ma che abbiano progetti molto precisi per se e per le loro famiglie che, abbiano l’intento di ricongiungere a se, almeno la cerchia più stretta dei loro familiari, quindi, deduco che, abbiano sicuramente la convinzione che questo sarà il paese del loro futuro, del loro tentativo di emanciparsi dalla povertà e dall’esclusione.
Non mi sembrano neanche del genere”comandi sior paron”, avrebbero una tendenza alla sindacalizzazione e, in ogni modo, manifestano molta attenzione verso i loro diritti.
Insomma non mi sembrano parassiti o criminali o avvezzi ad attivita’fastidiose e moleste.
Lo ammetto: ho una predisposizione “genetica” nel non vedere nello straniero il nemico e l’usurpatore, per cui, potrei anche essere condizionato da questo, nelle mie valutazioni.
Ciò che vedono i giornali esiste, non lo metto in dubbio, ma, esiste anche altro che loro evidentemente non vedono o forse non lo reputano notiziabile.
Legare l’immigrazione all’illegalità ed al crimine è diventato praticamente un assioma, un vero senso comune.
E’ una percezione quasi di massa e, sarebbe assurdo ridicolizzarla, considerarla con sufficienza o come un esclusivo effetto dei media.
La percezione diffusa di una sensazione è una “realtà” da rispettare e con cui fare i conti.
Ogni valutazione e proposta concreta deve poter intervenire da subito ed in maniera incisiva su questo dato di fatto, per quanto, possa essere considerato non veritiero o eccessivo.
Qualche valutazione.
I dati ufficiali affermano che gli omicidi e gli atti particolarmente efferati non sono aumentati anzi, sarebbero in leggero calo rispetto al passato. Gli omicidi in Italia, hanno, invece, una caratteristica particolare: in prevalenza hanno una matrice domestico-familiare.
E’ un dato inquietante: ci si ammazza in famiglia, tra parenti o amici.
Alcuni di questi omicidi si distinguono per la brutalità feroce e dal punto di vista geografico, sono collocati soprattutto al Nord: nel meridione la malavita organizzata invece è la prima causa delle morti violente.
C’e’ un aumento della criminalità diffusa o microcriminalita’anche se non nelle dimensioni che ci si potrebbe aspettare dal risalto mediatico. C’e’ un aumento dei furti nelle abitazioni e dello spaccio di stupefacenti ed, in questo genere di crimini, si registra indubbiamente una percentuale considerevole di stranieri non regolari, cosiddetti clandestini: la percentuale di stranieri regolari condannati ed in carcere è, invece, simile a quella degli italiani.
Un dato oggettivo è, perciò’, che un immigrato regolare di norma non è assolutamente pericoloso, non più di un italiano medio: gli stranieri regolari in Italia sono poco più di tre milioni e, quasi tutti, sono ex clandestini regolarizzati (nel corso di un decennio). Il dato politico è assai significativo: la regolarizzazione, l’accettazione da parte dell’immigrato di un sistema di regole, che prevede diritti ed impone doveri è.di per se, un antidoto alla criminalità. Una persona che lavora, che chiede il ricongiungimento del resto della sua famiglia, che manda i figli a scuola, che accende un mutuo per acquistare una casa, ha un progetto di vita e non una finalità criminale.
Il nesso criminalita-clandestinita’ deve essere affrontato senza demagogia, terrorismo psicologico, strumentalizzazioni e pulsioni xenofobe:affrontatato politicamente con lungimiranza .
E’ ovvio che se si rende una condizione umana e materiale(clandestinità), un reato, inevitabilmente coloro che si trovano in quest’assenza totale di regole, al di fuori della possibilità di rientrare in un circuito legale, potranno essere in balia d’atteggiamenti predatori e aggressivi verso l’ambiente circostante.
Quelli che propongono soluzioni drastiche e finali, come l’espulsione coatta di massa, sbatterli in galera tutti, sparargli addosso quando si avvicinano alle coste, sanno bene di pretendere cose tecnicamente irrealizzabili e giuridicamente inammissibili in uno stato di diritto: fanno demagogia, cavalcano la tigre, capitalizzano politicamente tutti i mal di pancia e le rabbie che hanno provocato ad arte. Oserei affermare che hanno tutto l’interesse affinché la situazione rimanga tale, sempre sul punto di esplodere. L’indotto della paura da di che vivere a molti. L’’industria della sicurezza è fiorente più che mai: porte blindate, telecamere, sistemi di sicurezza, vigilanza privata ecc ecc.
Quante carriere politiche sono state costruite sulla questione della sicurezza, dei clandestini, degli extracomunitari?
Queste considerazioni però non intendono assolutamente eludere la questione, né tanto meno spostare l’attenzione su altri aspetti, subordinati alla principale .
Il rapporto clandestinità -microcriminalita’/criminalità esiste, è nei numeri, nei dati di fatto.
Sarebbe un po’ ridicolo negarlo.
Per come la vedo io, sono due i versanti su cui intervenire
Uno è politico e l’altro è giudiziario
Per quanto riguarda il primo punto bisognerebbe agire affinché la sussistenza di una serie di condizioni”virtuose” possa consentire sempre la regolarizzazione per chi è in Italia da “sans papiers”, superando così, la logica delle sanatorie e delle emergenze; facilitare i ricongiungimenti familiari, anche come forma di sanatoria per chi dimostra di avere propri congiunti nel nostro territorio ; passare dallo jus sanguinis allo jus soli, per quanto riguarda il sistema di trasmissione della cittadinanza alla nascita(L’italia è uno degli ultimi paesi occidentali che legano l’attribuzione della cittadinanza alla nascita, alla semplice e pura appartenenza genealogica,altrove come in Francia e negli USA,si acquisisce la cittadinanza del luogo dove si nasce)
Queste misure, insieme con altre, renderebbero l’ampio popolo degli irregolari, non una moltitudine di sbandati senza arte ne parte, che campano nell’attesa messianica di un atto magnanimo e sanante ma, piuttosto, un insieme di persone che hanno stimoli e incentivi ad avere una condotta socialmente accettabile in quanto premiale.
Dal punto di vista giudiziario e investigativo, secondo me, si registra un incredibile ritardo, nella conoscenza dei fenomeni criminali non autoctoni, operanti in Italia.
Si può tornare indietro fino agli anni della mala del Brenta per trovare le prime incursioni organizzate delle bande provenienti dai balcani: la stessa banda Maniero si alleò con il crimine di matrice balcanica, sia per approvvigionarsi d’armi sia per riciclare il denaro sporco.
La guerra civile nell’ex Jugoslavia, riversò sul mercato del crimine una quantità gigantesca d’armi d’ogni tipo ed anche di”professionisti” pronti a capitalizzare le esperienze e le abilità acquisite in guerra. Le guerre balcaniche hanno prodotto non solo disgregazioni di popoli e territori, devastazioni umanitarie, collassi economici ma anche, mafie organizzate che hanno saputo trarre profitti dagli ampi spazi che concedono un economia di guerra e un’implosione devastante di sistema.
Hanno riempito gli arsenali della nostra delinquenza, hanno schiavizzato e deportato lungo le strade delle nostre città, migliaia e migliaia di giovani donne, per alimentare in continuazione il mercato della prostituzione, hanno gestito e controllato i flussi migratori da quei paesi verso l’occidente.
Le mafie kossovare, albanesi, croate, turche, hanno, di fatto, agito come un vero ufficio immigrazione.
E’ impensabile ed ingenuo ritenere che questi atti di criminalità diffusa, siano gesti estemporanei, frutto magari di una propensione alla barbarie d’alcuni gruppi etnici. Questi delinquenti che agiscono in maniera organizzata, sono articolazioni di bande più ampie, chiaramente di matrice mafiosa che, reclutano prevalentemente a monte, ossia nei paesi d’origine.
Malgrado questo, ancora oggi, l’attività’ d’indagine è frammentata, episodica: c’e’ un enorme spreco di risorse ed energie investigative, semplicemente per catturare l’ultimo anello della catena, quello che ha premuto il grilletto.
Perché non si riconosce ancora il carattere organizzato di questi crimini?Perché non c’e’ alcuna forma di coordinamento tra le procure che indagano su questi efferati atti? Non sarebbe il caso di avere, addirittura una sorta di procura unica che si occupi delle varie mafie straniere operanti in Italia e dei loro legami qui?
Un’attività d’indagine coordinata, incisiva, discreta, dotata di adeguati mezzi normativi e finanziari, di contatti internazionali, riuscirebbe sicuramente in un tempo ragionevole ad avere un quadro chiaro della situazione, una capacità d’intervento mirata ed efficace che, potrebbe ridimensionare il fenomeno criminale legato alla presenza di immigrati irregolari, in termini fisiologici.
L’impiego spettacolare delle forze dell’ordine o il ricorso a provvedimenti singoli, tanto eclatanti quanto sterili, ha solo una valenza propagandistica. L’effetto popolare e populista di queste misure consiste solamente nella cedola che, periodicamente staccano quelli, che hanno investito nel titolo, "sicurezza-immigrazione-criminalita’".
E’ esemplare, a tal proposito, la questione romena.
Molti dei fatti incresciosi di quest’ultimo periodo coinvolgono cittadini rumeni, tra l’altro non più da considerare extra-comunitari. Negli ultimissimi anni la comunità rumena è diventata la più numerosa tra quelle presenti in Italia. Non è assolutamente nell’ordine naturale delle cose che all’incremento della presenza di una comunità, corrisponde, quasi con proiezione aritmetica, l’impennata di furti e violazioni di legge d’ogni genere, legate proprio ai soggetti di quel particolare gruppo. E’ evidente che c’e’ qualcosa d’importante da capire: qualcosa che, evidentemente ancora sfugge e, forse, non è neanche degno d’adeguata attenzione.
Realismo e stato di diritto sono e rimangono le coordinate di riferimento
LUIGI FINOTTO”KAMO”
lunedì 3 settembre 2007
Eritrea:Nazionalismo e costruzione di una nazione
Anche se l’Eritrea, nei suoi confini attuali, è stata definita tramite il colonialismo italiano, è importante ricordare che la storia della sua gente non è cominciata con la colonizzazione italiana. La gente eritrea ha avuto una sua storia e civilizzazione, sue leggi e sistemi amministrativi prima del colonialismo. Ha avuto proprie attività politiche, economiche, sociali e culturali.
I successivi dominatori coloniali nel corso degli anni hanno influenzato la vita e i sistemi amministrativi dell’Eritrea, ma non li hanno distrutti. I colonizzatori hanno lasciato tracce della loro eredità; allo stesso tempo, la tradizione eritrea, benché subisse cambiamenti e modificazioni, ha conservato le caratteristiche di base, che sono state trasmesse attraverso le generazioni. Quindi per capire completamente la situazione attuale e il programma del nostro paese per il futuro, è fondamentale capire le dinamiche all’interno della società eritrea, oltre che le eredità dei vari colonizzatori.
Il colonialismo italiano è durato cinquanta anni. Non ha completamente cambiato la società eritrea, né la sua influenza è risultata distribuita uniformemente. Tuttavia non può essere negato il suo effetto durevole sulla storia dell’Eritrea. Il colonialismo italiano, come tutti i colonialismi europei, stabilì forzatamente i confini dell’Eritrea; sottoponendo tutta la gente ad una gestione all’interno di questi confini, ha aperto un nuovo capitolo nella storia dell’Eritrea.
Usando le capacità italiane, ma contando principalmente sulle risorse umane e materiali dell’Eritrea, il colonialismo italiano ha costruito città e porti, strade principali e ferrovie, fabbriche e fattorie moderne. Ha introdotto la coscrizione. Inoltre, ha generato le condizioni per le quali i cittadini eritrei da tutti gli angoli del paese sono stati messi nelle condizioni di muoversi e conoscersi, costituendo così anche esperienze comuni. Il limite dell’influenza coloniale può variare da un posto ad un altro (alcuni potrebbero non esserne stati toccati), ma l’aumento dell'interazione fra eritrei, unito con la loro reazione all’aumentare dell’oppressione italiana e al razzismo, hanno posato i semi della coscienza nazionale eritrea.
L'istituzione della prima associazione politica moderna Eritrea, Mahber Fikri Hager (amore del suo paese), alla conclusione dell'era coloniale italiana e l’arrivo dei Britannici, è una chiara testimonianza della coscienza nazionale. La Gestione Militare Britannica in Eritrea è stata provvisoria e di breve durata, lasciando così un’eredità limitata. In ogni caso la Bma incrementò le opportunità di studio e permise attività politiche e libertà d’espressione, secondo la tattica del “dividi e governa„, essa si sforzò di generare divisioni fra la gente dell’Eritrea.
Pose le basi affinché si realizzasse il piano Etiopico-Americano di rifiuto alla gente eritrea del diritto all’auto-determinazione. La gestione britannica inoltre distrusse parecchie imprese economiche eritree e molte infrastrutture. Durante la dominazione britannica, l’allora nascente movimento nazionalista eritreo non ha potuto ne combattere la cospirazione covata contro l'Eritrea ne preservarsi dalla disunione. Quello che n’è conseguito è stata la dominazione coloniale etiopica la cui crudeltà non ha avuto uguali nella storia dell’Eritrea.
All'inizio il colonialismo etiopico in Eritrea non era né diretto n’evidente. Questo perché le condizioni interne così come quelle esterne in Eritrea non erano direttamente riconducibili alla dominazione etiopica. E’ sotto il pretesto della risoluzione, promossa dagli Usa, delle Nazioni Unite sulla Federazione nel 1952 che è iniziata la dominazione etiopica. Il periodo della federazione (1952-1962) ha testimoniato l'erosione dell’indipendenza interna dell’Eritrea, l’espansionismo aggressivo della dominazione etiopica e lo sviluppo della resistenza eritrea.
Una delle più significative realizzazioni di questo periodo è stato l'aumento visibile della nostra lotta nazionale, che era cominciata negli anni quaranta: l'emergere dei movimenti degli operai e degli studenti e in particolare, dell'istituzione e dell'espansione del Movimento di Liberazione dell’Eritrea (Mahber Showate). L'Etiopia coloniale era, secondo tutti i punti di vista, più arretrata dell’Eritrea. Di conseguenza non c’era niente che l'Etiopia potesse costruire o migliorare in Eritrea; ha soltanto distrutto. Con grossolane misure repressive ha insidiato sistematicamente la vita politica, economica, sociale e culturale degli eritrei.
Ha sradicato la democrazia politica allora germogliante in Eritrea e ha portato un periodo di crudele dittatura. Distruggendo l'economia e le infrastrutture, l'Etiopia ha riportato indietro l’Eritrea di 30-40 anni. La peggiore, più difficile e più insolubile, eredità coloniale che l'Etiopia ha lasciato, tuttavia, è stata la cultura arretrata e corrotta della sua classe dirigente. Determinate caratteristiche della cultura eritrea di cui eravamo fieri, quali la disciplina, l'onestà, la forte etica del lavoro, l’iniziativa, l’inventiva, l’autosufficienza e il detestare la dipendenza, lasciarono il posto alla corruzione, alla truffa, alla pigrizia e alla dipendenza dall’ elemosina, durante la dominazione coloniale etiopica, specialmente nelle aree urbane.
L'Etiopia ha potuto mantenere un paese più sviluppato e più avanzato, l’Eritrea, sotto il giogo della sua dominazione per quaranta anni principalmente grazie al supporto delle grandi potenze mondiali, in primo luogo gli Stati Uniti e successivamente, l'Unione Sovietica. L’enorme supporto che ha ricevuto l’Etiopia ha prolungato la dominazione coloniale etiopica e la sofferenza della gente dell’Eritrea e reso il prezzo dell’indipendenza assai superiore a quanto sarebbe stato diversamente. Questo sostegno illimitato all'Etiopia da una parte e l'isolamento della rivoluzione eritrea dall’altra, ci ha indotto a contare esclusivamente sulle nostre risorse e ha stimolato l’inventiva e l'ingegnosità in tutti i campi.
Non è un’esagerazione affermare che questo ha provocato l'istituzione di una delle lotte di liberazione più sviluppate al mondo, che ha contribuito notevolmente alla ricostruzione nazionale dell’Eritrea. La lotta di liberazione dell’Eritrea all’inizio non è avanzata bene. Quando, nel 1961, il Fronte di Liberazione dell’Eritrea (ELF) ha cominciato la lotta armata ha interpretato il desiderio della gente eritrea. Tuttavia la prospettiva dell’ELF e il metodo non erano favorevoli all'unità della gente dell’Eritrea, ne erano utili alla costruzione della nazione e al successo della lotta.
L’errore fondamentale dell’ELF è stata di indulgere nelle divisioni della società eritrea seguendo linee etniche, religiose e regionali, fomentando tali divisioni invece di favorire la mobilitazione di tutto gli eritrei. Ci sono stati da allora tragici sviluppi politici in Eritrea, tuttavia la tendenza a sfruttare le differenze nella popolazione eritrea per piccoli e contingenti vantaggi politici e giocare così su atteggiamenti culturalmente e mentalmente ristretti non è sparito dalla politica eritrea. Quelli che hanno utilizzato al massimo questo genere di politica di divisione sono stati i dominatori etiopici. Rendendosi conto di non poter sconfiggere la gente eritrea con le pallottole e la potenza di fuoco, non si sono risparmiati, fino al giorno della loro fuga, nel seminare la discordia fra la gente eritrea, mettendo una parte contro l’altra.
Negli anni sessanta hanno bruciato le moschee, mentre hanno risparmiato le chiese. Successivamente hanno provato a strumentalizzare gli abitanti dei bassopiani, creando fittizie divisioni con gli altri eritrei. Si sono applicati senza sosta nella loro politica che divide fino ai più bassi livelli sociali, generando conflitti fra i villaggi e perfino fra la gente all'interno di uno stesso villaggio. Il Movimento di Liberazione dell’Eritrea e in particolare il Fronte di Liberazione Popolare Eritreo (EPLF) sono riusciti a contrastare gli intrighi degli etiopici e dei loro collaboratori eritrei, coltivando il nazionalismo e l'unità fra la gente d’eritrea.
L’EPLF ha generato un ambito di lotta in cui tutti gli eritrei che si erano opposti alla dominazione coloniale ed erano desiderosi d’indipendenza, potevano partecipare indipendentemente dalla loro religione, lingua, origine etnica, classe e tipo. L’EPLF si è trasformato in una casa comune per le centinaia e le migliaia di eritrei che sono venuti dalle aree urbane e rurali, dalle regioni della pianura e dell'altopiano e dalle località più distanti. Ha alimentato il nazionalismo degli eritrei e ha posto le basi per l’unità nazionale, escludendo tutti gli atteggiamenti di divisione e di ristrettezza mentale. Ha insegnato, diffuso ed esercitato l'uguaglianza tra tutti i cittadini. In tutte le sue politiche e azioni, l’EPLF ha coltivato il nazionalismo inclusivo e l'unità della gente eritrea.
Attraverso una storia di cento anni d’esperienza coloniale e soprattutto dalle proprie attività storiche, la gente d’Eritrea si è trasformata in un popolo, composto di molti gruppi etnici, linguistici e molte culture. Il viaggio di costruzione di una nazione è lungo e complicato. Anche se le basi del nazionalismo eritreo sono state piantate saldamente con la nostra lotta lunga di liberazione, deve ancora essere completato. La popolazione Eritrea, la cui unità è radicata in una lunga tradizione di coesistenza pacifica e armoniosa ed è stata rinforzata attraverso la lunga lotta, è una delle popolazioni più unite fra le società con strutture sociali simili.
Per effetto di quest’unità è stata realizzata la vittoria e, quindi la pace e la stabilità ora prevalgono nell’Eritrea indipendente. L'istituzione del governo dell’Eritrea riflette e rinforza quest’unità d’ampio respiro. Abbiamo esplorato brevemente la storia centenaria del popolo eritreo. Durante quel secolo la naturale storia della gente Eritrea è stata interrotta dal colonialismo. Gli eritrei hanno vissuto l’oppressione coloniale, compreso il peggior genere di razzismo fascista. Diversamente dagli altri popoli colonizzati, agli eritrei è stato negato il diritto all’indipendenza.
Inoltre mentre la gente similmente oppressa che ha condotto lotte di liberazione, stava ottenendo un largo supporto internazionale, la gente eritrea è stata obbligata a condurre da sola la propria lotta, contro un nemico sostenuto a livello internazionale. Questa lotta è stata considerata da molti osservatori come inutile e sconsiderata. La gente eritrea è emersa vittoriosa da questa prova molto difficile. La pesante potenza di fuoco non l’ha indebolita; al contrario l’ha indurita e ha rinforzato la sua determinazione. Ha guadagnato solo così l'indipendenza e la sovranità.
In parecchi paesi in cui sono state condotte lotte nazionali di liberazione, all’indipendenza sono seguiti conflitti e a volte guerre civili. In Eritrea, tuttavia, grazie alla forte unità nazionale, sviluppata con la lotta ed una gestione politica matura, la pace, e la stabilità hanno prevalso. E’ stato stabilito un governo, di ampio respiro e di sostegno popolare, per un periodo di transizione. Le transizioni sono solitamente difficili, ma l’Eritrea sta trovando rapidamente le soluzioni ai problemi incontrati durante questo periodo. Con grandi speranze, il paese si è orientato verso la difficile sfida dello sviluppo di una società moderna e stabile. Dire che il Fronte di Liberazione Popolare Eritreo (EPLF) ha dato il maggior contributo alla grande vittoria della gente eritrea, è soltanto dichiarare un fatto storico.
Come già è stato accennato, in Eritrea, la lotta armata era in uno stato di crisi e quindi vicino alla sconfitta verso la fine degli anni sessanta e nei primi anni settanta. Quello che ha dato nuova vita alla lotta, è stata l'istituzione dell’EPLF. E’ stato l’EPLF quello che ha attuato la rivoluzione. Sfidando e fronteggiando le campagne militari, sostenute dai sovietici, dell'esercito più grande dell‘Africa nera(l’esercito etiopico), ha realizzato una storica vittoria militare finale, stabilito un vasto fronte nazionale e fatto della partecipazione popolare una realtà, organizzato un referendum in modo che l'indipendenza fosse il risultato di una scelta libera e legale della gente eritrea e non una mera vittoria militare: ha posto solide fondamenta per l’indipendenza dell’Eritrea e i suoi rapporti internazionali.
L’EPLF ha realizzato con successo gli obiettivi di base per la quale ha iniziato: l’indipendenza e la pace per l’Eritrea. Come Fronte di Liberazione ha compiuto la sua missione con un successo indiscutibile. L’EPLF, tuttavia, non ha mai perseguito l'indipendenza come fine a se stessa, ma piuttosto come presupposto per lo sviluppo della società democratica e moderna in cui la giustizia e la prosperità fossero gli elementi prevalenti. Considerato che l’EPLF è un'organizzazione politica che abbraccia tutte le componenti della popolazione eritrea ed è vocata all’ unità nonché ricca di esperienza,e’ da ritenere che abbia la capacità di dare un grande contributo allo sviluppo dell’Eritrea. Tuttavia questo nuovo capitolo e le nuove sfide in attesa richiedono nuove strutture organizzative, nuovi meccanismi e direttive. Questa nuova struttura non può essere separata e prescindere dalla ricca esperienza del passato.
Deve essere costruita sulle forti fondamenta già stabilite dall’EPLF. Deve ereditare e migliorare le politiche e le pratiche esemplari sperimentate dalle vicende precedenti e contemporaneamente, evitare le debolezze e le imperfezioni passate e attuali. Deve elaborare programmi politici, strutture organizzative e procedure di lavoro che siano adatti alle nuove esigenze di questo nuovo capitolo. La nuova struttura deve considerare la natura della nostra società, della relativa fase inerente allo sviluppo e delle lezioni apprese dalla esperienza precedente così come dalle alte esperienze affrontate nel terzo mondo.
Affinché questa nuova struttura sia costruttiva e diventi equa rispetto alle esigenze di questa nuova fase, deve essere il risultato un movimento d’ampio respiro, che abbracci tutti i patrioti e gli eritrei democratici, in alternativa ad un tipo d’organizzazione con base ristretta. La maggior parte dei membri dell’EPLF hanno un forte impegno nel progresso del paese, per la cui indipendenza si sono fortemente battuti e sacrificati Quindi è naturale che diventino parte attiva nel movimento, come altri che amano il paese e la sua gente, ma sono stati al di fuori dell’EPLF a causa degli sviluppi della lotta di liberazione o per altri motivi.
Durante questa nuova fase di costruzione politica, economica, sociale e culturale della nazione, mentre stiamo costruendo un movimento politico allargato per guidare efficacemente il nostro viaggio futuro, dobbiamo chiarire i nostri obiettivi di base e i mezzi con cui realizzarli. Siamo risultati vittoriosi, nonostante tutte le difficoltà e pericoli, perché come movimento di liberazione e come popolo, abbiamo avuto chiarezza e visione comune degli obiettivi d’indipendenza e di pace; anche oggi dobbiamo avere una visione progressiva dell’Eritrea e della sua gente ed è ,di massima importanza che una tale visione entri nei cuori e nelle menti di tutti gli eritrei in modo da tale da poterla organizzare e tentare di realizzare
2)La nostra visione di un’Eritrea futura
Cosa vogliamo noi, come nazione e popolo, in questa fase? Poiché abbiamo convertito i sogni di pace e d’indipendenza di ieri in realtà, quali sono i sogni odierni che vogliamo convertire in realtà? In breve quale è la nostra “visione”? La nostra visione è che l’Eritrea si trasformi in un paese in cui la pace, la giustizia, la democrazia e la prosperità prevalgano. La nostra visione è di eliminare la fame, la povertà e l'analfabetismo dall’Eritrea. La nostra visione è che l’Eritrea conservi la sua identità e unicità, sviluppi l'impegno per la cura della Comunità e della famiglia, e avanzando economicamente, educativamente e tecnologicamente, si ritrovi fra i paesi sviluppati. La nostra visione è che la società eritrea sia conosciuta per l’armonia fra i suoi diversi settori, uguaglianza, amore per il paese, umanità, disciplina, duro lavoro e amore per la conoscenza, rispetto per la legge, l’ordine, l’indipendenza e l’inventiva. La nostra visione è quella di realizzare pacificamente i miracoli di una nazione in costruzione, come abbiamo fatto nella guerra di liberazione.
I successivi dominatori coloniali nel corso degli anni hanno influenzato la vita e i sistemi amministrativi dell’Eritrea, ma non li hanno distrutti. I colonizzatori hanno lasciato tracce della loro eredità; allo stesso tempo, la tradizione eritrea, benché subisse cambiamenti e modificazioni, ha conservato le caratteristiche di base, che sono state trasmesse attraverso le generazioni. Quindi per capire completamente la situazione attuale e il programma del nostro paese per il futuro, è fondamentale capire le dinamiche all’interno della società eritrea, oltre che le eredità dei vari colonizzatori.
Il colonialismo italiano è durato cinquanta anni. Non ha completamente cambiato la società eritrea, né la sua influenza è risultata distribuita uniformemente. Tuttavia non può essere negato il suo effetto durevole sulla storia dell’Eritrea. Il colonialismo italiano, come tutti i colonialismi europei, stabilì forzatamente i confini dell’Eritrea; sottoponendo tutta la gente ad una gestione all’interno di questi confini, ha aperto un nuovo capitolo nella storia dell’Eritrea.
Usando le capacità italiane, ma contando principalmente sulle risorse umane e materiali dell’Eritrea, il colonialismo italiano ha costruito città e porti, strade principali e ferrovie, fabbriche e fattorie moderne. Ha introdotto la coscrizione. Inoltre, ha generato le condizioni per le quali i cittadini eritrei da tutti gli angoli del paese sono stati messi nelle condizioni di muoversi e conoscersi, costituendo così anche esperienze comuni. Il limite dell’influenza coloniale può variare da un posto ad un altro (alcuni potrebbero non esserne stati toccati), ma l’aumento dell'interazione fra eritrei, unito con la loro reazione all’aumentare dell’oppressione italiana e al razzismo, hanno posato i semi della coscienza nazionale eritrea.
L'istituzione della prima associazione politica moderna Eritrea, Mahber Fikri Hager (amore del suo paese), alla conclusione dell'era coloniale italiana e l’arrivo dei Britannici, è una chiara testimonianza della coscienza nazionale. La Gestione Militare Britannica in Eritrea è stata provvisoria e di breve durata, lasciando così un’eredità limitata. In ogni caso la Bma incrementò le opportunità di studio e permise attività politiche e libertà d’espressione, secondo la tattica del “dividi e governa„, essa si sforzò di generare divisioni fra la gente dell’Eritrea.
Pose le basi affinché si realizzasse il piano Etiopico-Americano di rifiuto alla gente eritrea del diritto all’auto-determinazione. La gestione britannica inoltre distrusse parecchie imprese economiche eritree e molte infrastrutture. Durante la dominazione britannica, l’allora nascente movimento nazionalista eritreo non ha potuto ne combattere la cospirazione covata contro l'Eritrea ne preservarsi dalla disunione. Quello che n’è conseguito è stata la dominazione coloniale etiopica la cui crudeltà non ha avuto uguali nella storia dell’Eritrea.
All'inizio il colonialismo etiopico in Eritrea non era né diretto n’evidente. Questo perché le condizioni interne così come quelle esterne in Eritrea non erano direttamente riconducibili alla dominazione etiopica. E’ sotto il pretesto della risoluzione, promossa dagli Usa, delle Nazioni Unite sulla Federazione nel 1952 che è iniziata la dominazione etiopica. Il periodo della federazione (1952-1962) ha testimoniato l'erosione dell’indipendenza interna dell’Eritrea, l’espansionismo aggressivo della dominazione etiopica e lo sviluppo della resistenza eritrea.
Una delle più significative realizzazioni di questo periodo è stato l'aumento visibile della nostra lotta nazionale, che era cominciata negli anni quaranta: l'emergere dei movimenti degli operai e degli studenti e in particolare, dell'istituzione e dell'espansione del Movimento di Liberazione dell’Eritrea (Mahber Showate). L'Etiopia coloniale era, secondo tutti i punti di vista, più arretrata dell’Eritrea. Di conseguenza non c’era niente che l'Etiopia potesse costruire o migliorare in Eritrea; ha soltanto distrutto. Con grossolane misure repressive ha insidiato sistematicamente la vita politica, economica, sociale e culturale degli eritrei.
Ha sradicato la democrazia politica allora germogliante in Eritrea e ha portato un periodo di crudele dittatura. Distruggendo l'economia e le infrastrutture, l'Etiopia ha riportato indietro l’Eritrea di 30-40 anni. La peggiore, più difficile e più insolubile, eredità coloniale che l'Etiopia ha lasciato, tuttavia, è stata la cultura arretrata e corrotta della sua classe dirigente. Determinate caratteristiche della cultura eritrea di cui eravamo fieri, quali la disciplina, l'onestà, la forte etica del lavoro, l’iniziativa, l’inventiva, l’autosufficienza e il detestare la dipendenza, lasciarono il posto alla corruzione, alla truffa, alla pigrizia e alla dipendenza dall’ elemosina, durante la dominazione coloniale etiopica, specialmente nelle aree urbane.
L'Etiopia ha potuto mantenere un paese più sviluppato e più avanzato, l’Eritrea, sotto il giogo della sua dominazione per quaranta anni principalmente grazie al supporto delle grandi potenze mondiali, in primo luogo gli Stati Uniti e successivamente, l'Unione Sovietica. L’enorme supporto che ha ricevuto l’Etiopia ha prolungato la dominazione coloniale etiopica e la sofferenza della gente dell’Eritrea e reso il prezzo dell’indipendenza assai superiore a quanto sarebbe stato diversamente. Questo sostegno illimitato all'Etiopia da una parte e l'isolamento della rivoluzione eritrea dall’altra, ci ha indotto a contare esclusivamente sulle nostre risorse e ha stimolato l’inventiva e l'ingegnosità in tutti i campi.
Non è un’esagerazione affermare che questo ha provocato l'istituzione di una delle lotte di liberazione più sviluppate al mondo, che ha contribuito notevolmente alla ricostruzione nazionale dell’Eritrea. La lotta di liberazione dell’Eritrea all’inizio non è avanzata bene. Quando, nel 1961, il Fronte di Liberazione dell’Eritrea (ELF) ha cominciato la lotta armata ha interpretato il desiderio della gente eritrea. Tuttavia la prospettiva dell’ELF e il metodo non erano favorevoli all'unità della gente dell’Eritrea, ne erano utili alla costruzione della nazione e al successo della lotta.
L’errore fondamentale dell’ELF è stata di indulgere nelle divisioni della società eritrea seguendo linee etniche, religiose e regionali, fomentando tali divisioni invece di favorire la mobilitazione di tutto gli eritrei. Ci sono stati da allora tragici sviluppi politici in Eritrea, tuttavia la tendenza a sfruttare le differenze nella popolazione eritrea per piccoli e contingenti vantaggi politici e giocare così su atteggiamenti culturalmente e mentalmente ristretti non è sparito dalla politica eritrea. Quelli che hanno utilizzato al massimo questo genere di politica di divisione sono stati i dominatori etiopici. Rendendosi conto di non poter sconfiggere la gente eritrea con le pallottole e la potenza di fuoco, non si sono risparmiati, fino al giorno della loro fuga, nel seminare la discordia fra la gente eritrea, mettendo una parte contro l’altra.
Negli anni sessanta hanno bruciato le moschee, mentre hanno risparmiato le chiese. Successivamente hanno provato a strumentalizzare gli abitanti dei bassopiani, creando fittizie divisioni con gli altri eritrei. Si sono applicati senza sosta nella loro politica che divide fino ai più bassi livelli sociali, generando conflitti fra i villaggi e perfino fra la gente all'interno di uno stesso villaggio. Il Movimento di Liberazione dell’Eritrea e in particolare il Fronte di Liberazione Popolare Eritreo (EPLF) sono riusciti a contrastare gli intrighi degli etiopici e dei loro collaboratori eritrei, coltivando il nazionalismo e l'unità fra la gente d’eritrea.
L’EPLF ha generato un ambito di lotta in cui tutti gli eritrei che si erano opposti alla dominazione coloniale ed erano desiderosi d’indipendenza, potevano partecipare indipendentemente dalla loro religione, lingua, origine etnica, classe e tipo. L’EPLF si è trasformato in una casa comune per le centinaia e le migliaia di eritrei che sono venuti dalle aree urbane e rurali, dalle regioni della pianura e dell'altopiano e dalle località più distanti. Ha alimentato il nazionalismo degli eritrei e ha posto le basi per l’unità nazionale, escludendo tutti gli atteggiamenti di divisione e di ristrettezza mentale. Ha insegnato, diffuso ed esercitato l'uguaglianza tra tutti i cittadini. In tutte le sue politiche e azioni, l’EPLF ha coltivato il nazionalismo inclusivo e l'unità della gente eritrea.
Attraverso una storia di cento anni d’esperienza coloniale e soprattutto dalle proprie attività storiche, la gente d’Eritrea si è trasformata in un popolo, composto di molti gruppi etnici, linguistici e molte culture. Il viaggio di costruzione di una nazione è lungo e complicato. Anche se le basi del nazionalismo eritreo sono state piantate saldamente con la nostra lotta lunga di liberazione, deve ancora essere completato. La popolazione Eritrea, la cui unità è radicata in una lunga tradizione di coesistenza pacifica e armoniosa ed è stata rinforzata attraverso la lunga lotta, è una delle popolazioni più unite fra le società con strutture sociali simili.
Per effetto di quest’unità è stata realizzata la vittoria e, quindi la pace e la stabilità ora prevalgono nell’Eritrea indipendente. L'istituzione del governo dell’Eritrea riflette e rinforza quest’unità d’ampio respiro. Abbiamo esplorato brevemente la storia centenaria del popolo eritreo. Durante quel secolo la naturale storia della gente Eritrea è stata interrotta dal colonialismo. Gli eritrei hanno vissuto l’oppressione coloniale, compreso il peggior genere di razzismo fascista. Diversamente dagli altri popoli colonizzati, agli eritrei è stato negato il diritto all’indipendenza.
Inoltre mentre la gente similmente oppressa che ha condotto lotte di liberazione, stava ottenendo un largo supporto internazionale, la gente eritrea è stata obbligata a condurre da sola la propria lotta, contro un nemico sostenuto a livello internazionale. Questa lotta è stata considerata da molti osservatori come inutile e sconsiderata. La gente eritrea è emersa vittoriosa da questa prova molto difficile. La pesante potenza di fuoco non l’ha indebolita; al contrario l’ha indurita e ha rinforzato la sua determinazione. Ha guadagnato solo così l'indipendenza e la sovranità.
In parecchi paesi in cui sono state condotte lotte nazionali di liberazione, all’indipendenza sono seguiti conflitti e a volte guerre civili. In Eritrea, tuttavia, grazie alla forte unità nazionale, sviluppata con la lotta ed una gestione politica matura, la pace, e la stabilità hanno prevalso. E’ stato stabilito un governo, di ampio respiro e di sostegno popolare, per un periodo di transizione. Le transizioni sono solitamente difficili, ma l’Eritrea sta trovando rapidamente le soluzioni ai problemi incontrati durante questo periodo. Con grandi speranze, il paese si è orientato verso la difficile sfida dello sviluppo di una società moderna e stabile. Dire che il Fronte di Liberazione Popolare Eritreo (EPLF) ha dato il maggior contributo alla grande vittoria della gente eritrea, è soltanto dichiarare un fatto storico.
Come già è stato accennato, in Eritrea, la lotta armata era in uno stato di crisi e quindi vicino alla sconfitta verso la fine degli anni sessanta e nei primi anni settanta. Quello che ha dato nuova vita alla lotta, è stata l'istituzione dell’EPLF. E’ stato l’EPLF quello che ha attuato la rivoluzione. Sfidando e fronteggiando le campagne militari, sostenute dai sovietici, dell'esercito più grande dell‘Africa nera(l’esercito etiopico), ha realizzato una storica vittoria militare finale, stabilito un vasto fronte nazionale e fatto della partecipazione popolare una realtà, organizzato un referendum in modo che l'indipendenza fosse il risultato di una scelta libera e legale della gente eritrea e non una mera vittoria militare: ha posto solide fondamenta per l’indipendenza dell’Eritrea e i suoi rapporti internazionali.
L’EPLF ha realizzato con successo gli obiettivi di base per la quale ha iniziato: l’indipendenza e la pace per l’Eritrea. Come Fronte di Liberazione ha compiuto la sua missione con un successo indiscutibile. L’EPLF, tuttavia, non ha mai perseguito l'indipendenza come fine a se stessa, ma piuttosto come presupposto per lo sviluppo della società democratica e moderna in cui la giustizia e la prosperità fossero gli elementi prevalenti. Considerato che l’EPLF è un'organizzazione politica che abbraccia tutte le componenti della popolazione eritrea ed è vocata all’ unità nonché ricca di esperienza,e’ da ritenere che abbia la capacità di dare un grande contributo allo sviluppo dell’Eritrea. Tuttavia questo nuovo capitolo e le nuove sfide in attesa richiedono nuove strutture organizzative, nuovi meccanismi e direttive. Questa nuova struttura non può essere separata e prescindere dalla ricca esperienza del passato.
Deve essere costruita sulle forti fondamenta già stabilite dall’EPLF. Deve ereditare e migliorare le politiche e le pratiche esemplari sperimentate dalle vicende precedenti e contemporaneamente, evitare le debolezze e le imperfezioni passate e attuali. Deve elaborare programmi politici, strutture organizzative e procedure di lavoro che siano adatti alle nuove esigenze di questo nuovo capitolo. La nuova struttura deve considerare la natura della nostra società, della relativa fase inerente allo sviluppo e delle lezioni apprese dalla esperienza precedente così come dalle alte esperienze affrontate nel terzo mondo.
Affinché questa nuova struttura sia costruttiva e diventi equa rispetto alle esigenze di questa nuova fase, deve essere il risultato un movimento d’ampio respiro, che abbracci tutti i patrioti e gli eritrei democratici, in alternativa ad un tipo d’organizzazione con base ristretta. La maggior parte dei membri dell’EPLF hanno un forte impegno nel progresso del paese, per la cui indipendenza si sono fortemente battuti e sacrificati Quindi è naturale che diventino parte attiva nel movimento, come altri che amano il paese e la sua gente, ma sono stati al di fuori dell’EPLF a causa degli sviluppi della lotta di liberazione o per altri motivi.
Durante questa nuova fase di costruzione politica, economica, sociale e culturale della nazione, mentre stiamo costruendo un movimento politico allargato per guidare efficacemente il nostro viaggio futuro, dobbiamo chiarire i nostri obiettivi di base e i mezzi con cui realizzarli. Siamo risultati vittoriosi, nonostante tutte le difficoltà e pericoli, perché come movimento di liberazione e come popolo, abbiamo avuto chiarezza e visione comune degli obiettivi d’indipendenza e di pace; anche oggi dobbiamo avere una visione progressiva dell’Eritrea e della sua gente ed è ,di massima importanza che una tale visione entri nei cuori e nelle menti di tutti gli eritrei in modo da tale da poterla organizzare e tentare di realizzare
2)La nostra visione di un’Eritrea futura
Cosa vogliamo noi, come nazione e popolo, in questa fase? Poiché abbiamo convertito i sogni di pace e d’indipendenza di ieri in realtà, quali sono i sogni odierni che vogliamo convertire in realtà? In breve quale è la nostra “visione”? La nostra visione è che l’Eritrea si trasformi in un paese in cui la pace, la giustizia, la democrazia e la prosperità prevalgano. La nostra visione è di eliminare la fame, la povertà e l'analfabetismo dall’Eritrea. La nostra visione è che l’Eritrea conservi la sua identità e unicità, sviluppi l'impegno per la cura della Comunità e della famiglia, e avanzando economicamente, educativamente e tecnologicamente, si ritrovi fra i paesi sviluppati. La nostra visione è che la società eritrea sia conosciuta per l’armonia fra i suoi diversi settori, uguaglianza, amore per il paese, umanità, disciplina, duro lavoro e amore per la conoscenza, rispetto per la legge, l’ordine, l’indipendenza e l’inventiva. La nostra visione è quella di realizzare pacificamente i miracoli di una nazione in costruzione, come abbiamo fatto nella guerra di liberazione.
venerdì 31 agosto 2007
L'UOMO CHE GUARDA:IL RITORNO DEL GENERE DOCUMENTARISTICO PER RICOSTRUIRE L'IDEA DELLA MEMORIA COLLETTIVA
Il cinema è morto, non c’e’ più. Seppellito da tonnellate di pubblicità, inghiottito dalla cosiddetta industria del cosiddetto spettacolo, ha ormai liberato il campo dalla sua presenza.
Quello che fu, è stato rimpiazzato dalla produzione su scala globale del fenomeno che potremmo definire: ”creazione e reiterazione continua e capillare dell’alzheimer di massa”
La memoria senza l’oblio è ossessione patologica ma, l’oblio da solo è la negazione d’ogni memoria, d’ogni concetto possibile di tempo, il superamento d’ogni forma di resistenza e articolazione critica dinnanzi ad uno stimolo, l’ignoranza o l’inutilità’ di qualsiasi codice di interpretazione.
Quando poi ed è il nostro caso, l’insorgenza dell’oblio è seriale, non può che essere un obiettivo.
Nove volte su dieci il cinema c’ingoia per farci assistere ad immagini che hanno già e volutamente, incorporato, il meccanismo dell’autodistruzione: vediamo e gia iniziamo a dimenticare e rimuovere: usciamo e già siamo pronti ad ingurgitare altra pellicola, bulimici del nulla.
Le armi a disposizione, scientemente utilizzate sono molte( banalità, ripetitività, luoghi comuni, conformismo, manierismo,riproposizioni di situazioni gia metabolizzate televisivamente, ritmi narrativi piatti). D’altra parte gran parte del”mondo cinematografico” è stato traslocato armi e bagagli, per fare fiction televisive: fiction, il moderno minculpop.
Le vie di fuga dall’omologazione, dalla multinazionale dell’oblio, non sono molte: nel cinema di qualità, sempre più di nicchia, recintato e tutelato, com’e’ giusto che sia per qualcosa che è in via d’estinzione. Quale multisala non ha la stanzina”essay”?Quale cinema non ha il suo mercoledì o martedì, a tutela delle minoranze?
C’e, pero’, un'altra via, assai più efficace, più incisiva e, soprattutto più avventurosa.
Combatte a viso aperto, senza rinchiudersi nelle salette essay, sgomitando, cercando il suo pubblico e non aspettandolo, inventando i suoi spazi, rinnovando le tecniche di linguaggio, osando, spendendosi e sporcandosi le mani: stiamo parlando(ovviamente) del DOCUMENTARIO.
Da anni è il fenomeno culturale che scava come una talpa d’antica memoria, che ben conosciamo, per aprire varchi e disegnare sentieri.
Pensiamo semplicemente all’ultima geniale opera di Spike Lee , ”When the Levees Broke: A Requiem in Four Acts”, 4 ore di immagini, informazioni,umanità, musica,politica: una narrazione spietata e struggente di come l’uragano Katrina ha schiaffeggiato New Orleans e di come la gestione politica dell’emergenza la rasa al suolo.
Impossibile non vedere quest’opera senza raccordare lo sguardo al cervello, inevitabile, dopo un po’, osservare se stessi(e in quel momento siamo parte del film documentario) nell’atto di costruirsi un’opinione: costruire è ben diverso dal ricevere un pensiero formato e confezionato. La costruzione è un atto attivo e soggettivo, comporta la fatica e la capacità di legare gli elementi e cementarli.
Il documentario e lo spettatore crescono assieme: guardare l’opera è una forma di co-realizzazione, è una sorta di regia ex post che, miracolosamente, continua ad intervenire sul già fatto.
Questa è l’alchimia che realizza il documentario che, nella fattispecie su citata, sì “materializza” nel lavoro di Spike Lee. Lo spettatore attivo è un lusso che, ormai, il cinema non può più permettersi, preoccupato com’e’, di dispensare emozioni, sensazioni, erezioni, sani principi ecc ecc (soprattutto ecc ecc ecc).
Cercare il “cittadino” che guarda le immagini è una necessità che hanno avvertito anche personaggi del calibro di Herzog e Wim Wenders. Pochi come loro hanno utilizzato il documentario per ragionare del”tempo” e dell’”ambiente”
Adagiare la realtà, come una goccia d’acqua che appoggiandosi ad un piano, si dilata e cambia, rimanendo, però tale: scrutarla, avvolgerla, sorprenderla lì, dove l’occhio non arriva e, avanti così fino a quando il tempo che trascorre non intercetta la “verità”
Herzog filma il tempo che abbiamo per capire, per percepire e poi per toccare.
Filma e riprende ciò che esiste, ma ci fa guardare ciò che abbiamo compreso.
Alcuni titoli sono Fata Morgana, Campane dal profondo e Apocalisse nel deserto.
Dziga Vertov, l’IMMENSO CINEASTA sovietico pensava che la realtà non si dovesse raccontare,si vive e basta. Il compito del cineasta è altro e ben più “ambizioso” anche se, certamente lui avrebbe utilizzato il termine”avventuroso”. La realtà si smantella, lentamente e velocemente, allegramente e drammaticamente, e l’occhio speciale afferra i pezzi ed i momenti. L’occhio speciale inventa un linguaggio ed una grammatica. Per Vertov un film inizia quando finisce: l’ultimo fotogramma è il primo del ricordo, del processo che condurrà alla MEMORIA, vitale e necessaria per la continuità sociale, per l’accrescimento culturale. Il film documentario è tutto fuorché un marchingegno per vedere, è, anzi, una macchina per pensare non solo per chi la guarda ma anche per chi la fa.
A questo proposito ce’ un geniale e giovane documentarista italo svedese, Erik Gandini che produce shock emotivi, squarcia ciò che qualcuno chiama l’opacità’ sensoriale che ci avvolge.
Con la sua opera maggiore, Surplus, libera la sua vena anarchica e descrive lo sfrenato e criminale consumismo occidentale. Il documentario vomita immagini: è volutamente bulimico e inafferrabile, accosta in modo sarcastico e funambolico momenti, persone e voci.
Questa esplosione d’immagini potrebbe anche essere combinata e montata in maniera rassicurante ed è ciò che fa il potere.
L’artista attenta all’ordine costituito, ma, in realtà non mi vende la sua certezza, ma m’informa, tramite la rappresentazione visiva, di una nuova grammatica delle immagini e delle percezioni.
Ciò che rimane impresso nella mia memoria, è un elemento della memoria collettiva, è l’ampliamento dello spazio pubblico, è la negazione della privazione.
L’industria cinematografica conosce bene queste cose, infatti, agisce nel senso opposto, producendo come già detto all’inizio, l’alzheimer collettivo.
In Italia, il documentario ha avuto padri nobili come Ermanno Olmi e Michelangelo Antonioni.
Il neorealismo aveva basi teoriche tali che ne facevano quasi una sorta d’estensione e ampliamento del genere documentaristico. Alcuni tra i migliori registi italiani si sono cimentati in film, che avevano strutture narrative, linguaggio e resa visiva, tipicamente da documentario: Gillo Pontecorvo(battaglia di algeri, Ogro) Francesco Rosi(Salvatore Giuliano, Le mani sulla citta’,Il caso Mattei) ,Elio Petri (autore dello splendido e introvabile Todo modo),Carlo Lizzani(direi tutta la sua opera).
Il cinema inteso come “pedinamento della realtà” aveva in se, qualcosa di sovversivo e nuovo che, ha prodotto film memorabili e ha fatto del cinema non solo un testimone del suo tempo ma un elemento imprescindibile della crescita civile di questo paese.
Oggi ci sono squallidi e furbi cineasti, come Von Trier che scimmiottano quel periodo, facendone una ridicola caricatura, credendo che facendo sentire rutti e scoregge, girando con la luce naturale,sporcando le immagini ,rendendole sghembe, incomprensibili e inguardabili, si faccia rappresentazione della realtà senza mediazione.
Stefano Benni avrebbe definito questi registi: apocalittici integrati….Aggiungo io, apocalittici da saletta d’essay.
Ora in Italia, grazie anche ad associazioni culturali, come il docume’ di Torino, sta crescendo un nuova leva di documentaristi. C’e’ la volontà, di distribuire sempre più il documentario etico sociale, di trovare nuovi luoghi e nuovi spettatori.
Manuela Pellarin Daniele Segre, tra i molti, si sono distinti per la qualità del loro lavoro(secondo me). La prima, descrivendo,tra l’altro, la parabola di Porto Marghera, con toni suggestivi ma ancorati alla realtà del vissuto dei lavoratori e con un accento forte sul peso e ruolo della memoria:Segre invece,prolifico documentarista di Torino, da anni si dedica al”cinema della realtà”,secondo il semplice principio(ottico e sociale) per cui il punto di vista più lungo,quello che abbraccia più scene, e’ sempre quello dell’ultimo, quello di chi sta in fondo, quello di chi sta a volte, fuori.(lavoratori,immigrati,soggetti ai margini,sono i soggetti dei suoi film) Esemplare un suo documentario del 1996:Diritto di cittadinanza, storie e racconti di immigrati che si susseguono e si integrano,la cifra stilistica di Segre, anche, in quest’opera,rimane la coralità. Lo stile asciutto, scevro ad ogni retorica, lo rende non solo attuale, ma, piuttosto, un’opera che parla sempre al futuro. La soggettività posta in primo piano, in Segre, è come un verbo coniugato perennemente al futuro: vale la pena di raccontare perché c’e’ molto ancora da fare.
La coralita’(della forma e della sostanza) e’ ,in realta’,un ponte verso il futuro:e’ come una semina.
Lasciamo solo ala fine un paio di considerazioni sull’uomo che più d’ogni altro ha”sdoganato” a livello popolare il genere di cui stiamo parlando: Michael Moore.
Tralasciando per ora i suoi indubbi meriti artistici, divulgative e civili, rimane pur sempre,forse al di la della sua stessa volontà, parte dello star system.
E’ stato anche per sua scelta, ”marchiato”, e sempre per scelta sua e del sistema, ha avuto in dotazione il suo spazio. Lavora per il suo pubblico, produce opere pregevoli ma, per lo più, a tesi ,precostituiti nelle premesse e nelle finalità. Il soggetto rimane sempre e in ogni caso lui.
Michael Moore fa un film sulla sanità e si parla di Michael Moore e della sua capacità di fare un film sulla sanità. Gli argomenti passano, lui rimane.
La sua fisicità e il suo ghigno perplesso fanno il logo del guru.
Con lui permane lo schema verticale, l’attesa messianica del messaggio, in fin dei conti la”pigrizia emotiva del consumismo”,alimentata dal guru di turno
L’uomo che guarda è un'altra cosa
LUIGI FINOTTO "KAMO"
Quello che fu, è stato rimpiazzato dalla produzione su scala globale del fenomeno che potremmo definire: ”creazione e reiterazione continua e capillare dell’alzheimer di massa”
La memoria senza l’oblio è ossessione patologica ma, l’oblio da solo è la negazione d’ogni memoria, d’ogni concetto possibile di tempo, il superamento d’ogni forma di resistenza e articolazione critica dinnanzi ad uno stimolo, l’ignoranza o l’inutilità’ di qualsiasi codice di interpretazione.
Quando poi ed è il nostro caso, l’insorgenza dell’oblio è seriale, non può che essere un obiettivo.
Nove volte su dieci il cinema c’ingoia per farci assistere ad immagini che hanno già e volutamente, incorporato, il meccanismo dell’autodistruzione: vediamo e gia iniziamo a dimenticare e rimuovere: usciamo e già siamo pronti ad ingurgitare altra pellicola, bulimici del nulla.
Le armi a disposizione, scientemente utilizzate sono molte( banalità, ripetitività, luoghi comuni, conformismo, manierismo,riproposizioni di situazioni gia metabolizzate televisivamente, ritmi narrativi piatti). D’altra parte gran parte del”mondo cinematografico” è stato traslocato armi e bagagli, per fare fiction televisive: fiction, il moderno minculpop.
Le vie di fuga dall’omologazione, dalla multinazionale dell’oblio, non sono molte: nel cinema di qualità, sempre più di nicchia, recintato e tutelato, com’e’ giusto che sia per qualcosa che è in via d’estinzione. Quale multisala non ha la stanzina”essay”?Quale cinema non ha il suo mercoledì o martedì, a tutela delle minoranze?
C’e, pero’, un'altra via, assai più efficace, più incisiva e, soprattutto più avventurosa.
Combatte a viso aperto, senza rinchiudersi nelle salette essay, sgomitando, cercando il suo pubblico e non aspettandolo, inventando i suoi spazi, rinnovando le tecniche di linguaggio, osando, spendendosi e sporcandosi le mani: stiamo parlando(ovviamente) del DOCUMENTARIO.
Da anni è il fenomeno culturale che scava come una talpa d’antica memoria, che ben conosciamo, per aprire varchi e disegnare sentieri.
Pensiamo semplicemente all’ultima geniale opera di Spike Lee , ”When the Levees Broke: A Requiem in Four Acts”, 4 ore di immagini, informazioni,umanità, musica,politica: una narrazione spietata e struggente di come l’uragano Katrina ha schiaffeggiato New Orleans e di come la gestione politica dell’emergenza la rasa al suolo.
Impossibile non vedere quest’opera senza raccordare lo sguardo al cervello, inevitabile, dopo un po’, osservare se stessi(e in quel momento siamo parte del film documentario) nell’atto di costruirsi un’opinione: costruire è ben diverso dal ricevere un pensiero formato e confezionato. La costruzione è un atto attivo e soggettivo, comporta la fatica e la capacità di legare gli elementi e cementarli.
Il documentario e lo spettatore crescono assieme: guardare l’opera è una forma di co-realizzazione, è una sorta di regia ex post che, miracolosamente, continua ad intervenire sul già fatto.
Questa è l’alchimia che realizza il documentario che, nella fattispecie su citata, sì “materializza” nel lavoro di Spike Lee. Lo spettatore attivo è un lusso che, ormai, il cinema non può più permettersi, preoccupato com’e’, di dispensare emozioni, sensazioni, erezioni, sani principi ecc ecc (soprattutto ecc ecc ecc).
Cercare il “cittadino” che guarda le immagini è una necessità che hanno avvertito anche personaggi del calibro di Herzog e Wim Wenders. Pochi come loro hanno utilizzato il documentario per ragionare del”tempo” e dell’”ambiente”
Adagiare la realtà, come una goccia d’acqua che appoggiandosi ad un piano, si dilata e cambia, rimanendo, però tale: scrutarla, avvolgerla, sorprenderla lì, dove l’occhio non arriva e, avanti così fino a quando il tempo che trascorre non intercetta la “verità”
Herzog filma il tempo che abbiamo per capire, per percepire e poi per toccare.
Filma e riprende ciò che esiste, ma ci fa guardare ciò che abbiamo compreso.
Alcuni titoli sono Fata Morgana, Campane dal profondo e Apocalisse nel deserto.
Dziga Vertov, l’IMMENSO CINEASTA sovietico pensava che la realtà non si dovesse raccontare,si vive e basta. Il compito del cineasta è altro e ben più “ambizioso” anche se, certamente lui avrebbe utilizzato il termine”avventuroso”. La realtà si smantella, lentamente e velocemente, allegramente e drammaticamente, e l’occhio speciale afferra i pezzi ed i momenti. L’occhio speciale inventa un linguaggio ed una grammatica. Per Vertov un film inizia quando finisce: l’ultimo fotogramma è il primo del ricordo, del processo che condurrà alla MEMORIA, vitale e necessaria per la continuità sociale, per l’accrescimento culturale. Il film documentario è tutto fuorché un marchingegno per vedere, è, anzi, una macchina per pensare non solo per chi la guarda ma anche per chi la fa.
A questo proposito ce’ un geniale e giovane documentarista italo svedese, Erik Gandini che produce shock emotivi, squarcia ciò che qualcuno chiama l’opacità’ sensoriale che ci avvolge.
Con la sua opera maggiore, Surplus, libera la sua vena anarchica e descrive lo sfrenato e criminale consumismo occidentale. Il documentario vomita immagini: è volutamente bulimico e inafferrabile, accosta in modo sarcastico e funambolico momenti, persone e voci.
Questa esplosione d’immagini potrebbe anche essere combinata e montata in maniera rassicurante ed è ciò che fa il potere.
L’artista attenta all’ordine costituito, ma, in realtà non mi vende la sua certezza, ma m’informa, tramite la rappresentazione visiva, di una nuova grammatica delle immagini e delle percezioni.
Ciò che rimane impresso nella mia memoria, è un elemento della memoria collettiva, è l’ampliamento dello spazio pubblico, è la negazione della privazione.
L’industria cinematografica conosce bene queste cose, infatti, agisce nel senso opposto, producendo come già detto all’inizio, l’alzheimer collettivo.
In Italia, il documentario ha avuto padri nobili come Ermanno Olmi e Michelangelo Antonioni.
Il neorealismo aveva basi teoriche tali che ne facevano quasi una sorta d’estensione e ampliamento del genere documentaristico. Alcuni tra i migliori registi italiani si sono cimentati in film, che avevano strutture narrative, linguaggio e resa visiva, tipicamente da documentario: Gillo Pontecorvo(battaglia di algeri, Ogro) Francesco Rosi(Salvatore Giuliano, Le mani sulla citta’,Il caso Mattei) ,Elio Petri (autore dello splendido e introvabile Todo modo),Carlo Lizzani(direi tutta la sua opera).
Il cinema inteso come “pedinamento della realtà” aveva in se, qualcosa di sovversivo e nuovo che, ha prodotto film memorabili e ha fatto del cinema non solo un testimone del suo tempo ma un elemento imprescindibile della crescita civile di questo paese.
Oggi ci sono squallidi e furbi cineasti, come Von Trier che scimmiottano quel periodo, facendone una ridicola caricatura, credendo che facendo sentire rutti e scoregge, girando con la luce naturale,sporcando le immagini ,rendendole sghembe, incomprensibili e inguardabili, si faccia rappresentazione della realtà senza mediazione.
Stefano Benni avrebbe definito questi registi: apocalittici integrati….Aggiungo io, apocalittici da saletta d’essay.
Ora in Italia, grazie anche ad associazioni culturali, come il docume’ di Torino, sta crescendo un nuova leva di documentaristi. C’e’ la volontà, di distribuire sempre più il documentario etico sociale, di trovare nuovi luoghi e nuovi spettatori.
Manuela Pellarin Daniele Segre, tra i molti, si sono distinti per la qualità del loro lavoro(secondo me). La prima, descrivendo,tra l’altro, la parabola di Porto Marghera, con toni suggestivi ma ancorati alla realtà del vissuto dei lavoratori e con un accento forte sul peso e ruolo della memoria:Segre invece,prolifico documentarista di Torino, da anni si dedica al”cinema della realtà”,secondo il semplice principio(ottico e sociale) per cui il punto di vista più lungo,quello che abbraccia più scene, e’ sempre quello dell’ultimo, quello di chi sta in fondo, quello di chi sta a volte, fuori.(lavoratori,immigrati,soggetti ai margini,sono i soggetti dei suoi film) Esemplare un suo documentario del 1996:Diritto di cittadinanza, storie e racconti di immigrati che si susseguono e si integrano,la cifra stilistica di Segre, anche, in quest’opera,rimane la coralità. Lo stile asciutto, scevro ad ogni retorica, lo rende non solo attuale, ma, piuttosto, un’opera che parla sempre al futuro. La soggettività posta in primo piano, in Segre, è come un verbo coniugato perennemente al futuro: vale la pena di raccontare perché c’e’ molto ancora da fare.
La coralita’(della forma e della sostanza) e’ ,in realta’,un ponte verso il futuro:e’ come una semina.
Lasciamo solo ala fine un paio di considerazioni sull’uomo che più d’ogni altro ha”sdoganato” a livello popolare il genere di cui stiamo parlando: Michael Moore.
Tralasciando per ora i suoi indubbi meriti artistici, divulgative e civili, rimane pur sempre,forse al di la della sua stessa volontà, parte dello star system.
E’ stato anche per sua scelta, ”marchiato”, e sempre per scelta sua e del sistema, ha avuto in dotazione il suo spazio. Lavora per il suo pubblico, produce opere pregevoli ma, per lo più, a tesi ,precostituiti nelle premesse e nelle finalità. Il soggetto rimane sempre e in ogni caso lui.
Michael Moore fa un film sulla sanità e si parla di Michael Moore e della sua capacità di fare un film sulla sanità. Gli argomenti passano, lui rimane.
La sua fisicità e il suo ghigno perplesso fanno il logo del guru.
Con lui permane lo schema verticale, l’attesa messianica del messaggio, in fin dei conti la”pigrizia emotiva del consumismo”,alimentata dal guru di turno
L’uomo che guarda è un'altra cosa
LUIGI FINOTTO "KAMO"
venerdì 24 agosto 2007
AFRICA:SOCIETA' VENACOLARE ED ECONOMIA INFORMALE
Questi stralci qui riportati sono estratti da scritti di Serge Latouche che ho raccolto, spero con criterio coerente e logico.
Latouche ha il merito di essere stato uno dei primi e, ahimè, ancora oggi, tra i pochissimi intellettuali occidentali ad aver tentato di “leggere”l Africa non secondo le categorie economiche e sociali dell’occidente, al di la dei soliti luoghi comuni.
Cercando invece gli aspetti endogeni e creativi dell’evoluzione ed emancipazione africana.
Evitiamo come la peste il termine: sviluppo.
Latouche parla, a proposito d’Africa, di concetti come Economia Informale o Società venacolare
Ma per questo vi lascio al seguito
LUIGI FINOTTO “KAMO”
“Se si ha una visione centrata sullo sviluppo, una visione economicistica, cioè se si pensa che lo sviluppo sia universalizzabile e che non ci sia salvezza al di fuori di una crescita economica vigorosa, allora si può avere, sull'economia informale africana, solo un punto di vista negativo, nel migliore dei casi condiscendente. Di fronte all'evidenza dei successi di certi "imprenditori dai piedi scalzi", si potrà riconoscere con simpatia il successo del bricolage. Tuttavia, si vedrà sempre nell'informale una economia di espedienti in mancanza di meglio. Valutando l'informale con il metro dell'economia dominante occidentale, e nell'orizzonte dello sviluppo, e riducendo la socialità a un aspetto pittoresco, complementare o ausiliare della sola cosa importante, l'economia, si sarà tentati di vedere questa realtà atipica come una sorta di succedaneo dello sviluppo. Ridicolo o rispettabile, ma sempre in mancanza di meglio, cioè nell'attesa di approdare alla terra promessa della modernità. Insomma, si vedrà nell'informale solo una figura della transizione, non come un laboratorio del doposviluppo.Vedere l'altra Africa come laboratorio del doposviluppo significa invece vedere l'informale in positivo, vederlo di per se stesso per quanto possibile, cioè in funzione delle sue proprie norme, e non commisurato al paradigma dello sviluppo.”
“Nell'informale che c’interessa non si è in una economia, sia pure altra, si è in un'altra società. L'economico non vi è autonomizzato in quanto tale; esso è dissolto, incorporato (embedded, secondo la terminologia di Karl Polanyi) nel sociale, in particolare nelle reti complesse che strutturano le città popolari dell'Africa. Per questo la definizione di "società venacolare" è più appropriata, per parlare di questa realtà, che non quello di "economia informale".
La società vernacolare
“Prima di tutto, si tratta dei modi con cui i naufraghi dello sviluppo producono e riproducono la loro vita, al di fuori del campo ufficiale, mediante strategie relazionali. Queste strategie incorporano ogni sorta di attività economiche, ma tali attività non sono (o sono poco) professionalizzate. Gli espedienti, il bricolage, la capacità di arrangiarsi di ciascuno si iscrivono in reti. I "collegati" formano dei "grappoli". In fondo, queste strategie fondate su un gioco sottile di "cassetti" sociali ed economici sono paragonabili alle strategie familiari, che sono nella maggior parte dei casi le strategie delle massaie, ma trasposte in una società in cui i membri della famiglia allargata si contano a centinaia. I "collegati" sono spesso molto diversi per religione, etnia, statuto sociale, e molto numerosi. Possono essere più o meno incorporati nella famiglia allargata. Le reti si strutturano, in effetti, sul modello della famiglia secondo la logica del clan, con madri sociali e fratelli maggiori”
“la società vernacolare (o l'oikonomia neo-clanica, come la definisco in un mio libro) è a prima vista soprattutto femminile, fondata sulla pluriattività, sul non professionalismo e sulle strategie relazionali. Gli artigiani dell'economia popolare sono forse meno professionali di quanto non pensino o non diano a vedere. Sono spesso anch'essi pluriattivi e nolto dipendenti dalla loro rete sociale. Sono tutti nel doposviluppo.Perciò, dobbiamo analizzare l'incorporazione di questa economia nel sociale, per vedere come la società del doposviluppo ritrova la logica del dono.
Gli esclusi della grande società realizzano il miracolo della loro sopravvivenza reinventando il legame sociale e facendolo funzionare. Esclusi dalle forme canoniche della modernità, dalla cittadinanza dello Stato-nazione e dalla partecipazione al mercato nazionale, essi vivono, in effetti, grazie alle reti di solidarietà neoclaniche. Ma, per spiegare come vivono e sopravvivono le popolazioni dell'altra Africa, bisogna cominciare con il denunciare l'illusione economica e sviluppista, poi analizzare la complessità degli espedienti che assicurano la sopravvivenza dei naufraghi e le logiche che ne permettono la riproduzione.Lo schema di lettura economica e sviluppista porta a molte distorsioni e a controsensi.”
“Prendiamo il denaro. Esso è onnipresente di fatto e nell'immaginario, ma non ha lo stesso significato né lo stesso uso, sul pianeta degli economisti e su quello dei naufraghi. Gli stessi interessati parlano di denaro caldo e di denaro freddo. Il denaro che circola nelle reti si oppone alla moneta del bianco, esterna e astratta. Il primo, in generale monetine e biglietti di piccolo taglio unti e bisunti, è annodato nell'angolo di un perizoma e nascosto sotto i vestiti, viene tirato fuori con precauzione e reticenza, contato e ricontato nella speranza di uno sconto. Il secondo è quello delle Ong, dell'assistenza tecnica. Si conta in milioni e si dissipa nell'astrazione. In ogni modo, che venga consumato in modo ostentato o che serva alla sopravvivenza collettiva, il denaro non è un fine in sé.
Per quel che riguarda il prezzo, questo è piuttosto il risultato di una contrattazione, che non di un mercato. Nonostante la penetrazione dei rapporti mercantili e della monetarizzazione degli scambi, gli attori si sforzano di conservare il primato dei rapporti interpersonali sul gioco anonimo della domanda e dell'offerta. Bisogna rispettare gli statuti, tener conto del contesto nel suo complesso, saper perdere un po' per vincere su altri piani. Così, la moneta e i rapporti mercantili farebbero funzionare una società non mercantile. Chiariamo: si intende con ciò una società che, pur praticando scambi numerosi e conoscendo una circolazione monetaria intensa, non obbedisce massicciamente alla logica mercantile”
“Decretando che i paesi non occidentali erano sottosviluppati, gli economisti hanno deciso che erano miserabili. Si sa che nelle principali lingue dell'Africa non c'è una parola che designi il povero nel senso economico del termine. Le parole che si usano per tradurre "povero" significano in realtà "orfano". E' degno di nota che, in tutte le circostanze della vita corrente, i riferimenti alla miseria non rinviano immediatamente alla mancanza di denaro, ma all'assenza di sostegno sociale. La povertà è legata a una concezione individualistica della società.”
”Questa resistenza di norme che incorporano la solidarietà in un valore metaeconomico (più sociale che economico, cioè), permette questo capovolgimento del senso e degli statuti, condizioni per l'emergere di una postmodernità autentica. In altri termini, quel che in questo modo si rende possibile è il rifiuto della svalutazione di sé decretata dall'Occidente, e in parte accettata, e la riappropriazione di una identità.”
.” La povertà presuppone sempre il confronto dell'individuo isolato con la sua impotenza. Nella società dove regnano al tempo stesso la solidarietà e la gerarchia, ciò non è pertinente”
“La razionalità africana che si crede di scoprire a partire dai successi dell'informale, e dalla quale alcuni pensano di ricavare manuali di gestione specifici a uso dei candidati imprenditori locali o degli investitori stranieri, è anch'essa un'illusione. In questa volontà di attribuire ogni successo alla razionalità, c'è il segno di una certa arroganza e di una grande inconscienza etnocentrica. Con il pretesto che le imprese informali funzionano, si conclude che essere possono essere solo razionali, dunque obbedire al grande mito occidentale della razionalità”
“L'economia moderna e occidentale è caratterizzata dalla razionalità. In teoria c'è un solo modo di essere razionali, mentre ce ne sono molti di essere ragionevoli, ragion per cui la società vernacolare è il luogo della pluriattività. Nella letteratura sull'informale, il termine "pluriattività" designa il più delle volte il fenomeno abbastanza diffuso della doppia attività. Questa doppia attività si riferisce alla situazione del salariato del settore ufficiale (funzionario o impiegato) che esercito al di fuori della sua professione una seconda attività. Nelle reti neoclaniche, dove le attività ufficiali sono piuttosto rare, la pluriattività richiama soprattutto la molteplicità degli espedienti e dei lavori messi in opera per cavarsela. Si ha a che fare con un'assenza di professionalizzazione, il che non vuol dire assenza di competenza.”
”. Hanno inventato la flessibilità ante litteram… All'altro estremo, i non professionisti moltiplicano gli espedienti da cui traggono le loro risorse. A Douala, nelle inchieste sull'occupazione, molti giovani non salariati dichiarano come mestiere: débrouillard (scaltro, che sa come cavarsela…)”
“Al di là della pluriattività e della non professionalizzazione, quel che colpisce l'osservatore attento ai "grappoli" di "collegati" della società vernacolare è l'importanza del tempo, dell'energia e delle risorse destinate ai rapporti sociali. Anche se vi si dispiega una attività intensa, sarebbe abusivo, nella maggior parte dei casi, parlare di vero lavoro. Gli incontri, le visite, i ricevimenti, le discussioni prendono molto tempo. Dare e prendere in prestito, donare, ricevere, aiutarsi reciprocamente, fare una ordinazione, consegnare, informarsi occupano gran parte della giornata, senza parlare del tempo dedicato alla festa, alla danza, al sogno e al gioco…”
.
” Sono laboratori del futuro, laboratori del doposviluppo. Gli economisti che giudicano questa forma di scambio volontario, senza ufficialità e ai margini della legge, più liberista del mercato ufficiale, da noi si impantanano come gli economisti alla Hernando de Soto o Guy Sorman, che vedono nell'informale del terzo mondo un capitalismo popolare e un terreno di coltura di imprenditori straccioni.”
.
“Permette di rivitalizzare la società locale senza apporto di capitali esterni. Aiuta a prendere coscienza dei problemi locali, a cercare soluzioni pratiche, concrete e realistiche. Riduce le importazioni, gli sprechi e l'inquinamento conseguente ai trasporti. Senza chiasso e senza dichiarazioni, gli "informali" dell'altra Africa non fanno nulla di diverso.C'è una lezione dell'esperienza africana della società vernacolare che può servire anche a tutti coloro che sono impegnati in imprese alternative. La gestione alternativa ha bisogno di appoggiarsi alla "nicchia", piuttosto che di giocare di mercato, che è un concetto della strategia militare, un concetto di conquista e di aggressione. E' legato al razionale e non al ragionevole.”
“La "nicchia" è un concetto ecologico, molto più vicino all'antica prudenza (la phronèsis di Aristotele). L'impresa alternativa vive o sopravvive in un ambiente che è, o deve essere, differente dall''ambiente del mercato. E' quest'ambiente che bisogna definire, proteggere, mantenere, rafforzare e sviluppare. Piuttosto che battersi disperatamente per conservare il proprio settore di mercato, bisogna militare per allargare e approfondire la "nicchia".
Latouche ha il merito di essere stato uno dei primi e, ahimè, ancora oggi, tra i pochissimi intellettuali occidentali ad aver tentato di “leggere”l Africa non secondo le categorie economiche e sociali dell’occidente, al di la dei soliti luoghi comuni.
Cercando invece gli aspetti endogeni e creativi dell’evoluzione ed emancipazione africana.
Evitiamo come la peste il termine: sviluppo.
Latouche parla, a proposito d’Africa, di concetti come Economia Informale o Società venacolare
Ma per questo vi lascio al seguito
LUIGI FINOTTO “KAMO”
“Se si ha una visione centrata sullo sviluppo, una visione economicistica, cioè se si pensa che lo sviluppo sia universalizzabile e che non ci sia salvezza al di fuori di una crescita economica vigorosa, allora si può avere, sull'economia informale africana, solo un punto di vista negativo, nel migliore dei casi condiscendente. Di fronte all'evidenza dei successi di certi "imprenditori dai piedi scalzi", si potrà riconoscere con simpatia il successo del bricolage. Tuttavia, si vedrà sempre nell'informale una economia di espedienti in mancanza di meglio. Valutando l'informale con il metro dell'economia dominante occidentale, e nell'orizzonte dello sviluppo, e riducendo la socialità a un aspetto pittoresco, complementare o ausiliare della sola cosa importante, l'economia, si sarà tentati di vedere questa realtà atipica come una sorta di succedaneo dello sviluppo. Ridicolo o rispettabile, ma sempre in mancanza di meglio, cioè nell'attesa di approdare alla terra promessa della modernità. Insomma, si vedrà nell'informale solo una figura della transizione, non come un laboratorio del doposviluppo.Vedere l'altra Africa come laboratorio del doposviluppo significa invece vedere l'informale in positivo, vederlo di per se stesso per quanto possibile, cioè in funzione delle sue proprie norme, e non commisurato al paradigma dello sviluppo.”
“Nell'informale che c’interessa non si è in una economia, sia pure altra, si è in un'altra società. L'economico non vi è autonomizzato in quanto tale; esso è dissolto, incorporato (embedded, secondo la terminologia di Karl Polanyi) nel sociale, in particolare nelle reti complesse che strutturano le città popolari dell'Africa. Per questo la definizione di "società venacolare" è più appropriata, per parlare di questa realtà, che non quello di "economia informale".
La società vernacolare
“Prima di tutto, si tratta dei modi con cui i naufraghi dello sviluppo producono e riproducono la loro vita, al di fuori del campo ufficiale, mediante strategie relazionali. Queste strategie incorporano ogni sorta di attività economiche, ma tali attività non sono (o sono poco) professionalizzate. Gli espedienti, il bricolage, la capacità di arrangiarsi di ciascuno si iscrivono in reti. I "collegati" formano dei "grappoli". In fondo, queste strategie fondate su un gioco sottile di "cassetti" sociali ed economici sono paragonabili alle strategie familiari, che sono nella maggior parte dei casi le strategie delle massaie, ma trasposte in una società in cui i membri della famiglia allargata si contano a centinaia. I "collegati" sono spesso molto diversi per religione, etnia, statuto sociale, e molto numerosi. Possono essere più o meno incorporati nella famiglia allargata. Le reti si strutturano, in effetti, sul modello della famiglia secondo la logica del clan, con madri sociali e fratelli maggiori”
“la società vernacolare (o l'oikonomia neo-clanica, come la definisco in un mio libro) è a prima vista soprattutto femminile, fondata sulla pluriattività, sul non professionalismo e sulle strategie relazionali. Gli artigiani dell'economia popolare sono forse meno professionali di quanto non pensino o non diano a vedere. Sono spesso anch'essi pluriattivi e nolto dipendenti dalla loro rete sociale. Sono tutti nel doposviluppo.Perciò, dobbiamo analizzare l'incorporazione di questa economia nel sociale, per vedere come la società del doposviluppo ritrova la logica del dono.
Gli esclusi della grande società realizzano il miracolo della loro sopravvivenza reinventando il legame sociale e facendolo funzionare. Esclusi dalle forme canoniche della modernità, dalla cittadinanza dello Stato-nazione e dalla partecipazione al mercato nazionale, essi vivono, in effetti, grazie alle reti di solidarietà neoclaniche. Ma, per spiegare come vivono e sopravvivono le popolazioni dell'altra Africa, bisogna cominciare con il denunciare l'illusione economica e sviluppista, poi analizzare la complessità degli espedienti che assicurano la sopravvivenza dei naufraghi e le logiche che ne permettono la riproduzione.Lo schema di lettura economica e sviluppista porta a molte distorsioni e a controsensi.”
“Prendiamo il denaro. Esso è onnipresente di fatto e nell'immaginario, ma non ha lo stesso significato né lo stesso uso, sul pianeta degli economisti e su quello dei naufraghi. Gli stessi interessati parlano di denaro caldo e di denaro freddo. Il denaro che circola nelle reti si oppone alla moneta del bianco, esterna e astratta. Il primo, in generale monetine e biglietti di piccolo taglio unti e bisunti, è annodato nell'angolo di un perizoma e nascosto sotto i vestiti, viene tirato fuori con precauzione e reticenza, contato e ricontato nella speranza di uno sconto. Il secondo è quello delle Ong, dell'assistenza tecnica. Si conta in milioni e si dissipa nell'astrazione. In ogni modo, che venga consumato in modo ostentato o che serva alla sopravvivenza collettiva, il denaro non è un fine in sé.
Per quel che riguarda il prezzo, questo è piuttosto il risultato di una contrattazione, che non di un mercato. Nonostante la penetrazione dei rapporti mercantili e della monetarizzazione degli scambi, gli attori si sforzano di conservare il primato dei rapporti interpersonali sul gioco anonimo della domanda e dell'offerta. Bisogna rispettare gli statuti, tener conto del contesto nel suo complesso, saper perdere un po' per vincere su altri piani. Così, la moneta e i rapporti mercantili farebbero funzionare una società non mercantile. Chiariamo: si intende con ciò una società che, pur praticando scambi numerosi e conoscendo una circolazione monetaria intensa, non obbedisce massicciamente alla logica mercantile”
“Decretando che i paesi non occidentali erano sottosviluppati, gli economisti hanno deciso che erano miserabili. Si sa che nelle principali lingue dell'Africa non c'è una parola che designi il povero nel senso economico del termine. Le parole che si usano per tradurre "povero" significano in realtà "orfano". E' degno di nota che, in tutte le circostanze della vita corrente, i riferimenti alla miseria non rinviano immediatamente alla mancanza di denaro, ma all'assenza di sostegno sociale. La povertà è legata a una concezione individualistica della società.”
”Questa resistenza di norme che incorporano la solidarietà in un valore metaeconomico (più sociale che economico, cioè), permette questo capovolgimento del senso e degli statuti, condizioni per l'emergere di una postmodernità autentica. In altri termini, quel che in questo modo si rende possibile è il rifiuto della svalutazione di sé decretata dall'Occidente, e in parte accettata, e la riappropriazione di una identità.”
.” La povertà presuppone sempre il confronto dell'individuo isolato con la sua impotenza. Nella società dove regnano al tempo stesso la solidarietà e la gerarchia, ciò non è pertinente”
“La razionalità africana che si crede di scoprire a partire dai successi dell'informale, e dalla quale alcuni pensano di ricavare manuali di gestione specifici a uso dei candidati imprenditori locali o degli investitori stranieri, è anch'essa un'illusione. In questa volontà di attribuire ogni successo alla razionalità, c'è il segno di una certa arroganza e di una grande inconscienza etnocentrica. Con il pretesto che le imprese informali funzionano, si conclude che essere possono essere solo razionali, dunque obbedire al grande mito occidentale della razionalità”
“L'economia moderna e occidentale è caratterizzata dalla razionalità. In teoria c'è un solo modo di essere razionali, mentre ce ne sono molti di essere ragionevoli, ragion per cui la società vernacolare è il luogo della pluriattività. Nella letteratura sull'informale, il termine "pluriattività" designa il più delle volte il fenomeno abbastanza diffuso della doppia attività. Questa doppia attività si riferisce alla situazione del salariato del settore ufficiale (funzionario o impiegato) che esercito al di fuori della sua professione una seconda attività. Nelle reti neoclaniche, dove le attività ufficiali sono piuttosto rare, la pluriattività richiama soprattutto la molteplicità degli espedienti e dei lavori messi in opera per cavarsela. Si ha a che fare con un'assenza di professionalizzazione, il che non vuol dire assenza di competenza.”
”. Hanno inventato la flessibilità ante litteram… All'altro estremo, i non professionisti moltiplicano gli espedienti da cui traggono le loro risorse. A Douala, nelle inchieste sull'occupazione, molti giovani non salariati dichiarano come mestiere: débrouillard (scaltro, che sa come cavarsela…)”
“Al di là della pluriattività e della non professionalizzazione, quel che colpisce l'osservatore attento ai "grappoli" di "collegati" della società vernacolare è l'importanza del tempo, dell'energia e delle risorse destinate ai rapporti sociali. Anche se vi si dispiega una attività intensa, sarebbe abusivo, nella maggior parte dei casi, parlare di vero lavoro. Gli incontri, le visite, i ricevimenti, le discussioni prendono molto tempo. Dare e prendere in prestito, donare, ricevere, aiutarsi reciprocamente, fare una ordinazione, consegnare, informarsi occupano gran parte della giornata, senza parlare del tempo dedicato alla festa, alla danza, al sogno e al gioco…”
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” Sono laboratori del futuro, laboratori del doposviluppo. Gli economisti che giudicano questa forma di scambio volontario, senza ufficialità e ai margini della legge, più liberista del mercato ufficiale, da noi si impantanano come gli economisti alla Hernando de Soto o Guy Sorman, che vedono nell'informale del terzo mondo un capitalismo popolare e un terreno di coltura di imprenditori straccioni.”
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“Permette di rivitalizzare la società locale senza apporto di capitali esterni. Aiuta a prendere coscienza dei problemi locali, a cercare soluzioni pratiche, concrete e realistiche. Riduce le importazioni, gli sprechi e l'inquinamento conseguente ai trasporti. Senza chiasso e senza dichiarazioni, gli "informali" dell'altra Africa non fanno nulla di diverso.C'è una lezione dell'esperienza africana della società vernacolare che può servire anche a tutti coloro che sono impegnati in imprese alternative. La gestione alternativa ha bisogno di appoggiarsi alla "nicchia", piuttosto che di giocare di mercato, che è un concetto della strategia militare, un concetto di conquista e di aggressione. E' legato al razionale e non al ragionevole.”
“La "nicchia" è un concetto ecologico, molto più vicino all'antica prudenza (la phronèsis di Aristotele). L'impresa alternativa vive o sopravvive in un ambiente che è, o deve essere, differente dall''ambiente del mercato. E' quest'ambiente che bisogna definire, proteggere, mantenere, rafforzare e sviluppare. Piuttosto che battersi disperatamente per conservare il proprio settore di mercato, bisogna militare per allargare e approfondire la "nicchia".
mercoledì 22 agosto 2007
ALLE RADICI DELL'IMMAGINARIO ITALIANO SULL'AFRICA. FU UN COLONIALISMO"BONARIO"?
Alem Woldezghi * 23 maggio 2007 da ww2.Carta.org
A distanza di 100 anni l'Italia è ancora preda e vittima di rappresentazioni di gloria e vendetta, quando non di amnesia istituzionale rispetto al proprio passato coloniale e al contatto con l'altro: l'immaginario collettivo degli italiani sull'Africa e sugli africani resta tuttora rappreso a forme di rappresentazione esotiche e subliminali. L'Italia repubblicana non commemora il proprio passato coloniale. Sembra solo volersi disfare del proprio passato: non ama ricordare.Eppure l'Italia democratica ha una responsabilità storica e morale nei confronti dell'ex-colonia primogenita, l'Eritrea.
I sostenitori del colonialismo sono sempre stati del parere che gli italiani, al contrario degli inglesi, hanno assunto in Abissinia un atteggiamento umano e mai razzista, anche nei momenti in cui veniva richiesta particolare durezza. Secondo gli studiosi non andò così: i massacri, la sempre presente discriminazione razziale, l'esplosione del razzismo fascista possono testimoniare il contrario. Tutto il colonialismo italiano fu caratterizzato dal razzismo e dalla sopraffazione, che sono la base di ogni conquista coloniale. Del resto intervenire contro un popolo militarmente più debole dimostra violenza e prevaricazione. E' significativa l'assoluta incomprensione sempre dimostrata nei confronti di una civiltà di antica tradizione come quella eritrea che la politica italiana mirò a distruggere radicalmente.
Su queste radici si sviluppò il razzismo fascista che, secondo me, si deve considerare una chiara estrinsecazione della violenza insita in tutto il colonialismo, un richiamo pesante e pressante per chi oggi non vuole chiudere occhi e orecchie di fronte alla tragica realtà.
Per esempio: è possibile parlare di specifici crimini sessuali del colonialismo fascista in Aoi [Africa orientale italiana]? Di sicuro sì, se per crimini sessuali si intendono in primo luogo le forme di rappresentazione delle donne eritree e il loro sfruttamento sessuale legittimati dal fascismo per coartare forza-lavoro maschile nelle colonie ma anche l'estremo dello stupro coloniale, che in certo senso era autorizzato da quelle stesse rappresentazioni. Il fascismo dichiarò: «La donna torni a essere inferiore, suddita del padre o marito...» ma anche che i cittadini italiani non potevano convivere con un suddito africano.
Non solo: anche il rovesciamento di queste rappresentazioni, conseguente alla dichiarazione dell'Impero nel maggio 1936 e poi la legge del 1937 con le sanzioni per i rapporti di «indole coniugale» fra cittadini e sudditi va letto in questo senso e porta alla luce il nesso fra politiche sessuali e razziali del colonialismo fascista. Secondo le definizioni del colonialismo fascista la donna nera era adatta solo per il sesso e quella bianca invece per il sentimento amoroso.
Già il percorso di costruzione nazionale aveva portato alla definizione di un'identità razziale per gli italiani. Con la dichiarazione dell'Impero questa identità fondata sulla purezza di sangue svolse un ruolo centrale nella definizione delle politiche coloniali: la purezza razziale, intesa in senso biologico, diventò progetto, si proiettò nel futuro.
In Italia, il passaggio da una coscienza coloniale a una imperiale ha implicato l'assolutizzare l'idea suprematista fondata sulla cosiddetta razza. Fra colonizzatori e colonizzati non erano più tollerabili incerti confini «razziali»: diventava necessaria una netta separazione sostenuta da una disciplina e un'auto-disciplina che coinvolgesse tutti gli aspetti della vita quotidiana. In questo processo l'antropologia andava acquisendo uno status che l'avrebbe portata al di là dell'ambito meramente scientifico o accademico per arrivare ad affrancare e sostenere le scelte politiche del regime di Mussolini.
Con la guerra d'Etiopia e la fondazione dell'Impero la discriminazione razziale si trasforma, da prassi, in materia giuridica diventando legge dello Stato: l'Italia, unica fra le potenze europee, si fa promotrice di una forma di segregazione razziale che non ha paragoni in Africa se non nell'esperienza dell'apartheid sud-africano. La colonia Eritrea diviene così il primo laboratorio di sperimentazione delle leggi razziali che nel 1938 saranno estese a colpire anche la comunità ebraica del Paese.
Il rapporto con l'alterità africana si basò su esclusione, violenza, sfruttamento e stragi: pagine ancora rimosse o apertamente negate, in nome di un mito fortemente radicato nell'immaginario collettivo, che continua rivendica l'atipicità italiana come se si fosse trattato di un «colonialismo dal volto umano». Non mancano in Italia seri studi storici sul colonialismo ma difficilmente hanno accesso nel circuito formativo e in quello scolastico.
*(Alem Woldezghi è nato nel 1949 in Eritrea. In gioventù ha militato nell' Eplf, l’Eritrean People Liberation Front, movimento politico-militare impegnato nella lotta di liberazione del popolo eritreo dall'occupazione etiopica che è durata fino al 1993)
A distanza di 100 anni l'Italia è ancora preda e vittima di rappresentazioni di gloria e vendetta, quando non di amnesia istituzionale rispetto al proprio passato coloniale e al contatto con l'altro: l'immaginario collettivo degli italiani sull'Africa e sugli africani resta tuttora rappreso a forme di rappresentazione esotiche e subliminali. L'Italia repubblicana non commemora il proprio passato coloniale. Sembra solo volersi disfare del proprio passato: non ama ricordare.Eppure l'Italia democratica ha una responsabilità storica e morale nei confronti dell'ex-colonia primogenita, l'Eritrea.
I sostenitori del colonialismo sono sempre stati del parere che gli italiani, al contrario degli inglesi, hanno assunto in Abissinia un atteggiamento umano e mai razzista, anche nei momenti in cui veniva richiesta particolare durezza. Secondo gli studiosi non andò così: i massacri, la sempre presente discriminazione razziale, l'esplosione del razzismo fascista possono testimoniare il contrario. Tutto il colonialismo italiano fu caratterizzato dal razzismo e dalla sopraffazione, che sono la base di ogni conquista coloniale. Del resto intervenire contro un popolo militarmente più debole dimostra violenza e prevaricazione. E' significativa l'assoluta incomprensione sempre dimostrata nei confronti di una civiltà di antica tradizione come quella eritrea che la politica italiana mirò a distruggere radicalmente.
Su queste radici si sviluppò il razzismo fascista che, secondo me, si deve considerare una chiara estrinsecazione della violenza insita in tutto il colonialismo, un richiamo pesante e pressante per chi oggi non vuole chiudere occhi e orecchie di fronte alla tragica realtà.
Per esempio: è possibile parlare di specifici crimini sessuali del colonialismo fascista in Aoi [Africa orientale italiana]? Di sicuro sì, se per crimini sessuali si intendono in primo luogo le forme di rappresentazione delle donne eritree e il loro sfruttamento sessuale legittimati dal fascismo per coartare forza-lavoro maschile nelle colonie ma anche l'estremo dello stupro coloniale, che in certo senso era autorizzato da quelle stesse rappresentazioni. Il fascismo dichiarò: «La donna torni a essere inferiore, suddita del padre o marito...» ma anche che i cittadini italiani non potevano convivere con un suddito africano.
Non solo: anche il rovesciamento di queste rappresentazioni, conseguente alla dichiarazione dell'Impero nel maggio 1936 e poi la legge del 1937 con le sanzioni per i rapporti di «indole coniugale» fra cittadini e sudditi va letto in questo senso e porta alla luce il nesso fra politiche sessuali e razziali del colonialismo fascista. Secondo le definizioni del colonialismo fascista la donna nera era adatta solo per il sesso e quella bianca invece per il sentimento amoroso.
Già il percorso di costruzione nazionale aveva portato alla definizione di un'identità razziale per gli italiani. Con la dichiarazione dell'Impero questa identità fondata sulla purezza di sangue svolse un ruolo centrale nella definizione delle politiche coloniali: la purezza razziale, intesa in senso biologico, diventò progetto, si proiettò nel futuro.
In Italia, il passaggio da una coscienza coloniale a una imperiale ha implicato l'assolutizzare l'idea suprematista fondata sulla cosiddetta razza. Fra colonizzatori e colonizzati non erano più tollerabili incerti confini «razziali»: diventava necessaria una netta separazione sostenuta da una disciplina e un'auto-disciplina che coinvolgesse tutti gli aspetti della vita quotidiana. In questo processo l'antropologia andava acquisendo uno status che l'avrebbe portata al di là dell'ambito meramente scientifico o accademico per arrivare ad affrancare e sostenere le scelte politiche del regime di Mussolini.
Con la guerra d'Etiopia e la fondazione dell'Impero la discriminazione razziale si trasforma, da prassi, in materia giuridica diventando legge dello Stato: l'Italia, unica fra le potenze europee, si fa promotrice di una forma di segregazione razziale che non ha paragoni in Africa se non nell'esperienza dell'apartheid sud-africano. La colonia Eritrea diviene così il primo laboratorio di sperimentazione delle leggi razziali che nel 1938 saranno estese a colpire anche la comunità ebraica del Paese.
Il rapporto con l'alterità africana si basò su esclusione, violenza, sfruttamento e stragi: pagine ancora rimosse o apertamente negate, in nome di un mito fortemente radicato nell'immaginario collettivo, che continua rivendica l'atipicità italiana come se si fosse trattato di un «colonialismo dal volto umano». Non mancano in Italia seri studi storici sul colonialismo ma difficilmente hanno accesso nel circuito formativo e in quello scolastico.
*(Alem Woldezghi è nato nel 1949 in Eritrea. In gioventù ha militato nell' Eplf, l’Eritrean People Liberation Front, movimento politico-militare impegnato nella lotta di liberazione del popolo eritreo dall'occupazione etiopica che è durata fino al 1993)
CRISI DEI MERCATI FINANZIARI OSSIA "LA BANALITA' DEL MALE"
Ennesima crisi delle borse, ennesimo crollo,crack o cosacce del genere.
Si parla, com’e’ ovvio, di titoli spazzatura.
Il punto è un altro: esistono titoli che non sono spazzatura, può un titolo non essere spazzatura?.
La storia della Finanza, la Scienza della Finanza ci dimostrano in maniera incontrovertibile che i principi del falso e della truffa sono elementi costitutivi della(non) realtà della finanza.
La moltiplicazione del denaro, l’alterazione continua del suo valore a prescindere dal movimento reale delle merci e del lavoro, non può che avere il suo senso nel crimine.
Sarà un caso o no che le mafie di tutto il mondo sguazzino in questo mare cosi bene da non distinguersi minimamente(né in meglio ne in peggio) rispetto agli altri natanti?
Ora l’ultimo detonatore dell’ultima crisi si chiama “mutui subprime”: come direbbero a Roma, che vor di’?
La complessa matassa finanziaria, in realtà, è abbastanza semplice, al di la di tutti i grafici e le analisi dei soloni tromboni dell’alta finanza.
Si tratta di mutui a rischio, concessi a soggetti meno abbienti col ragionevole dubbio d’insolvenza. Questi mutui costituiscono, più o meno il 10 per cento del mercato.
Le banche che fanno di quest’enorme quantità di debiti?semplice: la trasformano in titoli, la collocano in fondi e la piazzano sul mercato. Puntuale arriva l’agenzia di Rating(quelli che stabiliscono se un titolo è affidabile o no, se un governo e credibile o meno ecc ecc) che attribuisce a questi titoli la triplice A ossia la massima affidabilità: comprate comprate comprate(detto in soldoni).
Succede però che si diffondono le voci di un calo, forse di un crollo del prezzo degli immobili, ossia del bene su cui la banca si rifà in caso d’insolvenza:succede che aumentano le insolvenze dei mutuatari e, siccome,uno più uno ,fa due…succede che succede il patatrack.
Solo che il rischio connesso al mutuo concesso”benevolmente” viene venduto a tutti (sotto forma di grande affare, con l’avvallo complice delle istituzioni)e quando diventa realtà, come un virus subdolo, infetta ogni corpo con cui è venuto in contatto . Il mercato finanziario è dopato per definizione, è un mondo promiscuo che socializza le perdite e circoscrive il più possibile la cerchia dei grandi beneficiari. Crea un’idea di partecipazione che è solo apparente, mentre reale è l’accaparramento furioso di denaro, di cui come un porco bulimico ha continuamente bisogno.
La morte del porco è un lusso che non possiamo ancora permetterci a quante pare.
In questi casi critici(definiti fumettisticamente, crakk) la formula di rito prevede, l’immissione di liquidità nel sistema.
Ancora romanescamente parlando, che vor di’??? Vuol dire che le banche centrali mettono soldi freschi in circolazione, in pratica si comprano i titoli spazzatura che hanno scatenato il caos, salvano le banche,gli speculatori e garantendo il ritorno al giorno prima del crak. I soldi della banca centrale sarebbero di tutti, pubblici, non beni privati, ma non importa, trattasi di dettaglio.
I poveri cristi che non riescono più a saldare i mutui rimaranno poveri cristi e dopo i fatidici tre giorni saranno ancora crocefissi.
Come un novello Amleto, il mercato è folle, ma ha del metodo nella follia.
Trent’anni fa(reagan, thacher…do you remember?) con la bufala colossale del neoliberismo, hanno in realtà armato l’economia affinché uccidesse la politica ed ogni idea di democrazia: ma ogni buon apprendista stregone(come ci ha insegnato Goethe), dopo un po’, non controlla più gli elementi e le suggestioni che crea ed, una di queste suggestioni, la finanza, dopo un po’, si e’ inghiottita anche l’economia.
Per cui siamo al paradosso che la realtà concreta(economia reale) è al servizio dell’apparenza(la finanza e le borse) .
Che fare?…che pretendete da me!!!. Potrei solo suggerire di riavviare il percorso inverso, in pratica tornare al dominio della realtà, ai processi reali e concreti, al metodo della democrazia, al rispetto delle regole conosciute e approvate.
Ogni seria Democrazia considera il denaro come oggetto e non soggetto
A voi l’ardua sentenza!!!
LUIGI FINOTTO “KAMO”
Si parla, com’e’ ovvio, di titoli spazzatura.
Il punto è un altro: esistono titoli che non sono spazzatura, può un titolo non essere spazzatura?.
La storia della Finanza, la Scienza della Finanza ci dimostrano in maniera incontrovertibile che i principi del falso e della truffa sono elementi costitutivi della(non) realtà della finanza.
La moltiplicazione del denaro, l’alterazione continua del suo valore a prescindere dal movimento reale delle merci e del lavoro, non può che avere il suo senso nel crimine.
Sarà un caso o no che le mafie di tutto il mondo sguazzino in questo mare cosi bene da non distinguersi minimamente(né in meglio ne in peggio) rispetto agli altri natanti?
Ora l’ultimo detonatore dell’ultima crisi si chiama “mutui subprime”: come direbbero a Roma, che vor di’?
La complessa matassa finanziaria, in realtà, è abbastanza semplice, al di la di tutti i grafici e le analisi dei soloni tromboni dell’alta finanza.
Si tratta di mutui a rischio, concessi a soggetti meno abbienti col ragionevole dubbio d’insolvenza. Questi mutui costituiscono, più o meno il 10 per cento del mercato.
Le banche che fanno di quest’enorme quantità di debiti?semplice: la trasformano in titoli, la collocano in fondi e la piazzano sul mercato. Puntuale arriva l’agenzia di Rating(quelli che stabiliscono se un titolo è affidabile o no, se un governo e credibile o meno ecc ecc) che attribuisce a questi titoli la triplice A ossia la massima affidabilità: comprate comprate comprate(detto in soldoni).
Succede però che si diffondono le voci di un calo, forse di un crollo del prezzo degli immobili, ossia del bene su cui la banca si rifà in caso d’insolvenza:succede che aumentano le insolvenze dei mutuatari e, siccome,uno più uno ,fa due…succede che succede il patatrack.
Solo che il rischio connesso al mutuo concesso”benevolmente” viene venduto a tutti (sotto forma di grande affare, con l’avvallo complice delle istituzioni)e quando diventa realtà, come un virus subdolo, infetta ogni corpo con cui è venuto in contatto . Il mercato finanziario è dopato per definizione, è un mondo promiscuo che socializza le perdite e circoscrive il più possibile la cerchia dei grandi beneficiari. Crea un’idea di partecipazione che è solo apparente, mentre reale è l’accaparramento furioso di denaro, di cui come un porco bulimico ha continuamente bisogno.
La morte del porco è un lusso che non possiamo ancora permetterci a quante pare.
In questi casi critici(definiti fumettisticamente, crakk) la formula di rito prevede, l’immissione di liquidità nel sistema.
Ancora romanescamente parlando, che vor di’??? Vuol dire che le banche centrali mettono soldi freschi in circolazione, in pratica si comprano i titoli spazzatura che hanno scatenato il caos, salvano le banche,gli speculatori e garantendo il ritorno al giorno prima del crak. I soldi della banca centrale sarebbero di tutti, pubblici, non beni privati, ma non importa, trattasi di dettaglio.
I poveri cristi che non riescono più a saldare i mutui rimaranno poveri cristi e dopo i fatidici tre giorni saranno ancora crocefissi.
Come un novello Amleto, il mercato è folle, ma ha del metodo nella follia.
Trent’anni fa(reagan, thacher…do you remember?) con la bufala colossale del neoliberismo, hanno in realtà armato l’economia affinché uccidesse la politica ed ogni idea di democrazia: ma ogni buon apprendista stregone(come ci ha insegnato Goethe), dopo un po’, non controlla più gli elementi e le suggestioni che crea ed, una di queste suggestioni, la finanza, dopo un po’, si e’ inghiottita anche l’economia.
Per cui siamo al paradosso che la realtà concreta(economia reale) è al servizio dell’apparenza(la finanza e le borse) .
Che fare?…che pretendete da me!!!. Potrei solo suggerire di riavviare il percorso inverso, in pratica tornare al dominio della realtà, ai processi reali e concreti, al metodo della democrazia, al rispetto delle regole conosciute e approvate.
Ogni seria Democrazia considera il denaro come oggetto e non soggetto
A voi l’ardua sentenza!!!
LUIGI FINOTTO “KAMO”
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