lunedì 12 gennaio 2009

C'era una volta una CAUSA in PALESTINA

Come da copione
Israele bombarda, uccide, fa sfoggio di efficienza e spregiudicatezza;come da copione
Le organizzazioni palestinese, cospargono più che possono questo martoriato territorio di missiletti a pioggia,kamikaze, attentati:come da copione
Chi difende Israele(molti) lo fa con i medesimi argomenti e con lo stesso linguaggio da decenni
Chi difende i palestinesi(molti) ricorre al solito armamentario lessicale antimperialista, anti di qua e anti di la: come da copione.
Un teatrino stantio e inutile. Un macabro gioco delle parti
Posso dire che provo una pietà enorme e una rabbia sconfinata per i patimenti dei civili, cosi come li ho provati e li provo per i massacrati e sterminati della Liberia, della Sierra Leone, del Congo.
Questo articolo e’ un tentativo di ragionare sui fatti israelo palestinesi, al di la delle posizioni precostituite, oltre i paraocchi ideologici.

Il controllo di Hamas su Gaza è capillare, sostenuto da ingenti finanziamenti, dal monopolio della violenza e da un’economia di sussistenza alimentata e assicurata in qualche modo dagli aiuti internazionali.
La miseria è terreno di coltura fecondo per il reclutamento di disperati nelle fila di chi porta la morte ad altri attraverso la propria morte; per l’azzeramento di ogni forma di partecipazione; per uno stato di ricatto perenne e soprattutto per la privazione di ogni soggettività che si manifesta nel regresso, scientificamente costruito, a una condizione d’inermi strumenti a perdere, scagliati contro il nemico.
Fa comodo a molti questa situazione: al variegato e disgregato mondo arabo islamico che attraverso la”questione palestinese” si è ricavato un margine di manovra ampio, modulabile e utilizzabile sia per esigenze interne sia per regolari equilibri internazionali ed anche per le elite palestinesi(economiche, politiche e religiose) che da decenni gestiscono l’affaire palestinese:terminali di fiumi di denari che ingrassano una burocrazia,spesso corrotta e quasi sempre inefficiente, ma,soprattutto, ed è questa la colpa imperdonabile, resasi strumento docile di esigenze totalmente estranee alla vicenda palestinese. Da soggetto di liberazione di un popolo a oggetto mercenario al servizio di despoti stranieri e pagatori: questa è stata la parabola del movimento di lotta palestinese
Corruzione endemica, distribuzione capillare di prebende spacciate per servizi da welfare, hanno prodotto una sorta di economia da guerra che reitera la miseria e la dipendenza della massa è,contemporaneamente, l’agio di una minoranza che controlla il flusso e la distribuzione dei beni, scavalcando ogni idea di stato e amministrando con ferree logiche claniche ,militari e privatistiche.
Almeno dalla fine degli anni 70,la costruzione di un’idea laica e democratica di comunità nazionale è stata sacrificata sull’altare o di un’indistinta, inquietante e caotica causa islamica o di qualche scellerata ambizione di potenza,una volta degli iracheni,un'altra degli iraniani per non citare siriani ,sauditi e compagnia cantante.
Decenni di lotta non hanno prodotto alcuna capacità militare effettiva, spendibile sul territorio,dal momento che questa,implica la fatica di costruire un’organizzazione che fa dell’uso della violenza uno dei suoi metodi e non la sua ragion d’essere che, rimane invece la costruzione, appunto, dell’idea di una comunità nazionale, di un progetto di società
La scorciatoia del terrorismo, aggira queste fatiche, eleva la violenza pura al rango di elemento liberatore e sostituisce la ricerca del consenso e il reclutamento consapevole, con il fanatismo, l’individualismo e la centralità della morte, la propria e quella che si procura agli altri.
Decenni di lotta non hanno prodotto neanche capacità di mediazione, poiché una causa svuotata di soggettività propria, non ha posizioni,neanche intermedie, da conquistare o concordare. Siamo arrivati al paradosso che l’ultima azione militare di Tel Aviv è sostanzialmente, un avviso chiaro al regime degli ayatollah iraniani che dirigono le mosse di Hamas e una mossa dal sapore elettorale che consente di far arretrare le posizioni della destra di Netanyahu: La Palestina ,per com’è ora, non è fonte di preoccupazione per Israele,(che da tempo ha derubricato la causa palestinese, ad un operazione di polizia) non è certo causa di un’azione militare di queste dimensioni. Solo il ruolo che i palestinesi svolgono per conto terzi è oggetto dell’attenzione di Olmert, addirittura è tutt’altro che da escludere un livello di condivisione con l’Egitto di Mubarak, al fine di alleggerire la pressione palestinese integralista ai propri confini e spezzare il legame Hamas Fratelli mussulmani.
Non sarebbe certo la prima volta che i regimi arabi, avvallano o attuano direttamente massacri di palestinesi per regolare conti interni.
La ricostruzione della comunità nazionale palestinese non può assolutamente passare attraverso questi attori ormai logori, corrotti, ademocratici e oggettivamente mercenari.
Israele,invece, a modo suo scoppia di salute e fa scoppiare gli altri.
Gode di una solida rendita di posizione derivante dall’appoggio,pressoché’,incondizionato degli Stati Uniti.
Israele è riuscito abilmente a far si che fosse rimossa ogni forma di criticità nel rapporto tra la comunità ebraica mondiale e il governo di Te Aviv, qualunque fosse la sua collocazione politica.
Negli USA, più che in qualsiasi altro luogo del mondo,questa simbiosi tra la potente e influente comunità ebraica e lo stato israeliano ha determinato non un semplice allineamento alla politica di quel paese ma,addirittura, l’acquisizione dell’agenda politica israeliana come propria linea d’azione in Medio Oriente.
Ma oggi a cosa è ridotto questo paese che tanto e acriticamente gode del sostegno di quasi tutte le comunità ebraiche e quasi tutte di matrice democratica e progressista?
Diciamo pure che è un lontano e irriconoscibile parente del sogno sionista da cui è nato. La quasi totalità della sua classe dirigente è di provenienza militare o poliziesca. L’esercito, guarda caso un’istituzione coercitiva, è l’unico luogo che ingloba le componenti sociali e razziali , di una società artificiale, costruita non attraverso processi d’integrazione ma sommando gruppi e individui come in una folle competizione demografico militare.
Israele è il suo esercito. Il paese fondato da Ben Gurion è il primo esempio di “Democrazia militare”. Un sistema economicamente e finanziariamente funzionante
Israele non si è forgiata nella lotta ma, piuttosto, nella guerra ha trovato gli elementi per sviluppare la propria economia, con punte di eccellenza in settori di alta ricerca e tecnologia, per contenere ogni contrasto sociale e per rimuovere alla radice ogni latente tensione razziale. La condizione che vive da decenni è,paradossalmente, il perno,il punto di equilibrio su cui si regge lo Stato, quella condizione è la sua virtù
La guerra è la virtù;è plausibile che queste classi dirigenti ,mettano in cima alle loro priorità la fuoruscita dallo stato di guerra? La pace e una fase di riorganizzazione delle forze o un orizzonte strategico da perseguire? Ci può essere una presa di coscienza interna,una capacita di autoriforma sia da parte israeliana e palestinese?
Risposte scontate a domande retoriche.Sarà mai possibile un disarmo unilaterale e un rilancio di un processo di democratizzazione interna, nel rispetto della peculiarità nazionale e nell’ambito di una tutela e garanzia internazionale? Qualunque delle parti avviasse questa dinamica, renderebbe oggettivamente superate, a ogni livello, tutte le attuali condizioni e giustificazioni di guerra. Altrimenti saremmo alla coazione a ripetere, all’investimento sul terrore, alle filastrocche demagogiche contrapposte, elevate al rango di ragioni storiche. Altrimenti, appunto, saremo domani, dove siamo oggi.

LUIGI FINOTTO