lunedì 31 dicembre 2007

AMPLIO, DILATO, ALLUNGO E STRAVOLGO LE PAROLE DI UN ITALIANO DI ASMARA(Angelo Granara), COME ME!!!

NON SIAMO E NON SIAMO MAI STATI BELLI E DOLCI COME LE NOSTRE NOSTALGIE (dedicato a MOTHONI)

Quando ripenso agli anni trascorsi in Eritrea mi assale un senso di frustrazione perché mi sento privato di un bene e di un vantaggio ai quali avevo diritto.O ai quali, almeno, credevo d’avere diritto.La privazione di questo diritto mi ha causato un forte senso di delusione che, talvolta, si trasforma in risentimento, in amarezza e in una sorta di prolungata tristezza e d’ingiustizia nei confronti della vita.Tutti questi sentimenti miscelati con l’amore profondo ed irrazionale che mi legava a te, cara Asmara, sono all’origine di quella strana malattia che va sotto il nome di Mal d’Africa.Ma il Mal d’Africa di coloro che hanno vissuto in Eritrea è qualcosa di diverso da quello di cui tanto si scrive e si parla. E’ una forma di dolce pazzia spiegabile, forse, con quell’irripetibile habitat, quelle condizioni di vita che, oggi, potrebbero essere definite "a misura d’uomo" con abusata espressione.L’Eritrea è stata per molti anni un esempio riuscito di società multirazziale: eritrei, italiani, indiani, yemeniti, greci, inglesi, americani…cattolici, copti, protestanti, musulmani, ebrei, buddisti, tutti insieme avevano raggiunto un buon livello di armonia, quasi un’alleanza nell’interesse comune.Il tutto ambientato in condizioni climatiche favorevoli e in diversità paesaggistiche affascinanti.
Però, secondo me, l’elemento fondamentale di tutta quest’amalgama era rappresentato dalla proprietà del proprio tempo, dalla certezza, cioè, di non dipendere quasi esclusivamente dagli altri. Cerco di spiegarmi meglio. Si aveva la certezza di poter programmare le proprie azioni quotidiane senza dover tenere presenti le variabili rappresentate da ingorghi nel traffico, file agli sportelli, mezzi pubblici, manifestazioni, elezioni nazionali, regionali e comunali.Allora era diverso: c’era tempo per perdere tempo, per fermarsi al bar a prendere il caffè con gli amici, per tornare a casa a pranzo, mentre qui in Italia ho imparato a mangiare in piedi come i cavalli e a prenotare pasti o partite di calcio con una settimana d’anticipo.Ripensando a tutto questo mi assale la frustrazione per essere stato privato del diritto di gestire il mio tempo. Poi, però, rifletto e cerco di esaminare le cose in modo obiettivo. Avevo realmente questo diritto? A quale titolo avrei potuto reclamarlo trovandomi in casa d’altri? Perché la verità è questa, noi eravamo ospiti in Eritrea, e in qualità di ospiti non avevamo diritti né momentanei ne perpetui.A questo punto mi rendo conto che frustrazione, amarezza, delusione non hanno ragione di essere; hanno diritto di esistenza soltanto la nostalgia e il rimpianto per un periodo di vita che abbiamo ed ho avuto la fortuna di vivere. Posso rimpiangere la mia fanciullezza di cui mi restano i ricordi mentre dell’Eritrea mi resta la "dolce pazzia". Oggi che l’eritrea è lontana da me, irrimediabilmente lontana, estranea alla mia quotidianità, posso finalmente, lentamente, recuperarla, accettando le sue dure regole. Oggi, essere eritreo per me, vuol dire combattere e sfidare quel senso di piacere e possesso che fu anche mio e, che si tramuta in nostalgia al sapor fascista. Giusto fu cacciarci e privarci di tutto, perché ladri e assassini fummo
LUIGI FINOTTO/GRANARA

mercoledì 12 dicembre 2007

Il lupo perde il pelo ma non il vizio: fallimento del vertice euro-africano di Lisbona

Il lupo Europa di pelo ne ha perso parecchio da quel di’che fu, ormai ridotto ad un sarcofago che contiene solo vecchie e usurate vestigia, incapace di dare senso e concretezza politica ad un soggetto, sempre più, insopportabilmente, burocratico e pletorico, paragonabile ad una cupola finanziaria e affaristica.
Or bene ai primi di Dicembre l’Unione Europea ha organizzato un summit con gli stati africani, al massimo livello, coinvolgendo una settantina di capi di stato e di governo europei ed africani.
Sede dell’evento è stata Lisbona, capitale di uno degli stati, storicamente, stupratore dell’Africa.
Oggetto dello storico evento era l’”Accordo di Partenariato Economico”(epa) tra i due continenti, detto più prosaicamente, si trattava di ridisegnare e di individuare le linee guida delle relazioni Afro Europee. I rapporti tra i due continenti, tutt’altro che idilliaci, hanno più di 500 anni e, certo non hanno imboccato il percorso dell’idillio in quel di Lisbona.
In questa sede, ci verrebbe da dire ”anche” in questa sede, l’Unione Europea si è dimostrata incapace di andare oltre se stessa, oltre il proprio passato storico, antico e recente, oltre i propri schemi culturali e concettuali, oltre gli eterni e insaldabili debiti di riconoscenza verso tutti gli editti e le sollecitazioni che provengono dai nord americani.
Dalla Merkel a Sarkosy, da Prodi a Zapatero e proseguendo con gli altri, non hanno avuto di meglio da offrire che, la creazione di uno spazio unico per il libero commercio di beni e servizi, concedendo al massimo la possibilità di escludere taluni prodotti o servizi, per un tempo provvisorio.
Che dire? Geniali ed originali
D’altra parte come sa benissimo anche uno studente d’economia alle prime armi, la libera circolazione dei beni e dei servizi, conduce alla corretta allocazione delle risorse, allo sviluppo, al benessere materiale e spirituale ecc ecc. Certo che si!!!: chi mai potrebbe dubitare se non uno sciocco o uno stolto, che una qualunque impresa del Mozambico o del Rwanda possa liberamente gareggiare con una della Germania piuttosto che della Francia? Gli scafali dei nostri supermercati, come ben saprete, abbondano dei manufatti made in Ethiopia, made in Sudan, made in Ghana o in Mali, per non dire degli splendidi Hi Fi del Burkina Faso o delle splendide e convenienti polizze assicurative delle agenzie senegalesi. Questo è il fantastico mondo immaginato da chi propone queste ricette. Siamo alle solite!
Gli europei confondono, freudianamente, un accordo o un trattato con l’imposizione di un modello che non è solo economico ma anche sociale e culturale,come se ancora non bastasse, successivamente, appaltano la gestione delle conseguenze devastanti di queste politiche, tutt’altro che nuove ma almeno trentennali, alla filantropia, in tutte le sue varianti( cattoliche, laiche, progressiste persino alternative di matrice sessantottina) o all’emergenza. Il bastone dell’ordine e la carota dell’elemosina
Il protezionismo e la tutela di settori strategici che sono state le colonne sulle quali si sono formate tutte le potenze economiche occidentali, diventano eresie insopportabili e sanzionabili se applicati dagli altri. Lisbona, però, rischia, malgrado la ricetta ottusa, stantia e ripetitiva, proposta dagli occidentali, di diventare veramente”storica”.
E’ stata la sede del primo rifiuto, pressoché collettivo, alla proposta europea.
Gli stati africani, con diversi accenti e con poche eccezioni, hanno fatto emergere forti criticità e palesi rifiuti. Il summit portoghese è stato l’ultimo atto di un triennio vivace e inquieto per le relazioni internazionali di quest’immenso e ricco continente.
In questo biennio si sono gia svolti incontri bilaterali a Caracas, a Pechino, sono in previsione a breve in Giappone e in India. Il verbo liberista non ha il monopolio, addirittura appare obsoleto e superabile, per molti di questi paesi.
Gli accordi che s’ipotizzano e per molti versi si mettono già in pratica, non sarebbero più subordinati a strumentali”protocolli politici, economici e finanziari” da rispettare; i prestiti erogati non sono più vincolati a tassi da usura che, di fatto, rendono il prestito inesigibile ma perennemente condizionante e, soprattutto si realizzerebbe della moneta, bene speculativo per eccellenza, come unico strumento di scambio economico. Entrano nei rapporti commerciali anche la formazione del personale, la costruzione d’infrastrutture sociali ed economiche, la costituzione d’imprese miste.
Questo percorso non è certo lineare, sono molte le trappole, le contraddizioni, le insidie, ma, rimane l’indubbio merito di rimettere in discussioni politiche elevate ormai al rango di dogmi e di atti di fede e, soprattutto il fatto di lasciare al palo la boria europea e occidentale.
Il protagonismo latino americano, africano e cino-indiano, oggettivamente sfida l’asse costituito dal cosiddetto Washington Consensus( FMI, Banca mondiale, blocco usa/Europa) e, per la prima volta, pone alternative praticabile a chi cerca di sottrarsi alle ricette neo liberiste.
L’Europa, come il vertice di Lisbona ha dimostrato, non riesce a liberarsi della sindrome del saccheggio e della speculazione.
L’integrazione del continente all’economia internazionale ed il rispetto dei diritti umani, fungono da cavallo di Troia ma, è un cavallo nudo, a cui, qualcuno comincia ad intimare lo sfratto.

LUIGI FINOTTO