venerdì 14 settembre 2007

NOI,L' OPPIO E L'AFGHANISTAN

Il 90 per cento dell’oppio mondiale proviene dall’Afghanistan, quest’anno un kg d’oppio è venduto dagli agricoltori ai”trafficanti”per oltre cento dollari: l’eroina si prepara per via sintetica, trattando la morfina estratta dall’oppio, quindi, non ci vuole poi molto a trarre le logiche conseguenze.
Le logiche conseguenze sono che l’economia afgana, dalla fine dell’occupazione sovietica ad oggi, è, di fatto, sorretta dalla coltivazione e traffico dell’oppio, un’attività che da sola, produce più del 50 per cento del reddito nazionale, non necessita d’infrastrutture civili, d’investimenti tecnologici ma, semplicemente della millenaria cultura dei contadini afgani.
Estirpare le coltivazioni di papavero sarebbe quindi il viatico sicuro alla bancarotta nazionale e all’ulteriore immiserimento della popolazione. A queste condizioni appare scellerato ogni programma di sradicamento delle colture e poi, chi avrebbe la forza e l autorità per un simile atto? L’inesistente governo afgano o le truppe d’occupazione? La contiguità tra potere politico e potere criminale è non solo accertata ma, addirittura costituisce l’ossatura che tiene in piedi ciò che oggi è l’Afganistan. Questo è un narco stato feudale, controllato dai War lords amici dell’occidente e dai talebani, i quali hanno bisogno dell’assenza d’ogni forma d’istituzione credibile e di società civile, perché solo così, possono gestire, pressoche’indisturbati l’affare miliardario del traffico di droga.
Il legittimo bisogno di sopravvivenza dei contadini, le smanie d’arricchimento dei signori della guerra e delle mafie internazionali, il delirio folle e razzista degli integralisti talebani si miscelano orribilmente e danno vita all’infernale pantano afgano.
In quel pantano ci stiamo anche noi, con le nostre truppe e, oggettivamente, per il semplice fatto di esserci, abbiamo dato il nostro contributo a questa devastante situazione.
Andarcene via è giusto ma, risolverebbe solo un nostro problema.
La questione afgana, invece, è molto di più, è uno snodo fondamentale ed anche emblematico, di quasi tutte le criticita’e i disastri che il neoliberismo globalizzato, sotto le insegne degli USA, sta sviluppando ovunque.
Volete degli esempi? Eccoli!
La sovrapposizione tra economia legale e criminale, l’eliminazione scientifica dell’idea stessa di società, lo svuotamento di poteri di tutti gli organismi internazionali, l’esclusione di fatto della politica, sostituita dalla militarizzazione d’ogni tipo di rapporto sociale, l’unilateralismo nordamericano, il ricorso strumentale allo scontro di civiltà come potenziale detonatore d’ogni crisi desiderata e provocata, la volontà di ripristinare una sorta di feudalesimo (spartizione del territorio tra “signori”locali), come forma ottimale di gestione e controllo degli “stati canaglia” (Afghanistan, Somalia, iraq……)
Rimettere al centro la politica, coinvolgere la comunità internazionale: questa è la sfida.
Concepire percorsi realizzabili e condivisi, partendo dalle questioni reali e prospettando opzioni civili, non militari e socialmente rilevanti.
E’ un lavoro paziente, forse non spettacolare e neanche produttivo di consenso nell’immediato.
Queste considerazioni mi portano a guardare con favore la proposta avanzata da Rifondazione ed altri, nell’ambito della sinistra radicale e della Rosa nel Pugno, di acquistare il raccolto d’oppio dell’Afghanistan e di utilizzarlo per incrementare la produzione di morfina ad uso terapeutico.
Non è una follia ma, piuttosto, la più realistica ed efficace delle soluzioni possibili.
Sottrarrebbe i contadini al giogo dei criminali, dei signori della guerra e dei talebani stessi, rimetterebbe in discussione l’assetto socio economico che regge quel paese. Gli equilibri interni scaturiti dall’occupazione militare, sarebbero minati alla base.
La politica tornerebbe ad esercitare il suo ruolo.
Il problema sarebbe il costo di realizzazione e l’impegno del numero maggiore possibile di paesi occidentali nel finanziamento dell’impresa: finanziamento che sarebbe, di fatto, una scelta politica alternativa alla soluzione militare e potenzialmente foriera di altre e ulteriori opzioni civili.
Si stima che i contadini afgani guadagnino circa 700 milioni di dollari ogni anno dal commercio dell’oppio, la cifra, però, lievita se ci aggiungiamo i contrabbandieri, funzionari corrotti, insomma tutto l’indotto. Si tratterebbe, innanzi tutto di fissare un prezzo che non incoraggi i contadini a rivolgersi ai contrabbandieri e, nello stesso tempo, garantire loro l’acquisto del raccolto: ridistribuire il reddito prodotto tra la popolazione che, seppur, miseramente, ancora sopravvive con i benefici del commercio d’oppio. Altrimenti il rischio è quello di farsi risucchiare completamente dalla discussione bellica, di accettare l’agenda imposta dagli altri. Farsi schiacciare dal dilemma della Exit strategy, costituirebbe una deriva provinciale e minimalista che non sposterebbe di un millimetro in avanti, la soluzione del pantano afgano. Se i governi progressisti, i movimenti, gli organismi internazionali non avranno la capacità e l’intelligenza di proporre altre soluzioni praticabili, dovranno adeguarsi ancora a discutere delle decisioni gia prese dai soliti noti.

LUIGI FINOTTO "KAMO"

APPUNTI SUL CORNO D'AFRICA:CAUSE E SVILUPPI DI UNA CRISI EMBLEMATICA

L’11 settembre è passato, con tutta la sua tronfia retorica sulla lotta al terrorismo.
Che dire? Com’e’ lo stato di distruzione dei committenti del terrore o presunti tali?
In Afganistan ed in Iraq le cose non vanno bene. In Iran e in Corea del nord si arranca: un giorno si discute su come accordarsi con loro ed un altro su come raderli al suolo, nel dubbio, intanto, teniamoli nella lista nera, tra gli stati canaglia. E’ un elenco che gli statunitensi aggiornano e poi inviano, presumo, via fax ai vari ministeri degli esteri del globo, affinché adeguino la loro politica estera.
Or bene, la novità è che il suddetto elenco potrebbe essere allungato di un’unità da un momento all’altro
La new entry dovrebbe essere l’Eritrea, si avete capito bene!!
La notizia è ufficiale, l’annuncio è del dipartimento di stato
Il vecchio John Wayne non è tipo che parli per far prendere aria alle tonsille, tuttaltro!!
Loro si, che si occupano dell’Africa e nella fattispecie di ciò che accade nel Corno d’Africa: è vero, sono rozzi e superficiali ma la carta geografica la conoscono bene e, sanno benissimo che la guerra è la distanza più breve che ci sia tra il loro interesse e la più vicina delle loro basi. Semplice, vero!!!!
L’uovo di colombo dell’americanismo in fin dei conti è tutto qui: la linea dell’orizzonte.
Per loro non è una striscia lontana, una bussola, un riferimento, piuttosto è una linea che li attraversa.Sono empirici, pragmatici: “Vedo una cosa, quindi la sto gia toccando”, ”ho un obiettivo?Sarà l’ultima tappa di ciò che sto facendo”
Ma come mai nella loro agenda, nel loro orizzonte è entrata la minuscola Eritrea (4 milioni d’abitanti e meno di 120 mila km quadrati)?
In realtà il loro interesse riguarda la vasta area dell’Africa orientale che potremmo allargare in questo caso anche al Sudan.
L’Eritrea è indipendente dal 93 e, malgrado diversi tentativi di porre basi lungo le sue coste o di recuperare vecchie posizioni militari che gia gli USA avevano al tempo in cui qui comandava il Negus, non è stato raggiunto alcun accordo in merito.
Inaccessibili sono rimaste le ancora più lunghe e appetibili coste somale, cuneo formidabile inserito tra l’oceano ed il Mar Rosso
Il Sudan, novella potenza petrolifera, è una sorta di provincia distaccata della Cina, in odor d’integralismo
Rimane quindi solo l’Etiopia, da sempre fornita di uno dei più valenti eserciti africani, grande paese con più di 70 milioni di persone.
Le benevoli attenzioni degli USA ovviamente si sono rivolte all’Etiopia e indirettamente anche quelle dei grandi investitori privati e soprattutto degli organismi internazionali, quelli legati al Whashington Consensus, ossia Fondo Monetario, Banca Mondiale.
L’Etiopia è anche il paese “Cristiano per eccellenza” della zona, sia per storia sia per consistenza numerica dei copti cristiani, pur essendoci una presenza mussulmana del 40 per cento almeno.
L’Africa Orientale, basta osservare la carta geografica, è una sorta di ponte naturale verso il mondo arabo, il medio oriente e l’India stessa.
Questa è una caratteristica culturale ed etnica, prima ancora di essere un dato geografico: ad esempio, la lingua somala, contiene molti termini che si rifanno a parole indiane. C’e’ un dato geopolitico che lega queste terre alle zone nevralgiche del presente e del futuro
Tutte le questioni che fanno da detonatori delle esplosioni del xxi secolo, sono li’ presenti, ad uso e consumo di chi voglia azionarli.
La questione energetica (Sudan ed in prospettiva Somalia), l’islamismo politico, lo scontro con la Cina.
I nordamericani hanno gia il loro gendarme in zona: l’Etiopia
Questa è la cornice: dentro c’e’ il quadro, i fatti, ci sono gli africani in carne ed ossa.
Ci sono le convulsione ed i tormenti di di 4 o 5 nazioni.
Di queste questioni, questo blog si occuperà in maniera circostanziata e possibilmente documentata, per ora, mi limito a brevi cenni, giusto per dare un idea di massima che, possibilmente, inquadri l’essenza delle tematiche in ballo.
Partendo dal Sudan. Questo enorme paese, il più grande d’Africa, ha recentemente scoperto un tesoro nelle sue viscere: il petrolio.
Il suo Pil è schizzato in alto, le condizioni di vita dei sudanesi meno. Khartum si appresta a diventare una moderna metropoli, centro d’affari.
La Cina è l’alleato di ferro, vero tutore dei sudanesi anche in sede ONU.
Il Sudan è la vera testa di ponte della penetrazione cinese in Africa, uno dei dati politici e strategici più importanti di questi anni
Il potere è islamico, la composizione etnica è articolata che, solo strumentalmente si può ricondurre ad un inesistente dualismo cristiani/mussulmani.
IL sud del paese è abitato da popolazioni prevalentemente animiste, etnicamente assimilabili ai popoli del centro Africa e molto marginalmente cristiane.
Si sono per anni difese non solo dall’islamizzazione forzata operata dal potere centrale ma, soprattutto dalla estromissione totale dal potere e dalla gestione diretta delle risorse. In parte, nel 2005, questo problema è stato risolto, per quanto riguarda ampie regioni del Sud, in seguito alle trattative con la guerriglia, ora presente al governo; anche il fronte orientale sudanese è stato sedato, grazie alla mediazione eritrea. Rimane la grave situazione del Darfur, regione che rivendica autonomia da Karthum. I messaggi (interessati) che arrivano da noi sono: è uno scontro di religione, cristiani mussulmani, è necessaria una “ingerenza umanitaria” per risolvere la crisi. Non vorrei sbagliarmi ma, ho l’impressione che questa filastrocca l’abbiamo sentita tante volte. Un formidabile cavallo di Troia, per intervenire ovunque, piazzarsi e stabilire le proprie regole e, poi, già che ci siamo, facciamo pure sloggiare i cinesi. Strike per qualcuno: via gli islamici, via i terroristi, via i cinesi e a noi i pozzi! La soluzione di un problema africano non può che essere data dagli africani, con gli strumenti di cui si doteranno e nei modi opportuni. E’ una tesi inaccettabile per la dottrina Bush. L’america è dove ci sono i miei interessi, l’America è dove ci sono i miei nemici, l’America è ovunque.
La convivenza e la distribuzione di potere tra diversi raggruppamenti etnici, in taluni casi, trasversali agli stessi paesi, è la fonte prima di tutte le contraddizioni africane, specialmente in quest’area. L’occidente ha delle responsabilità: come in Sudan, così altrove ,ha arbitrariamente stabilito in epoca coloniale e post coloniale una gerarchia di potere tra popoli diversi, funzionale ai propri interessi;In Sudan,per esempio, i britannici hanno,di fatto, attribuito il potere alle elite che erano espressione del nord e , questa situazione è rimasta tale fino ad ora: mi parrebbe alquanto inopportuno richiamare i britannici per risolverla.
L’Eritrea ,giovane stato, indipendente dal 1993, rivendica ,in perfetta continuità con la sua trentennale lotta di liberazione, una crescita graduale, autarchica, attingendo al patrimonio materiale e culturale dei popoli eritrei:facendo, caso unico in Africa, della pluralità etnica, un fattore propulsivo ed unitario.
L’Eritrea ha reimpostato il suo sistema di relazioni internazionali,proprio su questo principio. Ha più volte rifiutato l’”aiuto” statunitense, ha ridiscusso su basi nuove, il rapporto coi cosiddetti donatori, ha ridotto la presenza delle ONG, vincolando la loro attività ,al programma economico finanziario nazionale.
Da anni vive in uno stato di guerra, per una disputa di confine con l’Etiopia: il contenzioso, in realtà, è stato già risolto in seguito ad arbitrato internazionale inappellabile, a favore dell’Eritrea: l’ONU, però non riesce a dare attuazione a questa sentenza, costringendo questo minuscolo stato ad occuparsi, prevalentemente della sua sicurezza. L’ultima notizia riguardante l’Eritrea, è la sua candidatura ad entrare nel club degli stati canaglia,nell’elenco redatto dai nord americani.
La signora Frazier che si occupa di questioni africane, nell’ambito del Dipartimento di stato, ha rilevato ripetuti comportamenti da parte dell’Eritrea, estremamente pericolosi per la sicurezza degli USA e delle democrazie occidentali (ahimè,non è una barzelletta). Quali sarebbero questi oltraggi alla libertà e alla democrazia? Sostanzialmente l’aver ospitato una conferenza di tutte le forze somale di opposizione, comprese le componenti islamiche, le quali, come primo punto, per avviare la ricostruzione della nazione somale, chiedono il ritiro immediato delle truppe di occupazione etiopiche.
Avendo considerato le corti islamiche ,come terroristi, legati ad AL Qaeda, è implicito,ritenere gli eritrei collusi ai terroristi
Gia’,la Somalia. La scintilla che potrebbe far esplodere la prateria
Paese mussulmano, abitato da nomadi,dediti prevalentemente alla pastorizia, una lingua ed una cultura sostanzialmente comune, divisi in clan, in grandi gruppi umani.
Una sorta di struttura sociale genealogica. L’islam somalo è sunnita, tollerante per tradizione. In africa l’islam, mescolandosi a riti animistici ,ha generato una religione che non ha la pesantezza dottrinaria che ha altrove:più che un fine da perseguire, è stato un sistema di regole e relazioni.
Quest’Islam è da considerare, per sua natura, quasi impermeabile alle sirene integraliste
In Somalia è accaduto qualcosa di spiegabile con le premesse di cui sopra.
Le Corti Islamiche, ossia l’insieme dei tribunali che regolavano i conflitti ed i contenziosi, oltre ad essere anche elemento civile di regolazione e distribuzione, hanno assunto, nel tempo, un espressione politica ed utilizzato l’elemento religioso unificante, per combattere lo sfarinamento del paese.
La Somalia dopo la caduta di Siad Barre,il quale in qualche modo era riuscito a creare un sentimento nazionale,ha di fatto cessato di esistere come elemento statuale. Sbriciolata in bande,in feudi, controllati dai WarLords è finita in balia di razzie e violenze.
La Somalia è diventata centro di traffici e illeciti d’ogni tipo: dal traffico d’armi, allo scarico dei rifiuti tossici e nocivi e alla coltivazione e vendita di droga.
Questa situazione si è protratta per almeno un quindicennio:ogni tentativo di ristabilire la legalità si è dimostrato assai flebile.
Gli USA hanno volutamente foraggiato i signori della guerra, in chiave anti islamica, cercando in ogni modo di evitare la formazione di un entità statuale .
La vittoria delle Corti,appoggiate dalle popolazioni di Mogadiscio, non tanto per affinità ideologica ma, per desiderio di pace e normalità, ha gettato nello sconcerto gli Usa ed i loro gendarmi locali, i governanti etiopici.
Dopo pochi mesi,il paese è stato invaso ed occupato dall’esercito etiopico, ripetutamente bombardato dagli aerei americani.
Il pretesto è il solito e, come sempre, senza l’onere della prova: presenza di terroristi di Al Qaeda.
Tra i governi occidentali, solo l’Italia, ha espresso condanna per l’attacco americano.
L’operazione è andata bene anche all’Etiopia, sia perché ha rinvigorito l’alleanza con gli Usa e sia per il timore che la rinascita somala, riaccendesse le tensioni con la minoranza somala presente in Etiopia,precisamente nell’Ogaden. La situazione ora è caotica, con un autorità che si regge sull’appoggio esterno militare .
La diaspora somala, dopo un breve periodo, in cui pensava di rientrare è di nuovo sfiduciata.
L’agenda politica somala ora è di pertinenza della signora Frazier, del dipartimento di stato americano .
Ci sono tentativi di risoluzione di crisi: c’e una via africana, che deve passare necessariamente per i partecipanti della conferenza di Asmara ed una via etiopico-americana che prevede la creazione di uno stato fantoccio,provincia dell’Etiopia e piattaforma militare per azioni “anti terrorismo”
Il governo italiano denota un meritevole attivismo nelle faccende somale, grazie al vice ministro Sentinelli ma ,sarebbe opportuno che l’Italia nelle sedi opportune, condannasse l’ingerenza tramutata da cooperazione e sostegno: ingerenza che è ormai il faro della politica estera dell’Unione Europea e degli Usa
Avrà la forza? Dubitiamo
In questo scenario, la potenza, il soggetto forte è l’Etiopia.
Il soggetto forte ha una forza riflessa ed una fragilità reale
L’Etiopia è un colosso, frammentato in molteplici etnie che hanno sempre convissuto, accettando il dominio di una di loro,gli Amhara
Storicamente padri dell’impero etiopico e della religione copta.
Ora , in seguito a varie vicissitudini, che non è il caso di spiegare ora, il potere è finito ,in pratica,ai Tigre’
Questa è una minoranza, che ha la sua regione al confine con l’Eritrea e con la quale ha molto in comune, sia dal punto di vista linguistico che culturale.
Ha avuto un ruolo importante nella millenaria storia d’Etiopia ma rimane meno del 5 o 6 per cento della popolazione etiopica.
Una minoranza che in pochi anni ha occupato tutti i settori dello stato, ha sbaragliato l’opposizione ricorrendo a brogli ed arresti mirati, controlla i flussi miliardari che arrivano dagli organismi finanziari e dagli Usa stessi.
La forza dell’Etiopia è proporzionale alla consistenza degli interessi Usa in loco: per procura invade la Somalia, tiene in scacco l’Eritrea, fa il bastione della cristianità (con quasi meta popolazione mussulmana) in zona mussulmana.
Quanto può durare? Non saprei. Fin quando il puzzle etnico reggerà? Fino a quando il sostegno esterno compenserà l’indifferenza per le condizioni interne?
Sicuramente in quest’area si confrontano le due afriche: quella che è proiezione dei Piani di Aggiustamento Strutturale, delle donazioni, dei vincoli imposti dagli organismi finanziari internazionali, dell’apertura illimitata al capitale straniero, delle classi dirigenti plasmate su queste politiche endogene, della pervasiva presenza dell’industria della carità e della filantropia che occupa il deserto creato dalla distruzione dei bilanci pubblici;l’altra Africa,invece, che tra luci ed ombre, pone al centro della propria agenda politica, la sovranità nazionale che, in questo continente, spesso coincide con la costruzione ex novo o l’invenzione della nazione, col sancire il principio che le relazioni internazionali sono scelte di politica interna e non imposizioni che determinano la politica interna stessa.
I sommovimenti del Corno d’Africa riflettono anche e soprattutto questo scontro
In questo pezzo di continente vivono più di 120 milioni di persone e ridurre le loro drammatiche vicende, semplicemente ad uno scontro tra cristiani e mussulmani, tra terroristi e anti terroristi, tra moderati ed integralisti, significa applicare categorie meramente occidentali a fatti ed azioni che hanno, invece, una loro peculiarità e specificità. E’ l’ennesima imposizione ed intromissione violenta nella storia africana, anzi peggio ancora, è la negazione stessa che questo continente sia capace di fare Storia ed elaborare categorie concettuali proprie.

LUIGI FINOTTO "KAMO"

giovedì 6 settembre 2007

IMMIGRATI E SICUREZZA:REALISMO E STATO DI DIRITTO

Si fa un gran parlare d’immigrati, di delitti e di sicurezza: le tre cose sono ovviamente correlate, nella vulgata mediatica.
Quando penso agli stranieri, a quelli che osservo nella mia città, ho come la sensazione di vivere in un altro paese e non in questo, devastato, secondo tutti i media, dall’invasione criminale degli alieni extracomunitari.
Qui, a San dona’sono all’incirca tremila, su una popolazione di quasi 40 mila persone: tanti?pochi? Non saprei dirvi. So solo che quando penso a loro mi vengono in mente tre gruppi che forse, ma non ne sono certo sono i tre i più numerosi: bangladeshi, senegalesi e ucraini.
Personalmente sono contento che ci siano: sono laboriosi, corretti ed ho la netta impressione che se sono qui è perché sono indispensabili alle nostre economie e alle nostre famiglie. Li vedo per strada ed in quel momento, capisco cosa vuol dire, in concreto, pluralità culturale, riesco persino a dare un significato alla parola: cultura.
La prima cosa che noto e’ che loro (specialmente senegalesi e bangladeschi) camminano, noi, invece, “andiamo” da un posto all’altro. Dalle loro movenze è evidente che l’orologio, per loro è solo uno dei modi per misurare il tempo; nei comportamenti, la distinzione tra uomo e donna è netta, per la donna, a volte, è sudditanza, ma spesso è anche distinzione. Non mi risulta che siano dediti ad attività criminali, anzi, spesso sono vittime di una certa criminalità economica(lavoro in nero,divieto di sindacalizzarsi,violazione delle norme sulla sicurezza), perfettamente accettata e giustificata dal nostro modello di sviluppo. Le ucraine, schive e sempre in gruppo, mi sorprendono per la loro età media, abbastanza alta. Ho visto donne di 60 anni, giunte in Italia da poco e, mi chiedo, come sia possibile a 60 anni emigrare. I senegalesi e bangladeshi sono giovani ed ho l’impressione, conoscendone qualcuno, che non siano qui per bighellonare ma che abbiano progetti molto precisi per se e per le loro famiglie che, abbiano l’intento di ricongiungere a se, almeno la cerchia più stretta dei loro familiari, quindi, deduco che, abbiano sicuramente la convinzione che questo sarà il paese del loro futuro, del loro tentativo di emanciparsi dalla povertà e dall’esclusione.
Non mi sembrano neanche del genere”comandi sior paron”, avrebbero una tendenza alla sindacalizzazione e, in ogni modo, manifestano molta attenzione verso i loro diritti.
Insomma non mi sembrano parassiti o criminali o avvezzi ad attivita’fastidiose e moleste.
Lo ammetto: ho una predisposizione “genetica” nel non vedere nello straniero il nemico e l’usurpatore, per cui, potrei anche essere condizionato da questo, nelle mie valutazioni.
Ciò che vedono i giornali esiste, non lo metto in dubbio, ma, esiste anche altro che loro evidentemente non vedono o forse non lo reputano notiziabile.
Legare l’immigrazione all’illegalità ed al crimine è diventato praticamente un assioma, un vero senso comune.
E’ una percezione quasi di massa e, sarebbe assurdo ridicolizzarla, considerarla con sufficienza o come un esclusivo effetto dei media.
La percezione diffusa di una sensazione è una “realtà” da rispettare e con cui fare i conti.
Ogni valutazione e proposta concreta deve poter intervenire da subito ed in maniera incisiva su questo dato di fatto, per quanto, possa essere considerato non veritiero o eccessivo.

Qualche valutazione.
I dati ufficiali affermano che gli omicidi e gli atti particolarmente efferati non sono aumentati anzi, sarebbero in leggero calo rispetto al passato. Gli omicidi in Italia, hanno, invece, una caratteristica particolare: in prevalenza hanno una matrice domestico-familiare.
E’ un dato inquietante: ci si ammazza in famiglia, tra parenti o amici.
Alcuni di questi omicidi si distinguono per la brutalità feroce e dal punto di vista geografico, sono collocati soprattutto al Nord: nel meridione la malavita organizzata invece è la prima causa delle morti violente.
C’e’ un aumento della criminalità diffusa o microcriminalita’anche se non nelle dimensioni che ci si potrebbe aspettare dal risalto mediatico. C’e’ un aumento dei furti nelle abitazioni e dello spaccio di stupefacenti ed, in questo genere di crimini, si registra indubbiamente una percentuale considerevole di stranieri non regolari, cosiddetti clandestini: la percentuale di stranieri regolari condannati ed in carcere è, invece, simile a quella degli italiani.
Un dato oggettivo è, perciò’, che un immigrato regolare di norma non è assolutamente pericoloso, non più di un italiano medio: gli stranieri regolari in Italia sono poco più di tre milioni e, quasi tutti, sono ex clandestini regolarizzati (nel corso di un decennio). Il dato politico è assai significativo: la regolarizzazione, l’accettazione da parte dell’immigrato di un sistema di regole, che prevede diritti ed impone doveri è.di per se, un antidoto alla criminalità. Una persona che lavora, che chiede il ricongiungimento del resto della sua famiglia, che manda i figli a scuola, che accende un mutuo per acquistare una casa, ha un progetto di vita e non una finalità criminale.
Il nesso criminalita-clandestinita’ deve essere affrontato senza demagogia, terrorismo psicologico, strumentalizzazioni e pulsioni xenofobe:affrontatato politicamente con lungimiranza
.
E’ ovvio che se si rende una condizione umana e materiale(clandestinità), un reato, inevitabilmente coloro che si trovano in quest’assenza totale di regole, al di fuori della possibilità di rientrare in un circuito legale, potranno essere in balia d’atteggiamenti predatori e aggressivi verso l’ambiente circostante.
Quelli che propongono soluzioni drastiche e finali, come l’espulsione coatta di massa, sbatterli in galera tutti, sparargli addosso quando si avvicinano alle coste, sanno bene di pretendere cose tecnicamente irrealizzabili e giuridicamente inammissibili in uno stato di diritto: fanno demagogia, cavalcano la tigre, capitalizzano politicamente tutti i mal di pancia e le rabbie che hanno provocato ad arte. Oserei affermare che hanno tutto l’interesse affinché la situazione rimanga tale, sempre sul punto di esplodere. L’indotto della paura da di che vivere a molti. L’’industria della sicurezza è fiorente più che mai: porte blindate, telecamere, sistemi di sicurezza, vigilanza privata ecc ecc.
Quante carriere politiche sono state costruite sulla questione della sicurezza, dei clandestini, degli extracomunitari?
Queste considerazioni però non intendono assolutamente eludere la questione, né tanto meno spostare l’attenzione su altri aspetti, subordinati alla principale .
Il rapporto clandestinità -microcriminalita’/criminalità esiste, è nei numeri, nei dati di fatto.
Sarebbe un po’ ridicolo negarlo.
Per come la vedo io, sono due i versanti su cui intervenire
Uno è politico e l’altro è giudiziario
Per quanto riguarda il primo punto bisognerebbe agire affinché la sussistenza di una serie di condizioni”virtuose” possa consentire sempre la regolarizzazione per chi è in Italia da “sans papiers”, superando così, la logica delle sanatorie e delle emergenze; facilitare i ricongiungimenti familiari, anche come forma di sanatoria per chi dimostra di avere propri congiunti nel nostro territorio ; passare dallo jus sanguinis allo jus soli, per quanto riguarda il sistema di trasmissione della cittadinanza alla nascita(L’italia è uno degli ultimi paesi occidentali che legano l’attribuzione della cittadinanza alla nascita, alla semplice e pura appartenenza genealogica,altrove come in Francia e negli USA,si acquisisce la cittadinanza del luogo dove si nasce)
Queste misure, insieme con altre, renderebbero l’ampio popolo degli irregolari, non una moltitudine di sbandati senza arte ne parte, che campano nell’attesa messianica di un atto magnanimo e sanante ma, piuttosto, un insieme di persone che hanno stimoli e incentivi ad avere una condotta socialmente accettabile in quanto premiale.
Dal punto di vista giudiziario e investigativo, secondo me, si registra un incredibile ritardo, nella conoscenza dei fenomeni criminali non autoctoni, operanti in Italia.
Si può tornare indietro fino agli anni della mala del Brenta per trovare le prime incursioni organizzate delle bande provenienti dai balcani: la stessa banda Maniero si alleò con il crimine di matrice balcanica, sia per approvvigionarsi d’armi sia per riciclare il denaro sporco.
La guerra civile nell’ex Jugoslavia, riversò sul mercato del crimine una quantità gigantesca d’armi d’ogni tipo ed anche di”professionisti” pronti a capitalizzare le esperienze e le abilità acquisite in guerra. Le guerre balcaniche hanno prodotto non solo disgregazioni di popoli e territori, devastazioni umanitarie, collassi economici ma anche, mafie organizzate che hanno saputo trarre profitti dagli ampi spazi che concedono un economia di guerra e un’implosione devastante di sistema.
Hanno riempito gli arsenali della nostra delinquenza, hanno schiavizzato e deportato lungo le strade delle nostre città, migliaia e migliaia di giovani donne, per alimentare in continuazione il mercato della prostituzione, hanno gestito e controllato i flussi migratori da quei paesi verso l’occidente.
Le mafie kossovare, albanesi, croate, turche, hanno, di fatto, agito come un vero ufficio immigrazione.
E’ impensabile ed ingenuo ritenere che questi atti di criminalità diffusa, siano gesti estemporanei, frutto magari di una propensione alla barbarie d’alcuni gruppi etnici. Questi delinquenti che agiscono in maniera organizzata, sono articolazioni di bande più ampie, chiaramente di matrice mafiosa che, reclutano prevalentemente a monte, ossia nei paesi d’origine.
Malgrado questo, ancora oggi, l’attività’ d’indagine è frammentata, episodica: c’e’ un enorme spreco di risorse ed energie investigative, semplicemente per catturare l’ultimo anello della catena, quello che ha premuto il grilletto.
Perché non si riconosce ancora il carattere organizzato di questi crimini?Perché non c’e’ alcuna forma di coordinamento tra le procure che indagano su questi efferati atti? Non sarebbe il caso di avere, addirittura una sorta di procura unica che si occupi delle varie mafie straniere operanti in Italia e dei loro legami qui?
Un’attività d’indagine coordinata, incisiva, discreta, dotata di adeguati mezzi normativi e finanziari, di contatti internazionali, riuscirebbe sicuramente in un tempo ragionevole ad avere un quadro chiaro della situazione, una capacità d’intervento mirata ed efficace che, potrebbe ridimensionare il fenomeno criminale legato alla presenza di immigrati irregolari, in termini fisiologici.
L’impiego spettacolare delle forze dell’ordine o il ricorso a provvedimenti singoli, tanto eclatanti quanto sterili, ha solo una valenza propagandistica. L’effetto popolare e populista di queste misure consiste solamente nella cedola che, periodicamente staccano quelli, che hanno investito nel titolo, "sicurezza-immigrazione-criminalita’".
E’ esemplare, a tal proposito, la questione romena.
Molti dei fatti incresciosi di quest’ultimo periodo coinvolgono cittadini rumeni, tra l’altro non più da considerare extra-comunitari. Negli ultimissimi anni la comunità rumena è diventata la più numerosa tra quelle presenti in Italia. Non è assolutamente nell’ordine naturale delle cose che all’incremento della presenza di una comunità, corrisponde, quasi con proiezione aritmetica, l’impennata di furti e violazioni di legge d’ogni genere, legate proprio ai soggetti di quel particolare gruppo. E’ evidente che c’e’ qualcosa d’importante da capire: qualcosa che, evidentemente ancora sfugge e, forse, non è neanche degno d’adeguata attenzione.
Realismo e stato di diritto sono e rimangono le coordinate di riferimento

LUIGI FINOTTO”KAMO”

lunedì 3 settembre 2007

Eritrea:Nazionalismo e costruzione di una nazione

Anche se l’Eritrea, nei suoi confini attuali, è stata definita tramite il colonialismo italiano, è importante ricordare che la storia della sua gente non è cominciata con la colonizzazione italiana. La gente eritrea ha avuto una sua storia e civilizzazione, sue leggi e sistemi amministrativi prima del colonialismo. Ha avuto proprie attività politiche, economiche, sociali e culturali.
I successivi dominatori coloniali nel corso degli anni hanno influenzato la vita e i sistemi amministrativi dell’Eritrea, ma non li hanno distrutti. I colonizzatori hanno lasciato tracce della loro eredità; allo stesso tempo, la tradizione eritrea, benché subisse cambiamenti e modificazioni, ha conservato le caratteristiche di base, che sono state trasmesse attraverso le generazioni. Quindi per capire completamente la situazione attuale e il programma del nostro paese per il futuro, è fondamentale capire le dinamiche all’interno della società eritrea, oltre che le eredità dei vari colonizzatori.
Il colonialismo italiano è durato cinquanta anni. Non ha completamente cambiato la società eritrea, né la sua influenza è risultata distribuita uniformemente. Tuttavia non può essere negato il suo effetto durevole sulla storia dell’Eritrea. Il colonialismo italiano, come tutti i colonialismi europei, stabilì forzatamente i confini dell’Eritrea; sottoponendo tutta la gente ad una gestione all’interno di questi confini, ha aperto un nuovo capitolo nella storia dell’Eritrea.
Usando le capacità italiane, ma contando principalmente sulle risorse umane e materiali dell’Eritrea, il colonialismo italiano ha costruito città e porti, strade principali e ferrovie, fabbriche e fattorie moderne. Ha introdotto la coscrizione. Inoltre, ha generato le condizioni per le quali i cittadini eritrei da tutti gli angoli del paese sono stati messi nelle condizioni di muoversi e conoscersi, costituendo così anche esperienze comuni. Il limite dell’influenza coloniale può variare da un posto ad un altro (alcuni potrebbero non esserne stati toccati), ma l’aumento dell'interazione fra eritrei, unito con la loro reazione all’aumentare dell’oppressione italiana e al razzismo, hanno posato i semi della coscienza nazionale eritrea.
L'istituzione della prima associazione politica moderna Eritrea, Mahber Fikri Hager (amore del suo paese), alla conclusione dell'era coloniale italiana e l’arrivo dei Britannici, è una chiara testimonianza della coscienza nazionale. La Gestione Militare Britannica in Eritrea è stata provvisoria e di breve durata, lasciando così un’eredità limitata. In ogni caso la Bma incrementò le opportunità di studio e permise attività politiche e libertà d’espressione, secondo la tattica del “dividi e governa„, essa si sforzò di generare divisioni fra la gente dell’Eritrea.
Pose le basi affinché si realizzasse il piano Etiopico-Americano di rifiuto alla gente eritrea del diritto all’auto-determinazione. La gestione britannica inoltre distrusse parecchie imprese economiche eritree e molte infrastrutture. Durante la dominazione britannica, l’allora nascente movimento nazionalista eritreo non ha potuto ne combattere la cospirazione covata contro l'Eritrea ne preservarsi dalla disunione. Quello che n’è conseguito è stata la dominazione coloniale etiopica la cui crudeltà non ha avuto uguali nella storia dell’Eritrea.
All'inizio il colonialismo etiopico in Eritrea non era né diretto n’evidente. Questo perché le condizioni interne così come quelle esterne in Eritrea non erano direttamente riconducibili alla dominazione etiopica. E’ sotto il pretesto della risoluzione, promossa dagli Usa, delle Nazioni Unite sulla Federazione nel 1952 che è iniziata la dominazione etiopica. Il periodo della federazione (1952-1962) ha testimoniato l'erosione dell’indipendenza interna dell’Eritrea, l’espansionismo aggressivo della dominazione etiopica e lo sviluppo della resistenza eritrea.
Una delle più significative realizzazioni di questo periodo è stato l'aumento visibile della nostra lotta nazionale, che era cominciata negli anni quaranta: l'emergere dei movimenti degli operai e degli studenti e in particolare, dell'istituzione e dell'espansione del Movimento di Liberazione dell’Eritrea (Mahber Showate). L'Etiopia coloniale era, secondo tutti i punti di vista, più arretrata dell’Eritrea. Di conseguenza non c’era niente che l'Etiopia potesse costruire o migliorare in Eritrea; ha soltanto distrutto. Con grossolane misure repressive ha insidiato sistematicamente la vita politica, economica, sociale e culturale degli eritrei.
Ha sradicato la democrazia politica allora germogliante in Eritrea e ha portato un periodo di crudele dittatura. Distruggendo l'economia e le infrastrutture, l'Etiopia ha riportato indietro l’Eritrea di 30-40 anni. La peggiore, più difficile e più insolubile, eredità coloniale che l'Etiopia ha lasciato, tuttavia, è stata la cultura arretrata e corrotta della sua classe dirigente. Determinate caratteristiche della cultura eritrea di cui eravamo fieri, quali la disciplina, l'onestà, la forte etica del lavoro, l’iniziativa, l’inventiva, l’autosufficienza e il detestare la dipendenza, lasciarono il posto alla corruzione, alla truffa, alla pigrizia e alla dipendenza dall’ elemosina, durante la dominazione coloniale etiopica, specialmente nelle aree urbane.
L'Etiopia ha potuto mantenere un paese più sviluppato e più avanzato, l’Eritrea, sotto il giogo della sua dominazione per quaranta anni principalmente grazie al supporto delle grandi potenze mondiali, in primo luogo gli Stati Uniti e successivamente, l'Unione Sovietica. L’enorme supporto che ha ricevuto l’Etiopia ha prolungato la dominazione coloniale etiopica e la sofferenza della gente dell’Eritrea e reso il prezzo dell’indipendenza assai superiore a quanto sarebbe stato diversamente. Questo sostegno illimitato all'Etiopia da una parte e l'isolamento della rivoluzione eritrea dall’altra, ci ha indotto a contare esclusivamente sulle nostre risorse e ha stimolato l’inventiva e l'ingegnosità in tutti i campi.
Non è un’esagerazione affermare che questo ha provocato l'istituzione di una delle lotte di liberazione più sviluppate al mondo, che ha contribuito notevolmente alla ricostruzione nazionale dell’Eritrea. La lotta di liberazione dell’Eritrea all’inizio non è avanzata bene. Quando, nel 1961, il Fronte di Liberazione dell’Eritrea (ELF) ha cominciato la lotta armata ha interpretato il desiderio della gente eritrea. Tuttavia la prospettiva dell’ELF e il metodo non erano favorevoli all'unità della gente dell’Eritrea, ne erano utili alla costruzione della nazione e al successo della lotta.
L’errore fondamentale dell’ELF è stata di indulgere nelle divisioni della società eritrea seguendo linee etniche, religiose e regionali, fomentando tali divisioni invece di favorire la mobilitazione di tutto gli eritrei. Ci sono stati da allora tragici sviluppi politici in Eritrea, tuttavia la tendenza a sfruttare le differenze nella popolazione eritrea per piccoli e contingenti vantaggi politici e giocare così su atteggiamenti culturalmente e mentalmente ristretti non è sparito dalla politica eritrea. Quelli che hanno utilizzato al massimo questo genere di politica di divisione sono stati i dominatori etiopici. Rendendosi conto di non poter sconfiggere la gente eritrea con le pallottole e la potenza di fuoco, non si sono risparmiati, fino al giorno della loro fuga, nel seminare la discordia fra la gente eritrea, mettendo una parte contro l’altra.
Negli anni sessanta hanno bruciato le moschee, mentre hanno risparmiato le chiese. Successivamente hanno provato a strumentalizzare gli abitanti dei bassopiani, creando fittizie divisioni con gli altri eritrei. Si sono applicati senza sosta nella loro politica che divide fino ai più bassi livelli sociali, generando conflitti fra i villaggi e perfino fra la gente all'interno di uno stesso villaggio. Il Movimento di Liberazione dell’Eritrea e in particolare il Fronte di Liberazione Popolare Eritreo (EPLF) sono riusciti a contrastare gli intrighi degli etiopici e dei loro collaboratori eritrei, coltivando il nazionalismo e l'unità fra la gente d’eritrea.
L’EPLF ha generato un ambito di lotta in cui tutti gli eritrei che si erano opposti alla dominazione coloniale ed erano desiderosi d’indipendenza, potevano partecipare indipendentemente dalla loro religione, lingua, origine etnica, classe e tipo. L’EPLF si è trasformato in una casa comune per le centinaia e le migliaia di eritrei che sono venuti dalle aree urbane e rurali, dalle regioni della pianura e dell'altopiano e dalle località più distanti. Ha alimentato il nazionalismo degli eritrei e ha posto le basi per l’unità nazionale, escludendo tutti gli atteggiamenti di divisione e di ristrettezza mentale. Ha insegnato, diffuso ed esercitato l'uguaglianza tra tutti i cittadini. In tutte le sue politiche e azioni, l’EPLF ha coltivato il nazionalismo inclusivo e l'unità della gente eritrea.
Attraverso una storia di cento anni d’esperienza coloniale e soprattutto dalle proprie attività storiche, la gente d’Eritrea si è trasformata in un popolo, composto di molti gruppi etnici, linguistici e molte culture. Il viaggio di costruzione di una nazione è lungo e complicato. Anche se le basi del nazionalismo eritreo sono state piantate saldamente con la nostra lotta lunga di liberazione, deve ancora essere completato. La popolazione Eritrea, la cui unità è radicata in una lunga tradizione di coesistenza pacifica e armoniosa ed è stata rinforzata attraverso la lunga lotta, è una delle popolazioni più unite fra le società con strutture sociali simili.
Per effetto di quest’unità è stata realizzata la vittoria e, quindi la pace e la stabilità ora prevalgono nell’Eritrea indipendente. L'istituzione del governo dell’Eritrea riflette e rinforza quest’unità d’ampio respiro. Abbiamo esplorato brevemente la storia centenaria del popolo eritreo. Durante quel secolo la naturale storia della gente Eritrea è stata interrotta dal colonialismo. Gli eritrei hanno vissuto l’oppressione coloniale, compreso il peggior genere di razzismo fascista. Diversamente dagli altri popoli colonizzati, agli eritrei è stato negato il diritto all’indipendenza.
Inoltre mentre la gente similmente oppressa che ha condotto lotte di liberazione, stava ottenendo un largo supporto internazionale, la gente eritrea è stata obbligata a condurre da sola la propria lotta, contro un nemico sostenuto a livello internazionale. Questa lotta è stata considerata da molti osservatori come inutile e sconsiderata. La gente eritrea è emersa vittoriosa da questa prova molto difficile. La pesante potenza di fuoco non l’ha indebolita; al contrario l’ha indurita e ha rinforzato la sua determinazione. Ha guadagnato solo così l'indipendenza e la sovranità.
In parecchi paesi in cui sono state condotte lotte nazionali di liberazione, all’indipendenza sono seguiti conflitti e a volte guerre civili. In Eritrea, tuttavia, grazie alla forte unità nazionale, sviluppata con la lotta ed una gestione politica matura, la pace, e la stabilità hanno prevalso. E’ stato stabilito un governo, di ampio respiro e di sostegno popolare, per un periodo di transizione. Le transizioni sono solitamente difficili, ma l’Eritrea sta trovando rapidamente le soluzioni ai problemi incontrati durante questo periodo. Con grandi speranze, il paese si è orientato verso la difficile sfida dello sviluppo di una società moderna e stabile. Dire che il Fronte di Liberazione Popolare Eritreo (EPLF) ha dato il maggior contributo alla grande vittoria della gente eritrea, è soltanto dichiarare un fatto storico.
Come già è stato accennato, in Eritrea, la lotta armata era in uno stato di crisi e quindi vicino alla sconfitta verso la fine degli anni sessanta e nei primi anni settanta. Quello che ha dato nuova vita alla lotta, è stata l'istituzione dell’EPLF. E’ stato l’EPLF quello che ha attuato la rivoluzione. Sfidando e fronteggiando le campagne militari, sostenute dai sovietici, dell'esercito più grande dell‘Africa nera(l’esercito etiopico), ha realizzato una storica vittoria militare finale, stabilito un vasto fronte nazionale e fatto della partecipazione popolare una realtà, organizzato un referendum in modo che l'indipendenza fosse il risultato di una scelta libera e legale della gente eritrea e non una mera vittoria militare: ha posto solide fondamenta per l’indipendenza dell’Eritrea e i suoi rapporti internazionali.
L’EPLF ha realizzato con successo gli obiettivi di base per la quale ha iniziato: l’indipendenza e la pace per l’Eritrea. Come Fronte di Liberazione ha compiuto la sua missione con un successo indiscutibile. L’EPLF, tuttavia, non ha mai perseguito l'indipendenza come fine a se stessa, ma piuttosto come presupposto per lo sviluppo della società democratica e moderna in cui la giustizia e la prosperità fossero gli elementi prevalenti. Considerato che l’EPLF è un'organizzazione politica che abbraccia tutte le componenti della popolazione eritrea ed è vocata all’ unità nonché ricca di esperienza,e’ da ritenere che abbia la capacità di dare un grande contributo allo sviluppo dell’Eritrea. Tuttavia questo nuovo capitolo e le nuove sfide in attesa richiedono nuove strutture organizzative, nuovi meccanismi e direttive. Questa nuova struttura non può essere separata e prescindere dalla ricca esperienza del passato.
Deve essere costruita sulle forti fondamenta già stabilite dall’EPLF. Deve ereditare e migliorare le politiche e le pratiche esemplari sperimentate dalle vicende precedenti e contemporaneamente, evitare le debolezze e le imperfezioni passate e attuali. Deve elaborare programmi politici, strutture organizzative e procedure di lavoro che siano adatti alle nuove esigenze di questo nuovo capitolo. La nuova struttura deve considerare la natura della nostra società, della relativa fase inerente allo sviluppo e delle lezioni apprese dalla esperienza precedente così come dalle alte esperienze affrontate nel terzo mondo.
Affinché questa nuova struttura sia costruttiva e diventi equa rispetto alle esigenze di questa nuova fase, deve essere il risultato un movimento d’ampio respiro, che abbracci tutti i patrioti e gli eritrei democratici, in alternativa ad un tipo d’organizzazione con base ristretta. La maggior parte dei membri dell’EPLF hanno un forte impegno nel progresso del paese, per la cui indipendenza si sono fortemente battuti e sacrificati Quindi è naturale che diventino parte attiva nel movimento, come altri che amano il paese e la sua gente, ma sono stati al di fuori dell’EPLF a causa degli sviluppi della lotta di liberazione o per altri motivi.
Durante questa nuova fase di costruzione politica, economica, sociale e culturale della nazione, mentre stiamo costruendo un movimento politico allargato per guidare efficacemente il nostro viaggio futuro, dobbiamo chiarire i nostri obiettivi di base e i mezzi con cui realizzarli. Siamo risultati vittoriosi, nonostante tutte le difficoltà e pericoli, perché come movimento di liberazione e come popolo, abbiamo avuto chiarezza e visione comune degli obiettivi d’indipendenza e di pace; anche oggi dobbiamo avere una visione progressiva dell’Eritrea e della sua gente ed è ,di massima importanza che una tale visione entri nei cuori e nelle menti di tutti gli eritrei in modo da tale da poterla organizzare e tentare di realizzare
2)La nostra visione di un’Eritrea futura
Cosa vogliamo noi, come nazione e popolo, in questa fase? Poiché abbiamo convertito i sogni di pace e d’indipendenza di ieri in realtà, quali sono i sogni odierni che vogliamo convertire in realtà? In breve quale è la nostra “visione”? La nostra visione è che l’Eritrea si trasformi in un paese in cui la pace, la giustizia, la democrazia e la prosperità prevalgano. La nostra visione è di eliminare la fame, la povertà e l'analfabetismo dall’Eritrea. La nostra visione è che l’Eritrea conservi la sua identità e unicità, sviluppi l'impegno per la cura della Comunità e della famiglia, e avanzando economicamente, educativamente e tecnologicamente, si ritrovi fra i paesi sviluppati. La nostra visione è che la società eritrea sia conosciuta per l’armonia fra i suoi diversi settori, uguaglianza, amore per il paese, umanità, disciplina, duro lavoro e amore per la conoscenza, rispetto per la legge, l’ordine, l’indipendenza e l’inventiva. La nostra visione è quella di realizzare pacificamente i miracoli di una nazione in costruzione, come abbiamo fatto nella guerra di liberazione.