Il cinema è morto, non c’e’ più. Seppellito da tonnellate di pubblicità, inghiottito dalla cosiddetta industria del cosiddetto spettacolo, ha ormai liberato il campo dalla sua presenza.
Quello che fu, è stato rimpiazzato dalla produzione su scala globale del fenomeno che potremmo definire: ”creazione e reiterazione continua e capillare dell’alzheimer di massa”
La memoria senza l’oblio è ossessione patologica ma, l’oblio da solo è la negazione d’ogni memoria, d’ogni concetto possibile di tempo, il superamento d’ogni forma di resistenza e articolazione critica dinnanzi ad uno stimolo, l’ignoranza o l’inutilità’ di qualsiasi codice di interpretazione.
Quando poi ed è il nostro caso, l’insorgenza dell’oblio è seriale, non può che essere un obiettivo.
Nove volte su dieci il cinema c’ingoia per farci assistere ad immagini che hanno già e volutamente, incorporato, il meccanismo dell’autodistruzione: vediamo e gia iniziamo a dimenticare e rimuovere: usciamo e già siamo pronti ad ingurgitare altra pellicola, bulimici del nulla.
Le armi a disposizione, scientemente utilizzate sono molte( banalità, ripetitività, luoghi comuni, conformismo, manierismo,riproposizioni di situazioni gia metabolizzate televisivamente, ritmi narrativi piatti). D’altra parte gran parte del”mondo cinematografico” è stato traslocato armi e bagagli, per fare fiction televisive: fiction, il moderno minculpop.
Le vie di fuga dall’omologazione, dalla multinazionale dell’oblio, non sono molte: nel cinema di qualità, sempre più di nicchia, recintato e tutelato, com’e’ giusto che sia per qualcosa che è in via d’estinzione. Quale multisala non ha la stanzina”essay”?Quale cinema non ha il suo mercoledì o martedì, a tutela delle minoranze?
C’e, pero’, un'altra via, assai più efficace, più incisiva e, soprattutto più avventurosa.
Combatte a viso aperto, senza rinchiudersi nelle salette essay, sgomitando, cercando il suo pubblico e non aspettandolo, inventando i suoi spazi, rinnovando le tecniche di linguaggio, osando, spendendosi e sporcandosi le mani: stiamo parlando(ovviamente) del DOCUMENTARIO.
Da anni è il fenomeno culturale che scava come una talpa d’antica memoria, che ben conosciamo, per aprire varchi e disegnare sentieri.
Pensiamo semplicemente all’ultima geniale opera di Spike Lee , ”When the Levees Broke: A Requiem in Four Acts”, 4 ore di immagini, informazioni,umanità, musica,politica: una narrazione spietata e struggente di come l’uragano Katrina ha schiaffeggiato New Orleans e di come la gestione politica dell’emergenza la rasa al suolo.
Impossibile non vedere quest’opera senza raccordare lo sguardo al cervello, inevitabile, dopo un po’, osservare se stessi(e in quel momento siamo parte del film documentario) nell’atto di costruirsi un’opinione: costruire è ben diverso dal ricevere un pensiero formato e confezionato. La costruzione è un atto attivo e soggettivo, comporta la fatica e la capacità di legare gli elementi e cementarli.
Il documentario e lo spettatore crescono assieme: guardare l’opera è una forma di co-realizzazione, è una sorta di regia ex post che, miracolosamente, continua ad intervenire sul già fatto.
Questa è l’alchimia che realizza il documentario che, nella fattispecie su citata, sì “materializza” nel lavoro di Spike Lee. Lo spettatore attivo è un lusso che, ormai, il cinema non può più permettersi, preoccupato com’e’, di dispensare emozioni, sensazioni, erezioni, sani principi ecc ecc (soprattutto ecc ecc ecc).
Cercare il “cittadino” che guarda le immagini è una necessità che hanno avvertito anche personaggi del calibro di Herzog e Wim Wenders. Pochi come loro hanno utilizzato il documentario per ragionare del”tempo” e dell’”ambiente”
Adagiare la realtà, come una goccia d’acqua che appoggiandosi ad un piano, si dilata e cambia, rimanendo, però tale: scrutarla, avvolgerla, sorprenderla lì, dove l’occhio non arriva e, avanti così fino a quando il tempo che trascorre non intercetta la “verità”
Herzog filma il tempo che abbiamo per capire, per percepire e poi per toccare.
Filma e riprende ciò che esiste, ma ci fa guardare ciò che abbiamo compreso.
Alcuni titoli sono Fata Morgana, Campane dal profondo e Apocalisse nel deserto.
Dziga Vertov, l’IMMENSO CINEASTA sovietico pensava che la realtà non si dovesse raccontare,si vive e basta. Il compito del cineasta è altro e ben più “ambizioso” anche se, certamente lui avrebbe utilizzato il termine”avventuroso”. La realtà si smantella, lentamente e velocemente, allegramente e drammaticamente, e l’occhio speciale afferra i pezzi ed i momenti. L’occhio speciale inventa un linguaggio ed una grammatica. Per Vertov un film inizia quando finisce: l’ultimo fotogramma è il primo del ricordo, del processo che condurrà alla MEMORIA, vitale e necessaria per la continuità sociale, per l’accrescimento culturale. Il film documentario è tutto fuorché un marchingegno per vedere, è, anzi, una macchina per pensare non solo per chi la guarda ma anche per chi la fa.
A questo proposito ce’ un geniale e giovane documentarista italo svedese, Erik Gandini che produce shock emotivi, squarcia ciò che qualcuno chiama l’opacità’ sensoriale che ci avvolge.
Con la sua opera maggiore, Surplus, libera la sua vena anarchica e descrive lo sfrenato e criminale consumismo occidentale. Il documentario vomita immagini: è volutamente bulimico e inafferrabile, accosta in modo sarcastico e funambolico momenti, persone e voci.
Questa esplosione d’immagini potrebbe anche essere combinata e montata in maniera rassicurante ed è ciò che fa il potere.
L’artista attenta all’ordine costituito, ma, in realtà non mi vende la sua certezza, ma m’informa, tramite la rappresentazione visiva, di una nuova grammatica delle immagini e delle percezioni.
Ciò che rimane impresso nella mia memoria, è un elemento della memoria collettiva, è l’ampliamento dello spazio pubblico, è la negazione della privazione.
L’industria cinematografica conosce bene queste cose, infatti, agisce nel senso opposto, producendo come già detto all’inizio, l’alzheimer collettivo.
In Italia, il documentario ha avuto padri nobili come Ermanno Olmi e Michelangelo Antonioni.
Il neorealismo aveva basi teoriche tali che ne facevano quasi una sorta d’estensione e ampliamento del genere documentaristico. Alcuni tra i migliori registi italiani si sono cimentati in film, che avevano strutture narrative, linguaggio e resa visiva, tipicamente da documentario: Gillo Pontecorvo(battaglia di algeri, Ogro) Francesco Rosi(Salvatore Giuliano, Le mani sulla citta’,Il caso Mattei) ,Elio Petri (autore dello splendido e introvabile Todo modo),Carlo Lizzani(direi tutta la sua opera).
Il cinema inteso come “pedinamento della realtà” aveva in se, qualcosa di sovversivo e nuovo che, ha prodotto film memorabili e ha fatto del cinema non solo un testimone del suo tempo ma un elemento imprescindibile della crescita civile di questo paese.
Oggi ci sono squallidi e furbi cineasti, come Von Trier che scimmiottano quel periodo, facendone una ridicola caricatura, credendo che facendo sentire rutti e scoregge, girando con la luce naturale,sporcando le immagini ,rendendole sghembe, incomprensibili e inguardabili, si faccia rappresentazione della realtà senza mediazione.
Stefano Benni avrebbe definito questi registi: apocalittici integrati….Aggiungo io, apocalittici da saletta d’essay.
Ora in Italia, grazie anche ad associazioni culturali, come il docume’ di Torino, sta crescendo un nuova leva di documentaristi. C’e’ la volontà, di distribuire sempre più il documentario etico sociale, di trovare nuovi luoghi e nuovi spettatori.
Manuela Pellarin Daniele Segre, tra i molti, si sono distinti per la qualità del loro lavoro(secondo me). La prima, descrivendo,tra l’altro, la parabola di Porto Marghera, con toni suggestivi ma ancorati alla realtà del vissuto dei lavoratori e con un accento forte sul peso e ruolo della memoria:Segre invece,prolifico documentarista di Torino, da anni si dedica al”cinema della realtà”,secondo il semplice principio(ottico e sociale) per cui il punto di vista più lungo,quello che abbraccia più scene, e’ sempre quello dell’ultimo, quello di chi sta in fondo, quello di chi sta a volte, fuori.(lavoratori,immigrati,soggetti ai margini,sono i soggetti dei suoi film) Esemplare un suo documentario del 1996:Diritto di cittadinanza, storie e racconti di immigrati che si susseguono e si integrano,la cifra stilistica di Segre, anche, in quest’opera,rimane la coralità. Lo stile asciutto, scevro ad ogni retorica, lo rende non solo attuale, ma, piuttosto, un’opera che parla sempre al futuro. La soggettività posta in primo piano, in Segre, è come un verbo coniugato perennemente al futuro: vale la pena di raccontare perché c’e’ molto ancora da fare.
La coralita’(della forma e della sostanza) e’ ,in realta’,un ponte verso il futuro:e’ come una semina.
Lasciamo solo ala fine un paio di considerazioni sull’uomo che più d’ogni altro ha”sdoganato” a livello popolare il genere di cui stiamo parlando: Michael Moore.
Tralasciando per ora i suoi indubbi meriti artistici, divulgative e civili, rimane pur sempre,forse al di la della sua stessa volontà, parte dello star system.
E’ stato anche per sua scelta, ”marchiato”, e sempre per scelta sua e del sistema, ha avuto in dotazione il suo spazio. Lavora per il suo pubblico, produce opere pregevoli ma, per lo più, a tesi ,precostituiti nelle premesse e nelle finalità. Il soggetto rimane sempre e in ogni caso lui.
Michael Moore fa un film sulla sanità e si parla di Michael Moore e della sua capacità di fare un film sulla sanità. Gli argomenti passano, lui rimane.
La sua fisicità e il suo ghigno perplesso fanno il logo del guru.
Con lui permane lo schema verticale, l’attesa messianica del messaggio, in fin dei conti la”pigrizia emotiva del consumismo”,alimentata dal guru di turno
L’uomo che guarda è un'altra cosa
LUIGI FINOTTO "KAMO"
venerdì 31 agosto 2007
L'UOMO CHE GUARDA:IL RITORNO DEL GENERE DOCUMENTARISTICO PER RICOSTRUIRE L'IDEA DELLA MEMORIA COLLETTIVA
venerdì 24 agosto 2007
AFRICA:SOCIETA' VENACOLARE ED ECONOMIA INFORMALE
Questi stralci qui riportati sono estratti da scritti di Serge Latouche che ho raccolto, spero con criterio coerente e logico.
Latouche ha il merito di essere stato uno dei primi e, ahimè, ancora oggi, tra i pochissimi intellettuali occidentali ad aver tentato di “leggere”l Africa non secondo le categorie economiche e sociali dell’occidente, al di la dei soliti luoghi comuni.
Cercando invece gli aspetti endogeni e creativi dell’evoluzione ed emancipazione africana.
Evitiamo come la peste il termine: sviluppo.
Latouche parla, a proposito d’Africa, di concetti come Economia Informale o Società venacolare
Ma per questo vi lascio al seguito
LUIGI FINOTTO “KAMO”
“Se si ha una visione centrata sullo sviluppo, una visione economicistica, cioè se si pensa che lo sviluppo sia universalizzabile e che non ci sia salvezza al di fuori di una crescita economica vigorosa, allora si può avere, sull'economia informale africana, solo un punto di vista negativo, nel migliore dei casi condiscendente. Di fronte all'evidenza dei successi di certi "imprenditori dai piedi scalzi", si potrà riconoscere con simpatia il successo del bricolage. Tuttavia, si vedrà sempre nell'informale una economia di espedienti in mancanza di meglio. Valutando l'informale con il metro dell'economia dominante occidentale, e nell'orizzonte dello sviluppo, e riducendo la socialità a un aspetto pittoresco, complementare o ausiliare della sola cosa importante, l'economia, si sarà tentati di vedere questa realtà atipica come una sorta di succedaneo dello sviluppo. Ridicolo o rispettabile, ma sempre in mancanza di meglio, cioè nell'attesa di approdare alla terra promessa della modernità. Insomma, si vedrà nell'informale solo una figura della transizione, non come un laboratorio del doposviluppo.Vedere l'altra Africa come laboratorio del doposviluppo significa invece vedere l'informale in positivo, vederlo di per se stesso per quanto possibile, cioè in funzione delle sue proprie norme, e non commisurato al paradigma dello sviluppo.”
“Nell'informale che c’interessa non si è in una economia, sia pure altra, si è in un'altra società. L'economico non vi è autonomizzato in quanto tale; esso è dissolto, incorporato (embedded, secondo la terminologia di Karl Polanyi) nel sociale, in particolare nelle reti complesse che strutturano le città popolari dell'Africa. Per questo la definizione di "società venacolare" è più appropriata, per parlare di questa realtà, che non quello di "economia informale".
La società vernacolare
“Prima di tutto, si tratta dei modi con cui i naufraghi dello sviluppo producono e riproducono la loro vita, al di fuori del campo ufficiale, mediante strategie relazionali. Queste strategie incorporano ogni sorta di attività economiche, ma tali attività non sono (o sono poco) professionalizzate. Gli espedienti, il bricolage, la capacità di arrangiarsi di ciascuno si iscrivono in reti. I "collegati" formano dei "grappoli". In fondo, queste strategie fondate su un gioco sottile di "cassetti" sociali ed economici sono paragonabili alle strategie familiari, che sono nella maggior parte dei casi le strategie delle massaie, ma trasposte in una società in cui i membri della famiglia allargata si contano a centinaia. I "collegati" sono spesso molto diversi per religione, etnia, statuto sociale, e molto numerosi. Possono essere più o meno incorporati nella famiglia allargata. Le reti si strutturano, in effetti, sul modello della famiglia secondo la logica del clan, con madri sociali e fratelli maggiori”
“la società vernacolare (o l'oikonomia neo-clanica, come la definisco in un mio libro) è a prima vista soprattutto femminile, fondata sulla pluriattività, sul non professionalismo e sulle strategie relazionali. Gli artigiani dell'economia popolare sono forse meno professionali di quanto non pensino o non diano a vedere. Sono spesso anch'essi pluriattivi e nolto dipendenti dalla loro rete sociale. Sono tutti nel doposviluppo.Perciò, dobbiamo analizzare l'incorporazione di questa economia nel sociale, per vedere come la società del doposviluppo ritrova la logica del dono.
Gli esclusi della grande società realizzano il miracolo della loro sopravvivenza reinventando il legame sociale e facendolo funzionare. Esclusi dalle forme canoniche della modernità, dalla cittadinanza dello Stato-nazione e dalla partecipazione al mercato nazionale, essi vivono, in effetti, grazie alle reti di solidarietà neoclaniche. Ma, per spiegare come vivono e sopravvivono le popolazioni dell'altra Africa, bisogna cominciare con il denunciare l'illusione economica e sviluppista, poi analizzare la complessità degli espedienti che assicurano la sopravvivenza dei naufraghi e le logiche che ne permettono la riproduzione.Lo schema di lettura economica e sviluppista porta a molte distorsioni e a controsensi.”
“Prendiamo il denaro. Esso è onnipresente di fatto e nell'immaginario, ma non ha lo stesso significato né lo stesso uso, sul pianeta degli economisti e su quello dei naufraghi. Gli stessi interessati parlano di denaro caldo e di denaro freddo. Il denaro che circola nelle reti si oppone alla moneta del bianco, esterna e astratta. Il primo, in generale monetine e biglietti di piccolo taglio unti e bisunti, è annodato nell'angolo di un perizoma e nascosto sotto i vestiti, viene tirato fuori con precauzione e reticenza, contato e ricontato nella speranza di uno sconto. Il secondo è quello delle Ong, dell'assistenza tecnica. Si conta in milioni e si dissipa nell'astrazione. In ogni modo, che venga consumato in modo ostentato o che serva alla sopravvivenza collettiva, il denaro non è un fine in sé.
Per quel che riguarda il prezzo, questo è piuttosto il risultato di una contrattazione, che non di un mercato. Nonostante la penetrazione dei rapporti mercantili e della monetarizzazione degli scambi, gli attori si sforzano di conservare il primato dei rapporti interpersonali sul gioco anonimo della domanda e dell'offerta. Bisogna rispettare gli statuti, tener conto del contesto nel suo complesso, saper perdere un po' per vincere su altri piani. Così, la moneta e i rapporti mercantili farebbero funzionare una società non mercantile. Chiariamo: si intende con ciò una società che, pur praticando scambi numerosi e conoscendo una circolazione monetaria intensa, non obbedisce massicciamente alla logica mercantile”
“Decretando che i paesi non occidentali erano sottosviluppati, gli economisti hanno deciso che erano miserabili. Si sa che nelle principali lingue dell'Africa non c'è una parola che designi il povero nel senso economico del termine. Le parole che si usano per tradurre "povero" significano in realtà "orfano". E' degno di nota che, in tutte le circostanze della vita corrente, i riferimenti alla miseria non rinviano immediatamente alla mancanza di denaro, ma all'assenza di sostegno sociale. La povertà è legata a una concezione individualistica della società.”
”Questa resistenza di norme che incorporano la solidarietà in un valore metaeconomico (più sociale che economico, cioè), permette questo capovolgimento del senso e degli statuti, condizioni per l'emergere di una postmodernità autentica. In altri termini, quel che in questo modo si rende possibile è il rifiuto della svalutazione di sé decretata dall'Occidente, e in parte accettata, e la riappropriazione di una identità.”
.” La povertà presuppone sempre il confronto dell'individuo isolato con la sua impotenza. Nella società dove regnano al tempo stesso la solidarietà e la gerarchia, ciò non è pertinente”
“La razionalità africana che si crede di scoprire a partire dai successi dell'informale, e dalla quale alcuni pensano di ricavare manuali di gestione specifici a uso dei candidati imprenditori locali o degli investitori stranieri, è anch'essa un'illusione. In questa volontà di attribuire ogni successo alla razionalità, c'è il segno di una certa arroganza e di una grande inconscienza etnocentrica. Con il pretesto che le imprese informali funzionano, si conclude che essere possono essere solo razionali, dunque obbedire al grande mito occidentale della razionalità”
“L'economia moderna e occidentale è caratterizzata dalla razionalità. In teoria c'è un solo modo di essere razionali, mentre ce ne sono molti di essere ragionevoli, ragion per cui la società vernacolare è il luogo della pluriattività. Nella letteratura sull'informale, il termine "pluriattività" designa il più delle volte il fenomeno abbastanza diffuso della doppia attività. Questa doppia attività si riferisce alla situazione del salariato del settore ufficiale (funzionario o impiegato) che esercito al di fuori della sua professione una seconda attività. Nelle reti neoclaniche, dove le attività ufficiali sono piuttosto rare, la pluriattività richiama soprattutto la molteplicità degli espedienti e dei lavori messi in opera per cavarsela. Si ha a che fare con un'assenza di professionalizzazione, il che non vuol dire assenza di competenza.”
”. Hanno inventato la flessibilità ante litteram… All'altro estremo, i non professionisti moltiplicano gli espedienti da cui traggono le loro risorse. A Douala, nelle inchieste sull'occupazione, molti giovani non salariati dichiarano come mestiere: débrouillard (scaltro, che sa come cavarsela…)”
“Al di là della pluriattività e della non professionalizzazione, quel che colpisce l'osservatore attento ai "grappoli" di "collegati" della società vernacolare è l'importanza del tempo, dell'energia e delle risorse destinate ai rapporti sociali. Anche se vi si dispiega una attività intensa, sarebbe abusivo, nella maggior parte dei casi, parlare di vero lavoro. Gli incontri, le visite, i ricevimenti, le discussioni prendono molto tempo. Dare e prendere in prestito, donare, ricevere, aiutarsi reciprocamente, fare una ordinazione, consegnare, informarsi occupano gran parte della giornata, senza parlare del tempo dedicato alla festa, alla danza, al sogno e al gioco…”
.
” Sono laboratori del futuro, laboratori del doposviluppo. Gli economisti che giudicano questa forma di scambio volontario, senza ufficialità e ai margini della legge, più liberista del mercato ufficiale, da noi si impantanano come gli economisti alla Hernando de Soto o Guy Sorman, che vedono nell'informale del terzo mondo un capitalismo popolare e un terreno di coltura di imprenditori straccioni.”
.
“Permette di rivitalizzare la società locale senza apporto di capitali esterni. Aiuta a prendere coscienza dei problemi locali, a cercare soluzioni pratiche, concrete e realistiche. Riduce le importazioni, gli sprechi e l'inquinamento conseguente ai trasporti. Senza chiasso e senza dichiarazioni, gli "informali" dell'altra Africa non fanno nulla di diverso.C'è una lezione dell'esperienza africana della società vernacolare che può servire anche a tutti coloro che sono impegnati in imprese alternative. La gestione alternativa ha bisogno di appoggiarsi alla "nicchia", piuttosto che di giocare di mercato, che è un concetto della strategia militare, un concetto di conquista e di aggressione. E' legato al razionale e non al ragionevole.”
“La "nicchia" è un concetto ecologico, molto più vicino all'antica prudenza (la phronèsis di Aristotele). L'impresa alternativa vive o sopravvive in un ambiente che è, o deve essere, differente dall''ambiente del mercato. E' quest'ambiente che bisogna definire, proteggere, mantenere, rafforzare e sviluppare. Piuttosto che battersi disperatamente per conservare il proprio settore di mercato, bisogna militare per allargare e approfondire la "nicchia".
Latouche ha il merito di essere stato uno dei primi e, ahimè, ancora oggi, tra i pochissimi intellettuali occidentali ad aver tentato di “leggere”l Africa non secondo le categorie economiche e sociali dell’occidente, al di la dei soliti luoghi comuni.
Cercando invece gli aspetti endogeni e creativi dell’evoluzione ed emancipazione africana.
Evitiamo come la peste il termine: sviluppo.
Latouche parla, a proposito d’Africa, di concetti come Economia Informale o Società venacolare
Ma per questo vi lascio al seguito
LUIGI FINOTTO “KAMO”
“Se si ha una visione centrata sullo sviluppo, una visione economicistica, cioè se si pensa che lo sviluppo sia universalizzabile e che non ci sia salvezza al di fuori di una crescita economica vigorosa, allora si può avere, sull'economia informale africana, solo un punto di vista negativo, nel migliore dei casi condiscendente. Di fronte all'evidenza dei successi di certi "imprenditori dai piedi scalzi", si potrà riconoscere con simpatia il successo del bricolage. Tuttavia, si vedrà sempre nell'informale una economia di espedienti in mancanza di meglio. Valutando l'informale con il metro dell'economia dominante occidentale, e nell'orizzonte dello sviluppo, e riducendo la socialità a un aspetto pittoresco, complementare o ausiliare della sola cosa importante, l'economia, si sarà tentati di vedere questa realtà atipica come una sorta di succedaneo dello sviluppo. Ridicolo o rispettabile, ma sempre in mancanza di meglio, cioè nell'attesa di approdare alla terra promessa della modernità. Insomma, si vedrà nell'informale solo una figura della transizione, non come un laboratorio del doposviluppo.Vedere l'altra Africa come laboratorio del doposviluppo significa invece vedere l'informale in positivo, vederlo di per se stesso per quanto possibile, cioè in funzione delle sue proprie norme, e non commisurato al paradigma dello sviluppo.”
“Nell'informale che c’interessa non si è in una economia, sia pure altra, si è in un'altra società. L'economico non vi è autonomizzato in quanto tale; esso è dissolto, incorporato (embedded, secondo la terminologia di Karl Polanyi) nel sociale, in particolare nelle reti complesse che strutturano le città popolari dell'Africa. Per questo la definizione di "società venacolare" è più appropriata, per parlare di questa realtà, che non quello di "economia informale".
La società vernacolare
“Prima di tutto, si tratta dei modi con cui i naufraghi dello sviluppo producono e riproducono la loro vita, al di fuori del campo ufficiale, mediante strategie relazionali. Queste strategie incorporano ogni sorta di attività economiche, ma tali attività non sono (o sono poco) professionalizzate. Gli espedienti, il bricolage, la capacità di arrangiarsi di ciascuno si iscrivono in reti. I "collegati" formano dei "grappoli". In fondo, queste strategie fondate su un gioco sottile di "cassetti" sociali ed economici sono paragonabili alle strategie familiari, che sono nella maggior parte dei casi le strategie delle massaie, ma trasposte in una società in cui i membri della famiglia allargata si contano a centinaia. I "collegati" sono spesso molto diversi per religione, etnia, statuto sociale, e molto numerosi. Possono essere più o meno incorporati nella famiglia allargata. Le reti si strutturano, in effetti, sul modello della famiglia secondo la logica del clan, con madri sociali e fratelli maggiori”
“la società vernacolare (o l'oikonomia neo-clanica, come la definisco in un mio libro) è a prima vista soprattutto femminile, fondata sulla pluriattività, sul non professionalismo e sulle strategie relazionali. Gli artigiani dell'economia popolare sono forse meno professionali di quanto non pensino o non diano a vedere. Sono spesso anch'essi pluriattivi e nolto dipendenti dalla loro rete sociale. Sono tutti nel doposviluppo.Perciò, dobbiamo analizzare l'incorporazione di questa economia nel sociale, per vedere come la società del doposviluppo ritrova la logica del dono.
Gli esclusi della grande società realizzano il miracolo della loro sopravvivenza reinventando il legame sociale e facendolo funzionare. Esclusi dalle forme canoniche della modernità, dalla cittadinanza dello Stato-nazione e dalla partecipazione al mercato nazionale, essi vivono, in effetti, grazie alle reti di solidarietà neoclaniche. Ma, per spiegare come vivono e sopravvivono le popolazioni dell'altra Africa, bisogna cominciare con il denunciare l'illusione economica e sviluppista, poi analizzare la complessità degli espedienti che assicurano la sopravvivenza dei naufraghi e le logiche che ne permettono la riproduzione.Lo schema di lettura economica e sviluppista porta a molte distorsioni e a controsensi.”
“Prendiamo il denaro. Esso è onnipresente di fatto e nell'immaginario, ma non ha lo stesso significato né lo stesso uso, sul pianeta degli economisti e su quello dei naufraghi. Gli stessi interessati parlano di denaro caldo e di denaro freddo. Il denaro che circola nelle reti si oppone alla moneta del bianco, esterna e astratta. Il primo, in generale monetine e biglietti di piccolo taglio unti e bisunti, è annodato nell'angolo di un perizoma e nascosto sotto i vestiti, viene tirato fuori con precauzione e reticenza, contato e ricontato nella speranza di uno sconto. Il secondo è quello delle Ong, dell'assistenza tecnica. Si conta in milioni e si dissipa nell'astrazione. In ogni modo, che venga consumato in modo ostentato o che serva alla sopravvivenza collettiva, il denaro non è un fine in sé.
Per quel che riguarda il prezzo, questo è piuttosto il risultato di una contrattazione, che non di un mercato. Nonostante la penetrazione dei rapporti mercantili e della monetarizzazione degli scambi, gli attori si sforzano di conservare il primato dei rapporti interpersonali sul gioco anonimo della domanda e dell'offerta. Bisogna rispettare gli statuti, tener conto del contesto nel suo complesso, saper perdere un po' per vincere su altri piani. Così, la moneta e i rapporti mercantili farebbero funzionare una società non mercantile. Chiariamo: si intende con ciò una società che, pur praticando scambi numerosi e conoscendo una circolazione monetaria intensa, non obbedisce massicciamente alla logica mercantile”
“Decretando che i paesi non occidentali erano sottosviluppati, gli economisti hanno deciso che erano miserabili. Si sa che nelle principali lingue dell'Africa non c'è una parola che designi il povero nel senso economico del termine. Le parole che si usano per tradurre "povero" significano in realtà "orfano". E' degno di nota che, in tutte le circostanze della vita corrente, i riferimenti alla miseria non rinviano immediatamente alla mancanza di denaro, ma all'assenza di sostegno sociale. La povertà è legata a una concezione individualistica della società.”
”Questa resistenza di norme che incorporano la solidarietà in un valore metaeconomico (più sociale che economico, cioè), permette questo capovolgimento del senso e degli statuti, condizioni per l'emergere di una postmodernità autentica. In altri termini, quel che in questo modo si rende possibile è il rifiuto della svalutazione di sé decretata dall'Occidente, e in parte accettata, e la riappropriazione di una identità.”
.” La povertà presuppone sempre il confronto dell'individuo isolato con la sua impotenza. Nella società dove regnano al tempo stesso la solidarietà e la gerarchia, ciò non è pertinente”
“La razionalità africana che si crede di scoprire a partire dai successi dell'informale, e dalla quale alcuni pensano di ricavare manuali di gestione specifici a uso dei candidati imprenditori locali o degli investitori stranieri, è anch'essa un'illusione. In questa volontà di attribuire ogni successo alla razionalità, c'è il segno di una certa arroganza e di una grande inconscienza etnocentrica. Con il pretesto che le imprese informali funzionano, si conclude che essere possono essere solo razionali, dunque obbedire al grande mito occidentale della razionalità”
“L'economia moderna e occidentale è caratterizzata dalla razionalità. In teoria c'è un solo modo di essere razionali, mentre ce ne sono molti di essere ragionevoli, ragion per cui la società vernacolare è il luogo della pluriattività. Nella letteratura sull'informale, il termine "pluriattività" designa il più delle volte il fenomeno abbastanza diffuso della doppia attività. Questa doppia attività si riferisce alla situazione del salariato del settore ufficiale (funzionario o impiegato) che esercito al di fuori della sua professione una seconda attività. Nelle reti neoclaniche, dove le attività ufficiali sono piuttosto rare, la pluriattività richiama soprattutto la molteplicità degli espedienti e dei lavori messi in opera per cavarsela. Si ha a che fare con un'assenza di professionalizzazione, il che non vuol dire assenza di competenza.”
”. Hanno inventato la flessibilità ante litteram… All'altro estremo, i non professionisti moltiplicano gli espedienti da cui traggono le loro risorse. A Douala, nelle inchieste sull'occupazione, molti giovani non salariati dichiarano come mestiere: débrouillard (scaltro, che sa come cavarsela…)”
“Al di là della pluriattività e della non professionalizzazione, quel che colpisce l'osservatore attento ai "grappoli" di "collegati" della società vernacolare è l'importanza del tempo, dell'energia e delle risorse destinate ai rapporti sociali. Anche se vi si dispiega una attività intensa, sarebbe abusivo, nella maggior parte dei casi, parlare di vero lavoro. Gli incontri, le visite, i ricevimenti, le discussioni prendono molto tempo. Dare e prendere in prestito, donare, ricevere, aiutarsi reciprocamente, fare una ordinazione, consegnare, informarsi occupano gran parte della giornata, senza parlare del tempo dedicato alla festa, alla danza, al sogno e al gioco…”
.
” Sono laboratori del futuro, laboratori del doposviluppo. Gli economisti che giudicano questa forma di scambio volontario, senza ufficialità e ai margini della legge, più liberista del mercato ufficiale, da noi si impantanano come gli economisti alla Hernando de Soto o Guy Sorman, che vedono nell'informale del terzo mondo un capitalismo popolare e un terreno di coltura di imprenditori straccioni.”
.
“Permette di rivitalizzare la società locale senza apporto di capitali esterni. Aiuta a prendere coscienza dei problemi locali, a cercare soluzioni pratiche, concrete e realistiche. Riduce le importazioni, gli sprechi e l'inquinamento conseguente ai trasporti. Senza chiasso e senza dichiarazioni, gli "informali" dell'altra Africa non fanno nulla di diverso.C'è una lezione dell'esperienza africana della società vernacolare che può servire anche a tutti coloro che sono impegnati in imprese alternative. La gestione alternativa ha bisogno di appoggiarsi alla "nicchia", piuttosto che di giocare di mercato, che è un concetto della strategia militare, un concetto di conquista e di aggressione. E' legato al razionale e non al ragionevole.”
“La "nicchia" è un concetto ecologico, molto più vicino all'antica prudenza (la phronèsis di Aristotele). L'impresa alternativa vive o sopravvive in un ambiente che è, o deve essere, differente dall''ambiente del mercato. E' quest'ambiente che bisogna definire, proteggere, mantenere, rafforzare e sviluppare. Piuttosto che battersi disperatamente per conservare il proprio settore di mercato, bisogna militare per allargare e approfondire la "nicchia".
mercoledì 22 agosto 2007
ALLE RADICI DELL'IMMAGINARIO ITALIANO SULL'AFRICA. FU UN COLONIALISMO"BONARIO"?
Alem Woldezghi * 23 maggio 2007 da ww2.Carta.org
A distanza di 100 anni l'Italia è ancora preda e vittima di rappresentazioni di gloria e vendetta, quando non di amnesia istituzionale rispetto al proprio passato coloniale e al contatto con l'altro: l'immaginario collettivo degli italiani sull'Africa e sugli africani resta tuttora rappreso a forme di rappresentazione esotiche e subliminali. L'Italia repubblicana non commemora il proprio passato coloniale. Sembra solo volersi disfare del proprio passato: non ama ricordare.Eppure l'Italia democratica ha una responsabilità storica e morale nei confronti dell'ex-colonia primogenita, l'Eritrea.
I sostenitori del colonialismo sono sempre stati del parere che gli italiani, al contrario degli inglesi, hanno assunto in Abissinia un atteggiamento umano e mai razzista, anche nei momenti in cui veniva richiesta particolare durezza. Secondo gli studiosi non andò così: i massacri, la sempre presente discriminazione razziale, l'esplosione del razzismo fascista possono testimoniare il contrario. Tutto il colonialismo italiano fu caratterizzato dal razzismo e dalla sopraffazione, che sono la base di ogni conquista coloniale. Del resto intervenire contro un popolo militarmente più debole dimostra violenza e prevaricazione. E' significativa l'assoluta incomprensione sempre dimostrata nei confronti di una civiltà di antica tradizione come quella eritrea che la politica italiana mirò a distruggere radicalmente.
Su queste radici si sviluppò il razzismo fascista che, secondo me, si deve considerare una chiara estrinsecazione della violenza insita in tutto il colonialismo, un richiamo pesante e pressante per chi oggi non vuole chiudere occhi e orecchie di fronte alla tragica realtà.
Per esempio: è possibile parlare di specifici crimini sessuali del colonialismo fascista in Aoi [Africa orientale italiana]? Di sicuro sì, se per crimini sessuali si intendono in primo luogo le forme di rappresentazione delle donne eritree e il loro sfruttamento sessuale legittimati dal fascismo per coartare forza-lavoro maschile nelle colonie ma anche l'estremo dello stupro coloniale, che in certo senso era autorizzato da quelle stesse rappresentazioni. Il fascismo dichiarò: «La donna torni a essere inferiore, suddita del padre o marito...» ma anche che i cittadini italiani non potevano convivere con un suddito africano.
Non solo: anche il rovesciamento di queste rappresentazioni, conseguente alla dichiarazione dell'Impero nel maggio 1936 e poi la legge del 1937 con le sanzioni per i rapporti di «indole coniugale» fra cittadini e sudditi va letto in questo senso e porta alla luce il nesso fra politiche sessuali e razziali del colonialismo fascista. Secondo le definizioni del colonialismo fascista la donna nera era adatta solo per il sesso e quella bianca invece per il sentimento amoroso.
Già il percorso di costruzione nazionale aveva portato alla definizione di un'identità razziale per gli italiani. Con la dichiarazione dell'Impero questa identità fondata sulla purezza di sangue svolse un ruolo centrale nella definizione delle politiche coloniali: la purezza razziale, intesa in senso biologico, diventò progetto, si proiettò nel futuro.
In Italia, il passaggio da una coscienza coloniale a una imperiale ha implicato l'assolutizzare l'idea suprematista fondata sulla cosiddetta razza. Fra colonizzatori e colonizzati non erano più tollerabili incerti confini «razziali»: diventava necessaria una netta separazione sostenuta da una disciplina e un'auto-disciplina che coinvolgesse tutti gli aspetti della vita quotidiana. In questo processo l'antropologia andava acquisendo uno status che l'avrebbe portata al di là dell'ambito meramente scientifico o accademico per arrivare ad affrancare e sostenere le scelte politiche del regime di Mussolini.
Con la guerra d'Etiopia e la fondazione dell'Impero la discriminazione razziale si trasforma, da prassi, in materia giuridica diventando legge dello Stato: l'Italia, unica fra le potenze europee, si fa promotrice di una forma di segregazione razziale che non ha paragoni in Africa se non nell'esperienza dell'apartheid sud-africano. La colonia Eritrea diviene così il primo laboratorio di sperimentazione delle leggi razziali che nel 1938 saranno estese a colpire anche la comunità ebraica del Paese.
Il rapporto con l'alterità africana si basò su esclusione, violenza, sfruttamento e stragi: pagine ancora rimosse o apertamente negate, in nome di un mito fortemente radicato nell'immaginario collettivo, che continua rivendica l'atipicità italiana come se si fosse trattato di un «colonialismo dal volto umano». Non mancano in Italia seri studi storici sul colonialismo ma difficilmente hanno accesso nel circuito formativo e in quello scolastico.
*(Alem Woldezghi è nato nel 1949 in Eritrea. In gioventù ha militato nell' Eplf, l’Eritrean People Liberation Front, movimento politico-militare impegnato nella lotta di liberazione del popolo eritreo dall'occupazione etiopica che è durata fino al 1993)
A distanza di 100 anni l'Italia è ancora preda e vittima di rappresentazioni di gloria e vendetta, quando non di amnesia istituzionale rispetto al proprio passato coloniale e al contatto con l'altro: l'immaginario collettivo degli italiani sull'Africa e sugli africani resta tuttora rappreso a forme di rappresentazione esotiche e subliminali. L'Italia repubblicana non commemora il proprio passato coloniale. Sembra solo volersi disfare del proprio passato: non ama ricordare.Eppure l'Italia democratica ha una responsabilità storica e morale nei confronti dell'ex-colonia primogenita, l'Eritrea.
I sostenitori del colonialismo sono sempre stati del parere che gli italiani, al contrario degli inglesi, hanno assunto in Abissinia un atteggiamento umano e mai razzista, anche nei momenti in cui veniva richiesta particolare durezza. Secondo gli studiosi non andò così: i massacri, la sempre presente discriminazione razziale, l'esplosione del razzismo fascista possono testimoniare il contrario. Tutto il colonialismo italiano fu caratterizzato dal razzismo e dalla sopraffazione, che sono la base di ogni conquista coloniale. Del resto intervenire contro un popolo militarmente più debole dimostra violenza e prevaricazione. E' significativa l'assoluta incomprensione sempre dimostrata nei confronti di una civiltà di antica tradizione come quella eritrea che la politica italiana mirò a distruggere radicalmente.
Su queste radici si sviluppò il razzismo fascista che, secondo me, si deve considerare una chiara estrinsecazione della violenza insita in tutto il colonialismo, un richiamo pesante e pressante per chi oggi non vuole chiudere occhi e orecchie di fronte alla tragica realtà.
Per esempio: è possibile parlare di specifici crimini sessuali del colonialismo fascista in Aoi [Africa orientale italiana]? Di sicuro sì, se per crimini sessuali si intendono in primo luogo le forme di rappresentazione delle donne eritree e il loro sfruttamento sessuale legittimati dal fascismo per coartare forza-lavoro maschile nelle colonie ma anche l'estremo dello stupro coloniale, che in certo senso era autorizzato da quelle stesse rappresentazioni. Il fascismo dichiarò: «La donna torni a essere inferiore, suddita del padre o marito...» ma anche che i cittadini italiani non potevano convivere con un suddito africano.
Non solo: anche il rovesciamento di queste rappresentazioni, conseguente alla dichiarazione dell'Impero nel maggio 1936 e poi la legge del 1937 con le sanzioni per i rapporti di «indole coniugale» fra cittadini e sudditi va letto in questo senso e porta alla luce il nesso fra politiche sessuali e razziali del colonialismo fascista. Secondo le definizioni del colonialismo fascista la donna nera era adatta solo per il sesso e quella bianca invece per il sentimento amoroso.
Già il percorso di costruzione nazionale aveva portato alla definizione di un'identità razziale per gli italiani. Con la dichiarazione dell'Impero questa identità fondata sulla purezza di sangue svolse un ruolo centrale nella definizione delle politiche coloniali: la purezza razziale, intesa in senso biologico, diventò progetto, si proiettò nel futuro.
In Italia, il passaggio da una coscienza coloniale a una imperiale ha implicato l'assolutizzare l'idea suprematista fondata sulla cosiddetta razza. Fra colonizzatori e colonizzati non erano più tollerabili incerti confini «razziali»: diventava necessaria una netta separazione sostenuta da una disciplina e un'auto-disciplina che coinvolgesse tutti gli aspetti della vita quotidiana. In questo processo l'antropologia andava acquisendo uno status che l'avrebbe portata al di là dell'ambito meramente scientifico o accademico per arrivare ad affrancare e sostenere le scelte politiche del regime di Mussolini.
Con la guerra d'Etiopia e la fondazione dell'Impero la discriminazione razziale si trasforma, da prassi, in materia giuridica diventando legge dello Stato: l'Italia, unica fra le potenze europee, si fa promotrice di una forma di segregazione razziale che non ha paragoni in Africa se non nell'esperienza dell'apartheid sud-africano. La colonia Eritrea diviene così il primo laboratorio di sperimentazione delle leggi razziali che nel 1938 saranno estese a colpire anche la comunità ebraica del Paese.
Il rapporto con l'alterità africana si basò su esclusione, violenza, sfruttamento e stragi: pagine ancora rimosse o apertamente negate, in nome di un mito fortemente radicato nell'immaginario collettivo, che continua rivendica l'atipicità italiana come se si fosse trattato di un «colonialismo dal volto umano». Non mancano in Italia seri studi storici sul colonialismo ma difficilmente hanno accesso nel circuito formativo e in quello scolastico.
*(Alem Woldezghi è nato nel 1949 in Eritrea. In gioventù ha militato nell' Eplf, l’Eritrean People Liberation Front, movimento politico-militare impegnato nella lotta di liberazione del popolo eritreo dall'occupazione etiopica che è durata fino al 1993)
CRISI DEI MERCATI FINANZIARI OSSIA "LA BANALITA' DEL MALE"
Ennesima crisi delle borse, ennesimo crollo,crack o cosacce del genere.
Si parla, com’e’ ovvio, di titoli spazzatura.
Il punto è un altro: esistono titoli che non sono spazzatura, può un titolo non essere spazzatura?.
La storia della Finanza, la Scienza della Finanza ci dimostrano in maniera incontrovertibile che i principi del falso e della truffa sono elementi costitutivi della(non) realtà della finanza.
La moltiplicazione del denaro, l’alterazione continua del suo valore a prescindere dal movimento reale delle merci e del lavoro, non può che avere il suo senso nel crimine.
Sarà un caso o no che le mafie di tutto il mondo sguazzino in questo mare cosi bene da non distinguersi minimamente(né in meglio ne in peggio) rispetto agli altri natanti?
Ora l’ultimo detonatore dell’ultima crisi si chiama “mutui subprime”: come direbbero a Roma, che vor di’?
La complessa matassa finanziaria, in realtà, è abbastanza semplice, al di la di tutti i grafici e le analisi dei soloni tromboni dell’alta finanza.
Si tratta di mutui a rischio, concessi a soggetti meno abbienti col ragionevole dubbio d’insolvenza. Questi mutui costituiscono, più o meno il 10 per cento del mercato.
Le banche che fanno di quest’enorme quantità di debiti?semplice: la trasformano in titoli, la collocano in fondi e la piazzano sul mercato. Puntuale arriva l’agenzia di Rating(quelli che stabiliscono se un titolo è affidabile o no, se un governo e credibile o meno ecc ecc) che attribuisce a questi titoli la triplice A ossia la massima affidabilità: comprate comprate comprate(detto in soldoni).
Succede però che si diffondono le voci di un calo, forse di un crollo del prezzo degli immobili, ossia del bene su cui la banca si rifà in caso d’insolvenza:succede che aumentano le insolvenze dei mutuatari e, siccome,uno più uno ,fa due…succede che succede il patatrack.
Solo che il rischio connesso al mutuo concesso”benevolmente” viene venduto a tutti (sotto forma di grande affare, con l’avvallo complice delle istituzioni)e quando diventa realtà, come un virus subdolo, infetta ogni corpo con cui è venuto in contatto . Il mercato finanziario è dopato per definizione, è un mondo promiscuo che socializza le perdite e circoscrive il più possibile la cerchia dei grandi beneficiari. Crea un’idea di partecipazione che è solo apparente, mentre reale è l’accaparramento furioso di denaro, di cui come un porco bulimico ha continuamente bisogno.
La morte del porco è un lusso che non possiamo ancora permetterci a quante pare.
In questi casi critici(definiti fumettisticamente, crakk) la formula di rito prevede, l’immissione di liquidità nel sistema.
Ancora romanescamente parlando, che vor di’??? Vuol dire che le banche centrali mettono soldi freschi in circolazione, in pratica si comprano i titoli spazzatura che hanno scatenato il caos, salvano le banche,gli speculatori e garantendo il ritorno al giorno prima del crak. I soldi della banca centrale sarebbero di tutti, pubblici, non beni privati, ma non importa, trattasi di dettaglio.
I poveri cristi che non riescono più a saldare i mutui rimaranno poveri cristi e dopo i fatidici tre giorni saranno ancora crocefissi.
Come un novello Amleto, il mercato è folle, ma ha del metodo nella follia.
Trent’anni fa(reagan, thacher…do you remember?) con la bufala colossale del neoliberismo, hanno in realtà armato l’economia affinché uccidesse la politica ed ogni idea di democrazia: ma ogni buon apprendista stregone(come ci ha insegnato Goethe), dopo un po’, non controlla più gli elementi e le suggestioni che crea ed, una di queste suggestioni, la finanza, dopo un po’, si e’ inghiottita anche l’economia.
Per cui siamo al paradosso che la realtà concreta(economia reale) è al servizio dell’apparenza(la finanza e le borse) .
Che fare?…che pretendete da me!!!. Potrei solo suggerire di riavviare il percorso inverso, in pratica tornare al dominio della realtà, ai processi reali e concreti, al metodo della democrazia, al rispetto delle regole conosciute e approvate.
Ogni seria Democrazia considera il denaro come oggetto e non soggetto
A voi l’ardua sentenza!!!
LUIGI FINOTTO “KAMO”
Si parla, com’e’ ovvio, di titoli spazzatura.
Il punto è un altro: esistono titoli che non sono spazzatura, può un titolo non essere spazzatura?.
La storia della Finanza, la Scienza della Finanza ci dimostrano in maniera incontrovertibile che i principi del falso e della truffa sono elementi costitutivi della(non) realtà della finanza.
La moltiplicazione del denaro, l’alterazione continua del suo valore a prescindere dal movimento reale delle merci e del lavoro, non può che avere il suo senso nel crimine.
Sarà un caso o no che le mafie di tutto il mondo sguazzino in questo mare cosi bene da non distinguersi minimamente(né in meglio ne in peggio) rispetto agli altri natanti?
Ora l’ultimo detonatore dell’ultima crisi si chiama “mutui subprime”: come direbbero a Roma, che vor di’?
La complessa matassa finanziaria, in realtà, è abbastanza semplice, al di la di tutti i grafici e le analisi dei soloni tromboni dell’alta finanza.
Si tratta di mutui a rischio, concessi a soggetti meno abbienti col ragionevole dubbio d’insolvenza. Questi mutui costituiscono, più o meno il 10 per cento del mercato.
Le banche che fanno di quest’enorme quantità di debiti?semplice: la trasformano in titoli, la collocano in fondi e la piazzano sul mercato. Puntuale arriva l’agenzia di Rating(quelli che stabiliscono se un titolo è affidabile o no, se un governo e credibile o meno ecc ecc) che attribuisce a questi titoli la triplice A ossia la massima affidabilità: comprate comprate comprate(detto in soldoni).
Succede però che si diffondono le voci di un calo, forse di un crollo del prezzo degli immobili, ossia del bene su cui la banca si rifà in caso d’insolvenza:succede che aumentano le insolvenze dei mutuatari e, siccome,uno più uno ,fa due…succede che succede il patatrack.
Solo che il rischio connesso al mutuo concesso”benevolmente” viene venduto a tutti (sotto forma di grande affare, con l’avvallo complice delle istituzioni)e quando diventa realtà, come un virus subdolo, infetta ogni corpo con cui è venuto in contatto . Il mercato finanziario è dopato per definizione, è un mondo promiscuo che socializza le perdite e circoscrive il più possibile la cerchia dei grandi beneficiari. Crea un’idea di partecipazione che è solo apparente, mentre reale è l’accaparramento furioso di denaro, di cui come un porco bulimico ha continuamente bisogno.
La morte del porco è un lusso che non possiamo ancora permetterci a quante pare.
In questi casi critici(definiti fumettisticamente, crakk) la formula di rito prevede, l’immissione di liquidità nel sistema.
Ancora romanescamente parlando, che vor di’??? Vuol dire che le banche centrali mettono soldi freschi in circolazione, in pratica si comprano i titoli spazzatura che hanno scatenato il caos, salvano le banche,gli speculatori e garantendo il ritorno al giorno prima del crak. I soldi della banca centrale sarebbero di tutti, pubblici, non beni privati, ma non importa, trattasi di dettaglio.
I poveri cristi che non riescono più a saldare i mutui rimaranno poveri cristi e dopo i fatidici tre giorni saranno ancora crocefissi.
Come un novello Amleto, il mercato è folle, ma ha del metodo nella follia.
Trent’anni fa(reagan, thacher…do you remember?) con la bufala colossale del neoliberismo, hanno in realtà armato l’economia affinché uccidesse la politica ed ogni idea di democrazia: ma ogni buon apprendista stregone(come ci ha insegnato Goethe), dopo un po’, non controlla più gli elementi e le suggestioni che crea ed, una di queste suggestioni, la finanza, dopo un po’, si e’ inghiottita anche l’economia.
Per cui siamo al paradosso che la realtà concreta(economia reale) è al servizio dell’apparenza(la finanza e le borse) .
Che fare?…che pretendete da me!!!. Potrei solo suggerire di riavviare il percorso inverso, in pratica tornare al dominio della realtà, ai processi reali e concreti, al metodo della democrazia, al rispetto delle regole conosciute e approvate.
Ogni seria Democrazia considera il denaro come oggetto e non soggetto
A voi l’ardua sentenza!!!
LUIGI FINOTTO “KAMO”
sabato 18 agosto 2007
alcuni spunti sulla sinistra sudamericana:cosi' diversa dalla nostra(per fortuna..)
In Equador il candidato della sinistra Correa ha superato nettamente il miliardario Noboa, uomo della destra, sostenuto a suon di dollari dall’amministrazione Bush.
Solo un mese prima il sandinista Ortega aveva sbaragliato gia al primo turno il suo avversario filo statunitense.
Sono gli ultimi due episodi di un indimenticabile anno elettorale: Equador e Nicaragua si aggiungono ad una consistente schiera di paesi che hanno decisamente virato a sinistra: il Venezuela di Chavez, il Brasile di Lula, l’Argentina di Kirchner, La Bolivia di Morales, il Cile della Bachelet e L’Uruguay.
In Messico Obrador, candidato di sinistra, ha fallito l’obiettivo per una manciata di voti, per altro conseguiti,probabilmente, in modo truffaldino.
Cos’e’ questa sinistra sudamerica?
Indefinibile, ricorrendo a vecchie categorie;sicuramente eterogenea al proprio interno,in alcuni casi persino contraddittoria.
Verrebbe da pensare :cosa hanno in comune il radicalismo ed il senso strategico quasi mistico di Chavez con il blando riformismo della Bachlet, cosi legato a concetti rassicuranti come, la buona amministrazione e il rispetto delle compatibilta’ o comunque dello status quo ; che legame c’e’ tra il coraggio morale del peronista Kirchner , nel ritrattare, il debito contratto dal suo paese, con gli stessi organismi internazionali che lo hanno condotto sull’orlo del baratro e nel bonificare con intransigenza,il presente argentino da tutti gli elementi golpisti e fascisti di un passato recentissimo, con il camaleontismo politico del sandinista Ortega che riesce a conciliare l’appoggio di Chavez con il sostegno di uno dei vescovi più conservatori dell’America Latina (Obando Y Bravo) e che distanza enorme si riscontra tra il riformismo spinto del “chavista” boliviano Morales e le timide innovazioni strutturali in campo economico e sociale del brasiliano Lula, il quale, comunque , ha portato il Brasile, come mai prima, ad un ruolo internazionale progressivo e di riferimento per tutti i paesi emergenti ed in via di sviluppo.
Detta così,questa sinistra sembra una marmellata, un sommatoria caotica di cose non sommabili:eppure questa matassa ha il suo bandolo che, altro non è che l’anima di questa sinistra plurale,il filo rosso che collega queste esperienze.
Queste sinistre hanno saputo interpretare la voglia e la necessità di partecipazione dopo la desertificazione operata in vent’anni di cure liberiste da cavallo imposte a tutto il continente.
Quel bisogno di riappropriarsi delle proprie sorti e di sfidare il potere a democratico e totalizzante degli organismi finanziari internazionali che,in Europa è stato compreso maggiormente dalle formazioni nazionaliste e talvolta persino xenofobe,in America Latina, invece, è stato declinato in senso progressista.
Il concetto di sovranità nazionale che è stato svuotato o in taluni casi reciso brutalmente dalla storia dell’America Latina, torna ora al centro della politica.
Dalla dottrina Monroe fino ai dettami del Washington Consensus, la politica di questo grande Sub continente è stata poco più di un capitolo della politica estera ed economica degli USA.
Fa un notevole effetto vedere che la rivendicazione dell’orgoglio nazionale provenga dalle fila della sinistra e sia alimentata dalle aspirazioni dei ceti popolari,degli indios o addirittura dagli strati piu emarginati della società.
Il nazionalismo di cui parliamo non rivendica confini,non esalta peculiarità etnico,razziali o religiose,non afferma esclusioni, non scava nei secoli per cercare le radici di presunte purezze o nobiltà ma,semplicemente,aspira all’autodeterminazione la quale,non può essere che democratica e sociale.
Una sinistra sicuramente deideologizzata che,comunque,non transige sul controllo pubblico delle risorse naturali, sulla distribuzione delle ricchezze, cosciente che la distribuzione è un effetto del modo in cui la si produce.
Il sempre sorprendente continente latino americano ci insegna che può essere di sinistra anche portare in alto il vessillo nazionale e far sostenere l’onore e l’onere di ciò ai ceti popolari.
Lo stato non è di chi se né serve, lo usa e lo sfrutta ma di quelli usati e sfruttati
La costruzione in senso sociale e comunitario dell’identità di una nazione si avvale allo stesso modo dell’identità’ cristiana o quantomeno di una lettura avanzata a volte persino rivoluzionaria del vangelo, dei modelli sociali indigeni, di un’interpretazione originale del pensiero marxista e di un certo peronismo .
Questa miscela conduce oggettivamente a pratiche ed atteggiamenti anti liberisti ed ostili agli Stati Uniti. E’ in corso una sorta di Risorgimento Latino Americano: i richiami suggestivi a personaggi come Simon Bolivar ed Emiliano Zapata c’indicano anche il senso di questo risorgimento.
LUIGI FINOTTO
Solo un mese prima il sandinista Ortega aveva sbaragliato gia al primo turno il suo avversario filo statunitense.
Sono gli ultimi due episodi di un indimenticabile anno elettorale: Equador e Nicaragua si aggiungono ad una consistente schiera di paesi che hanno decisamente virato a sinistra: il Venezuela di Chavez, il Brasile di Lula, l’Argentina di Kirchner, La Bolivia di Morales, il Cile della Bachelet e L’Uruguay.
In Messico Obrador, candidato di sinistra, ha fallito l’obiettivo per una manciata di voti, per altro conseguiti,probabilmente, in modo truffaldino.
Cos’e’ questa sinistra sudamerica?
Indefinibile, ricorrendo a vecchie categorie;sicuramente eterogenea al proprio interno,in alcuni casi persino contraddittoria.
Verrebbe da pensare :cosa hanno in comune il radicalismo ed il senso strategico quasi mistico di Chavez con il blando riformismo della Bachlet, cosi legato a concetti rassicuranti come, la buona amministrazione e il rispetto delle compatibilta’ o comunque dello status quo ; che legame c’e’ tra il coraggio morale del peronista Kirchner , nel ritrattare, il debito contratto dal suo paese, con gli stessi organismi internazionali che lo hanno condotto sull’orlo del baratro e nel bonificare con intransigenza,il presente argentino da tutti gli elementi golpisti e fascisti di un passato recentissimo, con il camaleontismo politico del sandinista Ortega che riesce a conciliare l’appoggio di Chavez con il sostegno di uno dei vescovi più conservatori dell’America Latina (Obando Y Bravo) e che distanza enorme si riscontra tra il riformismo spinto del “chavista” boliviano Morales e le timide innovazioni strutturali in campo economico e sociale del brasiliano Lula, il quale, comunque , ha portato il Brasile, come mai prima, ad un ruolo internazionale progressivo e di riferimento per tutti i paesi emergenti ed in via di sviluppo.
Detta così,questa sinistra sembra una marmellata, un sommatoria caotica di cose non sommabili:eppure questa matassa ha il suo bandolo che, altro non è che l’anima di questa sinistra plurale,il filo rosso che collega queste esperienze.
Queste sinistre hanno saputo interpretare la voglia e la necessità di partecipazione dopo la desertificazione operata in vent’anni di cure liberiste da cavallo imposte a tutto il continente.
Quel bisogno di riappropriarsi delle proprie sorti e di sfidare il potere a democratico e totalizzante degli organismi finanziari internazionali che,in Europa è stato compreso maggiormente dalle formazioni nazionaliste e talvolta persino xenofobe,in America Latina, invece, è stato declinato in senso progressista.
Il concetto di sovranità nazionale che è stato svuotato o in taluni casi reciso brutalmente dalla storia dell’America Latina, torna ora al centro della politica.
Dalla dottrina Monroe fino ai dettami del Washington Consensus, la politica di questo grande Sub continente è stata poco più di un capitolo della politica estera ed economica degli USA.
Fa un notevole effetto vedere che la rivendicazione dell’orgoglio nazionale provenga dalle fila della sinistra e sia alimentata dalle aspirazioni dei ceti popolari,degli indios o addirittura dagli strati piu emarginati della società.
Il nazionalismo di cui parliamo non rivendica confini,non esalta peculiarità etnico,razziali o religiose,non afferma esclusioni, non scava nei secoli per cercare le radici di presunte purezze o nobiltà ma,semplicemente,aspira all’autodeterminazione la quale,non può essere che democratica e sociale.
Una sinistra sicuramente deideologizzata che,comunque,non transige sul controllo pubblico delle risorse naturali, sulla distribuzione delle ricchezze, cosciente che la distribuzione è un effetto del modo in cui la si produce.
Il sempre sorprendente continente latino americano ci insegna che può essere di sinistra anche portare in alto il vessillo nazionale e far sostenere l’onore e l’onere di ciò ai ceti popolari.
Lo stato non è di chi se né serve, lo usa e lo sfrutta ma di quelli usati e sfruttati
La costruzione in senso sociale e comunitario dell’identità di una nazione si avvale allo stesso modo dell’identità’ cristiana o quantomeno di una lettura avanzata a volte persino rivoluzionaria del vangelo, dei modelli sociali indigeni, di un’interpretazione originale del pensiero marxista e di un certo peronismo .
Questa miscela conduce oggettivamente a pratiche ed atteggiamenti anti liberisti ed ostili agli Stati Uniti. E’ in corso una sorta di Risorgimento Latino Americano: i richiami suggestivi a personaggi come Simon Bolivar ed Emiliano Zapata c’indicano anche il senso di questo risorgimento.
LUIGI FINOTTO
eritrea e il problema della sussistenza alimentare:vicende di un paese piccolo,coraggioso e rompicoglioni
L’Eritrea e il problema della sussistenza alimentare
Stefano Pettini
Il primo dei problemi che l’Eritrea ha dovuto affrontare non appena raggiunta l’indipendenza è stato quello della alimentazione. La distruzione, il ristagno economico e l'arretratezza cronica provocati dalla lunga guerra di liberazione avevano infatti alterato le prospettive di realizzazione della sicurezza alimentare attraverso l’ammodernamento agricolo e lo sfruttamento accorto delle potenzialità di questa attività fondamentale per la sussistenza della popolazione, rendendo necessario un accurato piano di rilancio del settore. Oltre alla guerra anche le ricorrenti siccità alternate a periodi di grandi precipitazioni avevano esacerbato una situazione già grave per la arretratezza delle metodologie e per la povertà endemica causate dal colonialismo durante il quale le infrastrutture si erano ammalorate e nulla era stato fatto per prevenire l'erosione del suolo e il suo conseguente impoverimento.
Le risorse per la realizzazione di questo piano di rilancio derivavano sostanzialmente dalle rimesse economiche provenienti dagli eritrei residenti all’estero, espatriati durante il periodo del terrore esercitato dalla dittatura etiopica, e gli aiuti alimentari provenienti dai paesi donatori. Gli obiettivi erano quelli di convertire la agricoltura di impostazione coloniale che puntava all’esportazione, in un tipo di agricoltura che prediligesse le colture tradizionali più idonee al consumo interno. Il periodo di transizione sarebbe stato inevitabilmente lungo e il governo dell’Eritrea decise di affrontarlo offrendo alla popolazione una forma di assistenza diretta e gratuita come strumento transitorio fino a quando non si fosse ottenuta la sicurezza nazionale sull’alimentazione per mezzo di uno sviluppo agricolo di più alto rendimento. Il ricorso a questa opzione avvenne in un modo piuttosto spontaneo poiché quella era la pratica usuale o convenzionale usata nel sistema internazionale, in un periodo in cui l'esperienza acquisita non era stata sufficientemente lunga da evidenziare possibili conseguenze sociali negative.
Dopo alcuni anni il sistema della assistenza diretta mostrò infatti i suoi limiti e soprattutto i rischi di gravi possibili conseguenze per i beneficiari poiché questa era diventata gradualmente e virtualmente una abitudine che aveva coinvolto involontariamente intere comunità cominciando a promuovere una pericolosa cultura della dipendenza in cui molti avevano iniziato a vedere l'aiuto alimentare come fattore permanente nella loro vita e anche come "un giusto e naturale diritto" comportando una sorta di letargia consolidata verso il lavoro con una aspettativa di vita da condurre attraverso il supporto del sussidio sociale. Infatti dal momento che le esigenze alimentari venivano soddisfatte invariabilmente con la assistenza pubblica venivano a mancare i basilari incentivi al lavoro corrodendo gradualmente lo stimolo e l'etica del lavoro, e provocando debilitazione, inattività e disoccupazione.
Le autorità eritree quindi, dopo alcuni anni, maturarono il convincimento che era arrivato il momento di abbandonare la assistenza diretta e generalizzata a favore di uno schema denominato “cibo per lavoro” che fu introdotto come schema alternativo per indebolire la cultura della dipendenza e per rinforzare l’etica del lavoro e allo stesso tempo per dare contributi significativi ai rigorosi programmi di gestione delle acque ed agricoli che il paese stava affrontando per realizzare gli obiettivi di sicurezza dell'alimentazione. Tuttavia nonostante i vantaggi la strategia “cibo per lavoro” non si trasformò nel metodo predominante di erogazione dell'assistenza poiché fra l’altro questa forma di aiuto basata sulla distribuzione unicamente di cibo non consentiva alla gente di soddisfare le altre esigenze del vivere quotidiano e indirettamente contribuiva alla distorsione dei prezzi di mercato a causa del fatto che una certa quantità di aiuti alimentari venivano rivenduti sul mercato. Questo fenomeno associato alle speculazioni e alle logiche commerciali causò a sua volta aumenti di prezzo degli alimenti in modo incontrollabile, oltre che a favorire seppure su scala piuttosto ridotta il fenomeno della corruzione.
Per quanto perfettibile il nuovo sistema apportò comunque dei notevoli benefici sia alla popolazione, che attraverso il lavoro recuperava dignità e senso di appartenenza, sia alle finanze statali che non dovevano più affrontare le enormi uscite a fondo perduto, e nel contempo il governo recuperava la forza lavoro indispensabile per la ricostruzione delle infrastrutture necessarie allo sviluppo nazionale. A rivoluzionare tutti i programmi di emancipazione sociale ed economica dell’Eritrea però giunse una nuova aggressione da parte dell’Etiopia che sprofondò il Paese, inizialmente lanciato verso promettenti traguardi, in un nuovo stato di crisi e difficoltà. Tutti gli equilibri interni ne risultarono sconvolti fino a quando l’intervento delle Nazioni Unite ristabilì una condizione di relativa tranquillità che consentì una certa ripresa di tutte quelle attività finalizzate alla assicurazione del fabbisogno alimentare del paese, anche se con modalità diverse da quelle precedenti. Il nuovo pericolo rappresentato dalla irrisolta questioni dei confini con l’Etiopia aveva infatti costretto la amministrazione eritrea a impiegare i giovani in un servizio militare a tempo indeterminato per la difesa nazionale, con il conseguente assorbimento di parte delle risorse alimentari, e suggerito la applicazione alla restante popolazione, di un nuovo e concettualmente diverso metodo di assistenza denominato “contanti per lavoro”.
A livello politico la schema “contanti per lavoro” era gia stato ritenuto il più adatto, ma seppur preferito dal governo che lo aveva presentato fin dal 1996, purtroppo non aveva trovato applicazione pratica a causa di diverse difficoltà organizzative che avevano fatto prevalere, come detto, la adozione di uno schema temporaneo di assistenza più diretto e più convenzionale attraverso la distribuzione libera dei viveri. Questo nuovo metodo prevedeva la mobilitazione della popolazione per realizzare opere e infrastrutture destinate alla sicurezza alimentare e il pagamento del lavoro prestato non più direttamente con la distribuzione di cibo, ma con un compenso in denaro. Assicurare un approvvigionamento di generi alimentari sostenibile e sufficiente richiedeva una mobilitazione nazionale ben focalizzata e coordinata che coinvolgesse tutti i segmenti della società e il governo eritreo si regolò di conseguenza nella elaborazione di processi e di meccanismi adatti a mobilitare e utilizzare efficacemente tutte le risorse umane e finanziarie nazionali per produrre come risultato un rapido affrancamento dalla dipendenza da altri paesi con il raggiungimento della indipendenza alimentare.
Il sistema denominato “contanti per lavoro” costituiva un primo passo importante poiché debellava in maniera definitiva la piaga della dipendenza dalla assistenza pubblica e contribuiva al ristabilimento di quel meccanismo virtuoso che avrebbe rimesso in moto l’economia e assicurato non solo una distribuzione capillare della sussistenza alimentare, ma consentito anche alla gente di disporre di piccole somme di denaro per soddisfare esigenze di altro tipo, restituendo nel contempo la dignità derivante dall’aver potuto svolgere un proprio ruolo produttivo e non più passivo. Lo schema “contante per lavoro” ridusse anche le distorsioni del mercato poiché attraverso la remunerazione in denaro del lavoro si otteneva un processo più trasparente e diretto della distribuzione dei beni che di fatto eliminava la speculazione, la tesaurizzazione e i passaggi intermedi dei commercianti, derivanti dal traffico degli aiuti sotto forma di cibo.
Il nuovo metodo, pur apportando notevoli benefici e un nuovo equilibrio fra consumo ed accumulazione attraverso l’abbattimento dello spreco evitabile, che è diretta conseguenza della libera distribuzione di viveri, sollevò però immediate reazioni da parte dei paesi donatori che concepivano la assistenza alla popolazione solo come distribuzione gratuita degli aiuti alimentari e non approvavano che questi fossero immessi sul mercato e venduti seppur a prezzo calmierato. Il rafforzamento dell’etica del lavoro e il controllo della spesa dovuta per la assistenza nei conti nazionali dell’Eritrea non sono stati giudicati in ambito internazionale come prioritari, e nonostante il metodo “contanti per lavoro” abbia garantito una più efficiente distribuzione delle risorse attraverso il mercato e una più efficace utilizzazione come strumento per la stimolazione dello sviluppo economico nazionale, offrendo migliori prospettive per la contabilità finanziaria sia per il governo che per i partner internazionali, è ancora aspramente criticato.
Un esempio autorevole è venuto dall’ambasciatore Geert Heikens che ha recentemente dichiarato che la comunità europea starebbe valutando l’ipotesi di chiedere indietro all’Eritrea tre milioni di dollari come controvalore delle merci che invece di essere distribuite gratuitamente sono state vendute, provocando la reazione del governo eritreo che ha rivendicato il diritto di gestire il flusso delle donazioni umanitarie in maniera coerente con le esigenze del paese e nel rispetto della dignità della sua gente.
A questo problema etico di non facile soluzione si era nel frattempo aggiunto quello di un sempre più difficile rapporto con le Ong causato dal progressivo incallimento di un tipo di assistenza e aiuto che se nella sua fase iniziale molti anni fa era stato determinante per il riavvio delle attività del paese, ora si era stabilizzato in una struttura sempre più invasiva e lontana dai programmi di sviluppo elaborati dal governo che intendeva affrancarsi progressivamente da ogni tipo di dipendenza. In particolare la scarsa trasparenza nella gestione delle risorse economiche da parte di queste organizzazioni aveva cominciato ad alimentare un forte scambio di valuta pregiata al di fuori dei circuiti legali, con riflessi negativi sui prezzi che tendevano ad aumentare, oltre che a rendere difficile la valutazione degli impegni che potevano assumersi, a causa della loro eccessiva disinvoltura e indipendenza gestionale.
La soluzione adottata dal governo eritreo è stata quella eliminare la eccessiva frammentazione delle collaborazioni attraverso una selezione dei partner basata sulla disponibilità di questi a versare una somma in valuta pregiata nelle banche eritree, corrispondente all’impegno economico che intendevano assumersi, a garanzia della effettiva disponibilità delle risorse necessarie alla realizzazione di programmi di collaborazione concordati con il governo. Il nuovo regolamento imposto dal governo eritreo nel maggio del 2005, che portò la soglia minima necessaria per rinnovare la registrazione annuale a un milione di dollari (840.000 euro) per le organizzazioni nazionali e del doppio per quelle internazionali, provocò il mancato rinnovo delle registrazioni di Ong storiche, che lavoravano abitualmente con disponibilità finanziarie più basse del nuovo limite minimo stabilito, le quali furono costrette a lasciare il paese alimentando un nuovo coro di proteste e polemiche. In occasione di vari dibattiti i rappresentanti delle Ong escluse hanno accusato l’Eritrea di eccessivo protagonismo e scarsa rassegnazione rispetto al suo stato di bisogno che avrebbe dovuto consigliare il governo una più supina accettazione degli aiuti con la rinuncia a velleitarie pretese di gestione della generosità altrui.
Paradossalmente a giudicare dalle ripetute prese di posizione a sfavore dell’Eritrea la comunità internazionale sta dimostrando una netta preferenza per i paesi per così dire meno virtuosi che con la loro palese inerzia gratificano i donatori accettando ogni tipo di intervento, anche il più invasivo dal punto di vista sociale e culturale, con il risultato di ritrovarsi sempre più subordinati a quegli aiuti che anziché dimostrarsi risolutivi si sono trasformati in una dipendenza permanente che impedisce loro ogni possibile sviluppo autonomo e soffocano ogni speranza di autodeterminazione. Qualunque sia la tendenza generale comunque l’Eritrea ha sempre assunto un atteggiamento ben preciso nei confronti dei paesi donatori chiedendo loro non elemosina ma apprezzamento per gli sforzi condotti dal paese nella direzione della autosufficienza, e collaborazione nell’incremento delle conoscenze e delle metodologie in campo agricolo e tecnologico. Non bisogna infine dimenticare che l’Eritrea oltre a non avere mai contratto debito estero risulta creditrice morale nei confronti sia della comunità internazionale sia degli ex colonizzatori che sono corresponsabili dello stato di depressione economica in cui versa il paese.
Stefano Pettini
Stefano Pettini
Il primo dei problemi che l’Eritrea ha dovuto affrontare non appena raggiunta l’indipendenza è stato quello della alimentazione. La distruzione, il ristagno economico e l'arretratezza cronica provocati dalla lunga guerra di liberazione avevano infatti alterato le prospettive di realizzazione della sicurezza alimentare attraverso l’ammodernamento agricolo e lo sfruttamento accorto delle potenzialità di questa attività fondamentale per la sussistenza della popolazione, rendendo necessario un accurato piano di rilancio del settore. Oltre alla guerra anche le ricorrenti siccità alternate a periodi di grandi precipitazioni avevano esacerbato una situazione già grave per la arretratezza delle metodologie e per la povertà endemica causate dal colonialismo durante il quale le infrastrutture si erano ammalorate e nulla era stato fatto per prevenire l'erosione del suolo e il suo conseguente impoverimento.
Le risorse per la realizzazione di questo piano di rilancio derivavano sostanzialmente dalle rimesse economiche provenienti dagli eritrei residenti all’estero, espatriati durante il periodo del terrore esercitato dalla dittatura etiopica, e gli aiuti alimentari provenienti dai paesi donatori. Gli obiettivi erano quelli di convertire la agricoltura di impostazione coloniale che puntava all’esportazione, in un tipo di agricoltura che prediligesse le colture tradizionali più idonee al consumo interno. Il periodo di transizione sarebbe stato inevitabilmente lungo e il governo dell’Eritrea decise di affrontarlo offrendo alla popolazione una forma di assistenza diretta e gratuita come strumento transitorio fino a quando non si fosse ottenuta la sicurezza nazionale sull’alimentazione per mezzo di uno sviluppo agricolo di più alto rendimento. Il ricorso a questa opzione avvenne in un modo piuttosto spontaneo poiché quella era la pratica usuale o convenzionale usata nel sistema internazionale, in un periodo in cui l'esperienza acquisita non era stata sufficientemente lunga da evidenziare possibili conseguenze sociali negative.
Dopo alcuni anni il sistema della assistenza diretta mostrò infatti i suoi limiti e soprattutto i rischi di gravi possibili conseguenze per i beneficiari poiché questa era diventata gradualmente e virtualmente una abitudine che aveva coinvolto involontariamente intere comunità cominciando a promuovere una pericolosa cultura della dipendenza in cui molti avevano iniziato a vedere l'aiuto alimentare come fattore permanente nella loro vita e anche come "un giusto e naturale diritto" comportando una sorta di letargia consolidata verso il lavoro con una aspettativa di vita da condurre attraverso il supporto del sussidio sociale. Infatti dal momento che le esigenze alimentari venivano soddisfatte invariabilmente con la assistenza pubblica venivano a mancare i basilari incentivi al lavoro corrodendo gradualmente lo stimolo e l'etica del lavoro, e provocando debilitazione, inattività e disoccupazione.
Le autorità eritree quindi, dopo alcuni anni, maturarono il convincimento che era arrivato il momento di abbandonare la assistenza diretta e generalizzata a favore di uno schema denominato “cibo per lavoro” che fu introdotto come schema alternativo per indebolire la cultura della dipendenza e per rinforzare l’etica del lavoro e allo stesso tempo per dare contributi significativi ai rigorosi programmi di gestione delle acque ed agricoli che il paese stava affrontando per realizzare gli obiettivi di sicurezza dell'alimentazione. Tuttavia nonostante i vantaggi la strategia “cibo per lavoro” non si trasformò nel metodo predominante di erogazione dell'assistenza poiché fra l’altro questa forma di aiuto basata sulla distribuzione unicamente di cibo non consentiva alla gente di soddisfare le altre esigenze del vivere quotidiano e indirettamente contribuiva alla distorsione dei prezzi di mercato a causa del fatto che una certa quantità di aiuti alimentari venivano rivenduti sul mercato. Questo fenomeno associato alle speculazioni e alle logiche commerciali causò a sua volta aumenti di prezzo degli alimenti in modo incontrollabile, oltre che a favorire seppure su scala piuttosto ridotta il fenomeno della corruzione.
Per quanto perfettibile il nuovo sistema apportò comunque dei notevoli benefici sia alla popolazione, che attraverso il lavoro recuperava dignità e senso di appartenenza, sia alle finanze statali che non dovevano più affrontare le enormi uscite a fondo perduto, e nel contempo il governo recuperava la forza lavoro indispensabile per la ricostruzione delle infrastrutture necessarie allo sviluppo nazionale. A rivoluzionare tutti i programmi di emancipazione sociale ed economica dell’Eritrea però giunse una nuova aggressione da parte dell’Etiopia che sprofondò il Paese, inizialmente lanciato verso promettenti traguardi, in un nuovo stato di crisi e difficoltà. Tutti gli equilibri interni ne risultarono sconvolti fino a quando l’intervento delle Nazioni Unite ristabilì una condizione di relativa tranquillità che consentì una certa ripresa di tutte quelle attività finalizzate alla assicurazione del fabbisogno alimentare del paese, anche se con modalità diverse da quelle precedenti. Il nuovo pericolo rappresentato dalla irrisolta questioni dei confini con l’Etiopia aveva infatti costretto la amministrazione eritrea a impiegare i giovani in un servizio militare a tempo indeterminato per la difesa nazionale, con il conseguente assorbimento di parte delle risorse alimentari, e suggerito la applicazione alla restante popolazione, di un nuovo e concettualmente diverso metodo di assistenza denominato “contanti per lavoro”.
A livello politico la schema “contanti per lavoro” era gia stato ritenuto il più adatto, ma seppur preferito dal governo che lo aveva presentato fin dal 1996, purtroppo non aveva trovato applicazione pratica a causa di diverse difficoltà organizzative che avevano fatto prevalere, come detto, la adozione di uno schema temporaneo di assistenza più diretto e più convenzionale attraverso la distribuzione libera dei viveri. Questo nuovo metodo prevedeva la mobilitazione della popolazione per realizzare opere e infrastrutture destinate alla sicurezza alimentare e il pagamento del lavoro prestato non più direttamente con la distribuzione di cibo, ma con un compenso in denaro. Assicurare un approvvigionamento di generi alimentari sostenibile e sufficiente richiedeva una mobilitazione nazionale ben focalizzata e coordinata che coinvolgesse tutti i segmenti della società e il governo eritreo si regolò di conseguenza nella elaborazione di processi e di meccanismi adatti a mobilitare e utilizzare efficacemente tutte le risorse umane e finanziarie nazionali per produrre come risultato un rapido affrancamento dalla dipendenza da altri paesi con il raggiungimento della indipendenza alimentare.
Il sistema denominato “contanti per lavoro” costituiva un primo passo importante poiché debellava in maniera definitiva la piaga della dipendenza dalla assistenza pubblica e contribuiva al ristabilimento di quel meccanismo virtuoso che avrebbe rimesso in moto l’economia e assicurato non solo una distribuzione capillare della sussistenza alimentare, ma consentito anche alla gente di disporre di piccole somme di denaro per soddisfare esigenze di altro tipo, restituendo nel contempo la dignità derivante dall’aver potuto svolgere un proprio ruolo produttivo e non più passivo. Lo schema “contante per lavoro” ridusse anche le distorsioni del mercato poiché attraverso la remunerazione in denaro del lavoro si otteneva un processo più trasparente e diretto della distribuzione dei beni che di fatto eliminava la speculazione, la tesaurizzazione e i passaggi intermedi dei commercianti, derivanti dal traffico degli aiuti sotto forma di cibo.
Il nuovo metodo, pur apportando notevoli benefici e un nuovo equilibrio fra consumo ed accumulazione attraverso l’abbattimento dello spreco evitabile, che è diretta conseguenza della libera distribuzione di viveri, sollevò però immediate reazioni da parte dei paesi donatori che concepivano la assistenza alla popolazione solo come distribuzione gratuita degli aiuti alimentari e non approvavano che questi fossero immessi sul mercato e venduti seppur a prezzo calmierato. Il rafforzamento dell’etica del lavoro e il controllo della spesa dovuta per la assistenza nei conti nazionali dell’Eritrea non sono stati giudicati in ambito internazionale come prioritari, e nonostante il metodo “contanti per lavoro” abbia garantito una più efficiente distribuzione delle risorse attraverso il mercato e una più efficace utilizzazione come strumento per la stimolazione dello sviluppo economico nazionale, offrendo migliori prospettive per la contabilità finanziaria sia per il governo che per i partner internazionali, è ancora aspramente criticato.
Un esempio autorevole è venuto dall’ambasciatore Geert Heikens che ha recentemente dichiarato che la comunità europea starebbe valutando l’ipotesi di chiedere indietro all’Eritrea tre milioni di dollari come controvalore delle merci che invece di essere distribuite gratuitamente sono state vendute, provocando la reazione del governo eritreo che ha rivendicato il diritto di gestire il flusso delle donazioni umanitarie in maniera coerente con le esigenze del paese e nel rispetto della dignità della sua gente.
A questo problema etico di non facile soluzione si era nel frattempo aggiunto quello di un sempre più difficile rapporto con le Ong causato dal progressivo incallimento di un tipo di assistenza e aiuto che se nella sua fase iniziale molti anni fa era stato determinante per il riavvio delle attività del paese, ora si era stabilizzato in una struttura sempre più invasiva e lontana dai programmi di sviluppo elaborati dal governo che intendeva affrancarsi progressivamente da ogni tipo di dipendenza. In particolare la scarsa trasparenza nella gestione delle risorse economiche da parte di queste organizzazioni aveva cominciato ad alimentare un forte scambio di valuta pregiata al di fuori dei circuiti legali, con riflessi negativi sui prezzi che tendevano ad aumentare, oltre che a rendere difficile la valutazione degli impegni che potevano assumersi, a causa della loro eccessiva disinvoltura e indipendenza gestionale.
La soluzione adottata dal governo eritreo è stata quella eliminare la eccessiva frammentazione delle collaborazioni attraverso una selezione dei partner basata sulla disponibilità di questi a versare una somma in valuta pregiata nelle banche eritree, corrispondente all’impegno economico che intendevano assumersi, a garanzia della effettiva disponibilità delle risorse necessarie alla realizzazione di programmi di collaborazione concordati con il governo. Il nuovo regolamento imposto dal governo eritreo nel maggio del 2005, che portò la soglia minima necessaria per rinnovare la registrazione annuale a un milione di dollari (840.000 euro) per le organizzazioni nazionali e del doppio per quelle internazionali, provocò il mancato rinnovo delle registrazioni di Ong storiche, che lavoravano abitualmente con disponibilità finanziarie più basse del nuovo limite minimo stabilito, le quali furono costrette a lasciare il paese alimentando un nuovo coro di proteste e polemiche. In occasione di vari dibattiti i rappresentanti delle Ong escluse hanno accusato l’Eritrea di eccessivo protagonismo e scarsa rassegnazione rispetto al suo stato di bisogno che avrebbe dovuto consigliare il governo una più supina accettazione degli aiuti con la rinuncia a velleitarie pretese di gestione della generosità altrui.
Paradossalmente a giudicare dalle ripetute prese di posizione a sfavore dell’Eritrea la comunità internazionale sta dimostrando una netta preferenza per i paesi per così dire meno virtuosi che con la loro palese inerzia gratificano i donatori accettando ogni tipo di intervento, anche il più invasivo dal punto di vista sociale e culturale, con il risultato di ritrovarsi sempre più subordinati a quegli aiuti che anziché dimostrarsi risolutivi si sono trasformati in una dipendenza permanente che impedisce loro ogni possibile sviluppo autonomo e soffocano ogni speranza di autodeterminazione. Qualunque sia la tendenza generale comunque l’Eritrea ha sempre assunto un atteggiamento ben preciso nei confronti dei paesi donatori chiedendo loro non elemosina ma apprezzamento per gli sforzi condotti dal paese nella direzione della autosufficienza, e collaborazione nell’incremento delle conoscenze e delle metodologie in campo agricolo e tecnologico. Non bisogna infine dimenticare che l’Eritrea oltre a non avere mai contratto debito estero risulta creditrice morale nei confronti sia della comunità internazionale sia degli ex colonizzatori che sono corresponsabili dello stato di depressione economica in cui versa il paese.
Stefano Pettini
venerdì 17 agosto 2007
costituzione bolivariana...Lettura per gente civile
E’un libro da leggere e da rileggere: avvincente, dinamico, dallo stile scarno ma efficace, mai noioso, con improvvise accelerazioni, a volte incontenibile come un fiume in piena che tutto stravolge e travolge, con colpi di scena e soluzioni inaspettate.
Non è un romanzo di Stephen King o di Philip Dick neanche un noir di Manchette o di Chandler e né tanto meno un’opera di Majakosky. E’, invece, la Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela.
Una narrazione suggestiva su un progetto di società alternativa e sulla costruzione di una democrazia possibile; non leggetela come una noiosa sequela d’articoli, non impantanatevi in qualche tecnicismo giuridico che qua e la inevitabilmente affiora ma, inoltratatevi riga dopo riga in questo grande ed operoso cantiere che è la Democrazia partecipata e possibile.
I costituenti venezuelani non proclamano il socialismo, la proprietà pubblica dei mezzi di produzione e neanche la nazionalizzazione delle imprese esistenti, prevedono la proprietà privata e la libertà d’impresa eppure, rovesciano e smontano tutti gli assiomi giuridici ed economici del neo liberismo: tutte le politiche economiche e sociali occidentali dell’ultimo ventennio sarebbero al limite e in molti casi al di fuori della legalità costituzionale, in base alle coordinate stabilite dalla costituzione venezuelana, poiché gran parte di queste pratiche sono anti democratiche o a democratiche, invece, quest’agile volume di 120 pagine si sforza di realizzare le condizioni tecniche per costruire le decisioni nella condivisione e nella partecipazione.
Alcune linee-guida della Costituzione
La democrazia è una variabile indipendente e detta i tempi dello sviluppo e non viceversa; i diritti del lavoro attengono alla civiltà e alla crescita culturale e materiale del popolo, compreso il lavoro domestico (è la prima volta che questa attività ha dignità costituzionale) che crea valore aggiunto e produce ricchezza e benessere sociale; la libertà d’impresa esiste ma si confronta con altre forme d’attività economica che attengono, piuttosto, a quel protagonismo popolare che appare come il suggeritore occulto e permanente d’ogni passo di questa costituzione; si afferma e non si enuncia astrattamente, che tutti quei beni che per la loro natura e la loro fruibilita’sono collettivi, devono essere sottoposti ad un controllo democratico, perciò non possono essere privatizzati per non incorrere, appunto, in una contraddizione costituzionalmente insanabile (acqua, petrolio, gas ma anche sanità e istruzione); unico caso al mondo in cui si prevede per tutte le cariche elettive, la possibilità della revoca del mandato tramite referendum popolare e, comunque, sempre nell’ambito di un iter garantista e partecipato, impermeabile a qualsiasi tentazione populista, demagogica o dal sapore giustizialista.
Il punto più alto e qualificante di questo”manuale per l’uso della democrazia”e costituito da quegli articoli (dal 119 al 126) che attengono ai Diritti dei Popoli Indigeni. Siamo lontanissimi dalla filantropia o dallo sguardo benevolo e illuminato verso il buon selvaggio.
I popoli indigeni sono patrimonio del Venezuela, elemento decisivo e indispensabile alla vitalità economica, sociale e culturale di questo paese; a loro è riconosciuto il diritto alla proprietà collettiva delle terre, al godimento dei benefici dell’approvvigionamento delle risorse naturali presenti nei loro territori ed ogni forma di sfruttamento del suolo deve rientrare in un percorso d’informazione e consultazione dei popoli. Si garantisce, inoltre, la proprietà intellettuale collettiva (ad oggi, caso unico al mondo) delle conoscenze, delle tecnologie e delle innovazioni dei popoli indigeni.Ogni attivita’relazionata alle risorse genetiche e alle conoscenze a loro associate persegue benefici collettivi e, quindi, non è assolutamente brevettabile.Le conoscenze ancestrali che ancora producono vita, cultura e sistemi di relazione non sono PRIVATIZZABILI.
Questi otto articoli, in particolare, sembrano la traduzione giuridica costituzionale di più di dieci anni di lotta Zapatista, in cui troviamo una proposizione di nuovi diritti e una rielaborazione ambiziosa e generosa di un’idea di partecipazione che superano la pachidermica e inadeguata democrazia rappresentativa in cui, ormai, sovranità e societa’sono corpi separati.
Le Costituzioni, si sia, sono come le impalcature o meglio ancora come le fondamenta di un edificio, poi, per la realizzazione dell’opera non dovrebbero mancare i muratori, i materiali, le condizioni metereologiche non avverse e anche la buona sorte.Auguri Venezuela…….Comunque tu hai una Costituzione mentre noi stiamo distruggendo la nostra
LUIGI FINOTTO "KAMO"
Non è un romanzo di Stephen King o di Philip Dick neanche un noir di Manchette o di Chandler e né tanto meno un’opera di Majakosky. E’, invece, la Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela.
Una narrazione suggestiva su un progetto di società alternativa e sulla costruzione di una democrazia possibile; non leggetela come una noiosa sequela d’articoli, non impantanatevi in qualche tecnicismo giuridico che qua e la inevitabilmente affiora ma, inoltratatevi riga dopo riga in questo grande ed operoso cantiere che è la Democrazia partecipata e possibile.
I costituenti venezuelani non proclamano il socialismo, la proprietà pubblica dei mezzi di produzione e neanche la nazionalizzazione delle imprese esistenti, prevedono la proprietà privata e la libertà d’impresa eppure, rovesciano e smontano tutti gli assiomi giuridici ed economici del neo liberismo: tutte le politiche economiche e sociali occidentali dell’ultimo ventennio sarebbero al limite e in molti casi al di fuori della legalità costituzionale, in base alle coordinate stabilite dalla costituzione venezuelana, poiché gran parte di queste pratiche sono anti democratiche o a democratiche, invece, quest’agile volume di 120 pagine si sforza di realizzare le condizioni tecniche per costruire le decisioni nella condivisione e nella partecipazione.
Alcune linee-guida della Costituzione
La democrazia è una variabile indipendente e detta i tempi dello sviluppo e non viceversa; i diritti del lavoro attengono alla civiltà e alla crescita culturale e materiale del popolo, compreso il lavoro domestico (è la prima volta che questa attività ha dignità costituzionale) che crea valore aggiunto e produce ricchezza e benessere sociale; la libertà d’impresa esiste ma si confronta con altre forme d’attività economica che attengono, piuttosto, a quel protagonismo popolare che appare come il suggeritore occulto e permanente d’ogni passo di questa costituzione; si afferma e non si enuncia astrattamente, che tutti quei beni che per la loro natura e la loro fruibilita’sono collettivi, devono essere sottoposti ad un controllo democratico, perciò non possono essere privatizzati per non incorrere, appunto, in una contraddizione costituzionalmente insanabile (acqua, petrolio, gas ma anche sanità e istruzione); unico caso al mondo in cui si prevede per tutte le cariche elettive, la possibilità della revoca del mandato tramite referendum popolare e, comunque, sempre nell’ambito di un iter garantista e partecipato, impermeabile a qualsiasi tentazione populista, demagogica o dal sapore giustizialista.
Il punto più alto e qualificante di questo”manuale per l’uso della democrazia”e costituito da quegli articoli (dal 119 al 126) che attengono ai Diritti dei Popoli Indigeni. Siamo lontanissimi dalla filantropia o dallo sguardo benevolo e illuminato verso il buon selvaggio.
I popoli indigeni sono patrimonio del Venezuela, elemento decisivo e indispensabile alla vitalità economica, sociale e culturale di questo paese; a loro è riconosciuto il diritto alla proprietà collettiva delle terre, al godimento dei benefici dell’approvvigionamento delle risorse naturali presenti nei loro territori ed ogni forma di sfruttamento del suolo deve rientrare in un percorso d’informazione e consultazione dei popoli. Si garantisce, inoltre, la proprietà intellettuale collettiva (ad oggi, caso unico al mondo) delle conoscenze, delle tecnologie e delle innovazioni dei popoli indigeni.Ogni attivita’relazionata alle risorse genetiche e alle conoscenze a loro associate persegue benefici collettivi e, quindi, non è assolutamente brevettabile.Le conoscenze ancestrali che ancora producono vita, cultura e sistemi di relazione non sono PRIVATIZZABILI.
Questi otto articoli, in particolare, sembrano la traduzione giuridica costituzionale di più di dieci anni di lotta Zapatista, in cui troviamo una proposizione di nuovi diritti e una rielaborazione ambiziosa e generosa di un’idea di partecipazione che superano la pachidermica e inadeguata democrazia rappresentativa in cui, ormai, sovranità e societa’sono corpi separati.
Le Costituzioni, si sia, sono come le impalcature o meglio ancora come le fondamenta di un edificio, poi, per la realizzazione dell’opera non dovrebbero mancare i muratori, i materiali, le condizioni metereologiche non avverse e anche la buona sorte.Auguri Venezuela…….Comunque tu hai una Costituzione mentre noi stiamo distruggendo la nostra
LUIGI FINOTTO "KAMO"
afro ottimismo
Lo sapete che il 90 per cento delle persone che sbarcano sulle coste siciliane a bordo delle cosiddette carrette del mare, sono per lo più somali, eritrei, sudanesi?
Somalia, Eritrea, Etiopia(corno d’africa): non vi dicono nulla questi nomi? Dovrebbero, poiché sono state colonie italiane e sono tra i pochissimi posti al mondo dove troverete, ancora oggi, qualcuno che parla l’italiano in maniera accettabile.
Eppure, né l’afflusso massiccio d’uomini e donne da quelle terre e né l’esplosione di un conflitto armato in Somalia, con coinvolgimento degli Stati Uniti, è riuscito a convincere il mondo dei media, della politica istituzionale (con rare eccezioni) e dei cosiddetti “movimenti” ad occuparsi in maniera approfondita, con taglio storico e politico, di ciò che avviene nel Corno d’Africa e, per estensione, anche delle dinamiche che stanno attraversando un continente, come quello africano, tutt’altro che amorfo e passivo, davanti all’incalzare incessante dei modelli di vita e sviluppo (?) imposti, ora come allora, dai soliti noti.
Per molti, compresa buona parte dell’intellighenzia progressista, l’Africa continua ad essere, come lo fu per gli antichi romani: ”Hic sunt leones”. Un mondo ormai condannato, superfluo, che, potrebbe essere cancellato dalla carta geografica, tanto che, per il pianeta, l’equazione di potenza globale rimarrebbe pressoché immutata.
Al limite, un campo d’esercitazione per la (lucrosa) industria della compassione e beneficenza.
L’Africa coincide con i suoi mali (epidemie, AIDS, guerre civili, dittature…), di essa si occupa l’emergenza, la cronaca che, espone i fatti ma non la Storia la quale, invece avrebbe il compito di spiegarli ed inquadrarli: in questo c’e’ il vizio d’origine del colonialismo che, evidentemente non poteva giustificare la tratta degli schiavi e lo stupro di un territorio e delle sue ricchezze se non negando all’africano una civiltà preesistente al suo arrivo, se non negandogli la sua Storia.
I primi esploratori e viaggiatori che si erano inoltrati nella terra dei leoni già nel xvi secolo, senza propositi di sopraffazione, avevano descritto civiltà paragonabili alle loro, con atteggiamento di curiosità ma mai di disprezzo.
Il viaggiatore diverrà colonialista quando, avrà accanto a se, l’antropologo, il religioso ed il capitale: ciò che prima era curiosità, interesse si trasformerà in disprezzo e distruzione.
Il male ed il dolore che s’infliggevano e s’infliggono al continente sono catartici, lo liberano dalle tenebre e dalla brutalità per inserirlo nel consorzio civile, quindi sono mali necessari, utili e, soprattutto, mai abbastanza sufficienti
L’idea che la storia dell’Africa sia la storia degli europei in Africa è un postulato culturale piantato bene nel cervello degli occidentali e, va al di là, delle collocazioni politiche o delle formazioni ideologiche.La sinistra francese, ad esempio ha avuto non poche difficoltà, ad eccezione forse di Sartre, a considerare l’Algeria e l’Africa francofona come territori africani e non estensioni francesi in un altro continente; per loro, si trattava solo di riconoscere i diritti degli africani ed equipararli a quelli dei francesi. I regni precoloniali, l’arte, le sculture rinvenute nell’Africa occidentale e centrale che, tanto hanno ispirato il cubismo di Picasso e l‘arte di Modigliani, sono considerati, in fin dei conti, com’espressioni del “primitivo”, dell’africanita’ e non, invece come il punto d’arrivo di un’evoluzione storica autoctona e coerente, brutalmente interrotta. Questa impostazione e imposizione culturale ha prodotto anche la principale o,almeno più nota corrente culturale africana post coloniale:la Negritude (negritudine), un filone artistico e letterario,oggettivamente reazionario,in quanto statico e africanista:l’africano non è un uomo,materia che produce storia ma bensi’, una categoria dello spirito. I poeti alla Senghor(massimo esponente della negritudine nonché per anni presidente del Senegal) sarebbero stati etichettati da Malcom x come,”negri da cortile” .
L’idea di un continente “oggetto”, nell’attesa del deus ex macchina, è l’architrave su cui si regge ogni approccio dell’occidente alla questione africana.
L’Africa anzi le Afriche stanno omai andando ben oltre il nostro pigro provincialismo culturale e non facciamoci ingannare dal fatto che secondo gli schemi classici della globalizzazione economica,l’Africa controllando appena il due o tre per cento del commercio mondiale, è di fatto un”corpo estraneo” al mondo della globalizzazione liberista.
In Africa,invece,più che in ogni altro continente, si giocano,veramente,le grandi partite del futuro immediato e non del globo: l’Africa sta per diventare lo snodo delle grandi questioni internazionali .
Alcuni esempi? Ne forniamo diversi,strettamente correlati: la questione energetica (l’approvvigionamento di petrolio e gas); l’affermazione dell’islam,un islam particolare come quello africano, che convive con forme d’animismo che lo rendono impermeabile all’integralismo e permeabile al recupero virtuoso delle proprie tradizioni;la questione ambientale e agraria che, dopo anni, ripropone all’attenzione dell’agenda internazionale il fattore alimentare , com’elemento di civiltà e sovranità e non motore di commercio; qui si gioca anche la partita più importante dello scontro globale tra Cina e Stati Uniti. I cinesi non utilizzano nelle loro relazioni,né il grimaldello dei diritti umani ne, tantomeno,le condizioni politiche ed economiche che gli USA impongono, tramite le agenzie internazionali(Banca mondiale e WTO). Ciò rende la loro penetrazione in Africa, estremamente efficace e,per certi versi, assimilabile ad un rapporto tra paesi del Terzo Mondo che integrano le loro economie. I cinesi, a parole sembrano recuperare lo spirito di Bandung,dei non allineati d’antica memoria. Le cose sono certamente più complesse ,sicuramente da approfondire ma non da relegare come semplice sostituzione degli occidentali da parte dei cinesi, come vorrebbe invece una banale vulgata terzomondista .
Il punto centrale è che, su ciascuna di queste questioni e su altre ancora, si sta agitando una nuova vita civile africana,fatta di partiti,movimenti e media coraggiosi.
Dagli anni 90 in poi c’e’ un cambio di fase evidente in questo continente o in parti di esso, non interpretabile secondo vecchi schemi. Ai piani d’aggiustamento strutturale imposti dal Fondo monetario molti africani provano ad opporsi coi “piani d’aggiustamento culturale”,cercando nelle proprie ricchezze,non solo materiali ma,soprattutto, culturali e ancestrali ,le basi e l’ispirazione su cui ricostruire la propria rinascita.
Diversi gli esempi:la vitalità di paesi (islamici eterodossi) come il Mali e la Mauritania, il protagonismo femminile come in Burkina Faso ed Eritrea ,una rinnovata vitalità del mondo rurale nell’Africa occidentale, il ripudio,ovunque sia possibile d’ogni forma d’autocrazia locale e invadenza occidental/liberista.
Donne e contadini interpretano il riscatto, quello che taluni chiamano l’afro ottimismo
Questo articolo è solo un abbozzo, un vago cenno d’Africa. La materia merita ben altri approfondimenti che,il Vassor si impegna ad affrontare.
Avremo modo di parlare e scrivere sulla crisi somala, sulla questione del delta del Niger, sulla nascente potenza petrolifera del Sudan,di cui il Darfur è solo un capitolo.
Capiremo che queste cose non sono,come gran parte dei media italiani vorrebbero farci credere,lampi irrazionali di buio che squarciano il cielo azzurro e chiaro che sovrasta la nostra civiltà, fatta di logica ,progresso e sviluppo.
Luigi Finotto"kamo"
Somalia, Eritrea, Etiopia(corno d’africa): non vi dicono nulla questi nomi? Dovrebbero, poiché sono state colonie italiane e sono tra i pochissimi posti al mondo dove troverete, ancora oggi, qualcuno che parla l’italiano in maniera accettabile.
Eppure, né l’afflusso massiccio d’uomini e donne da quelle terre e né l’esplosione di un conflitto armato in Somalia, con coinvolgimento degli Stati Uniti, è riuscito a convincere il mondo dei media, della politica istituzionale (con rare eccezioni) e dei cosiddetti “movimenti” ad occuparsi in maniera approfondita, con taglio storico e politico, di ciò che avviene nel Corno d’Africa e, per estensione, anche delle dinamiche che stanno attraversando un continente, come quello africano, tutt’altro che amorfo e passivo, davanti all’incalzare incessante dei modelli di vita e sviluppo (?) imposti, ora come allora, dai soliti noti.
Per molti, compresa buona parte dell’intellighenzia progressista, l’Africa continua ad essere, come lo fu per gli antichi romani: ”Hic sunt leones”. Un mondo ormai condannato, superfluo, che, potrebbe essere cancellato dalla carta geografica, tanto che, per il pianeta, l’equazione di potenza globale rimarrebbe pressoché immutata.
Al limite, un campo d’esercitazione per la (lucrosa) industria della compassione e beneficenza.
L’Africa coincide con i suoi mali (epidemie, AIDS, guerre civili, dittature…), di essa si occupa l’emergenza, la cronaca che, espone i fatti ma non la Storia la quale, invece avrebbe il compito di spiegarli ed inquadrarli: in questo c’e’ il vizio d’origine del colonialismo che, evidentemente non poteva giustificare la tratta degli schiavi e lo stupro di un territorio e delle sue ricchezze se non negando all’africano una civiltà preesistente al suo arrivo, se non negandogli la sua Storia.
I primi esploratori e viaggiatori che si erano inoltrati nella terra dei leoni già nel xvi secolo, senza propositi di sopraffazione, avevano descritto civiltà paragonabili alle loro, con atteggiamento di curiosità ma mai di disprezzo.
Il viaggiatore diverrà colonialista quando, avrà accanto a se, l’antropologo, il religioso ed il capitale: ciò che prima era curiosità, interesse si trasformerà in disprezzo e distruzione.
Il male ed il dolore che s’infliggevano e s’infliggono al continente sono catartici, lo liberano dalle tenebre e dalla brutalità per inserirlo nel consorzio civile, quindi sono mali necessari, utili e, soprattutto, mai abbastanza sufficienti
L’idea che la storia dell’Africa sia la storia degli europei in Africa è un postulato culturale piantato bene nel cervello degli occidentali e, va al di là, delle collocazioni politiche o delle formazioni ideologiche.La sinistra francese, ad esempio ha avuto non poche difficoltà, ad eccezione forse di Sartre, a considerare l’Algeria e l’Africa francofona come territori africani e non estensioni francesi in un altro continente; per loro, si trattava solo di riconoscere i diritti degli africani ed equipararli a quelli dei francesi. I regni precoloniali, l’arte, le sculture rinvenute nell’Africa occidentale e centrale che, tanto hanno ispirato il cubismo di Picasso e l‘arte di Modigliani, sono considerati, in fin dei conti, com’espressioni del “primitivo”, dell’africanita’ e non, invece come il punto d’arrivo di un’evoluzione storica autoctona e coerente, brutalmente interrotta. Questa impostazione e imposizione culturale ha prodotto anche la principale o,almeno più nota corrente culturale africana post coloniale:la Negritude (negritudine), un filone artistico e letterario,oggettivamente reazionario,in quanto statico e africanista:l’africano non è un uomo,materia che produce storia ma bensi’, una categoria dello spirito. I poeti alla Senghor(massimo esponente della negritudine nonché per anni presidente del Senegal) sarebbero stati etichettati da Malcom x come,”negri da cortile” .
L’idea di un continente “oggetto”, nell’attesa del deus ex macchina, è l’architrave su cui si regge ogni approccio dell’occidente alla questione africana.
L’Africa anzi le Afriche stanno omai andando ben oltre il nostro pigro provincialismo culturale e non facciamoci ingannare dal fatto che secondo gli schemi classici della globalizzazione economica,l’Africa controllando appena il due o tre per cento del commercio mondiale, è di fatto un”corpo estraneo” al mondo della globalizzazione liberista.
In Africa,invece,più che in ogni altro continente, si giocano,veramente,le grandi partite del futuro immediato e non del globo: l’Africa sta per diventare lo snodo delle grandi questioni internazionali .
Alcuni esempi? Ne forniamo diversi,strettamente correlati: la questione energetica (l’approvvigionamento di petrolio e gas); l’affermazione dell’islam,un islam particolare come quello africano, che convive con forme d’animismo che lo rendono impermeabile all’integralismo e permeabile al recupero virtuoso delle proprie tradizioni;la questione ambientale e agraria che, dopo anni, ripropone all’attenzione dell’agenda internazionale il fattore alimentare , com’elemento di civiltà e sovranità e non motore di commercio; qui si gioca anche la partita più importante dello scontro globale tra Cina e Stati Uniti. I cinesi non utilizzano nelle loro relazioni,né il grimaldello dei diritti umani ne, tantomeno,le condizioni politiche ed economiche che gli USA impongono, tramite le agenzie internazionali(Banca mondiale e WTO). Ciò rende la loro penetrazione in Africa, estremamente efficace e,per certi versi, assimilabile ad un rapporto tra paesi del Terzo Mondo che integrano le loro economie. I cinesi, a parole sembrano recuperare lo spirito di Bandung,dei non allineati d’antica memoria. Le cose sono certamente più complesse ,sicuramente da approfondire ma non da relegare come semplice sostituzione degli occidentali da parte dei cinesi, come vorrebbe invece una banale vulgata terzomondista .
Il punto centrale è che, su ciascuna di queste questioni e su altre ancora, si sta agitando una nuova vita civile africana,fatta di partiti,movimenti e media coraggiosi.
Dagli anni 90 in poi c’e’ un cambio di fase evidente in questo continente o in parti di esso, non interpretabile secondo vecchi schemi. Ai piani d’aggiustamento strutturale imposti dal Fondo monetario molti africani provano ad opporsi coi “piani d’aggiustamento culturale”,cercando nelle proprie ricchezze,non solo materiali ma,soprattutto, culturali e ancestrali ,le basi e l’ispirazione su cui ricostruire la propria rinascita.
Diversi gli esempi:la vitalità di paesi (islamici eterodossi) come il Mali e la Mauritania, il protagonismo femminile come in Burkina Faso ed Eritrea ,una rinnovata vitalità del mondo rurale nell’Africa occidentale, il ripudio,ovunque sia possibile d’ogni forma d’autocrazia locale e invadenza occidental/liberista.
Donne e contadini interpretano il riscatto, quello che taluni chiamano l’afro ottimismo
Questo articolo è solo un abbozzo, un vago cenno d’Africa. La materia merita ben altri approfondimenti che,il Vassor si impegna ad affrontare.
Avremo modo di parlare e scrivere sulla crisi somala, sulla questione del delta del Niger, sulla nascente potenza petrolifera del Sudan,di cui il Darfur è solo un capitolo.
Capiremo che queste cose non sono,come gran parte dei media italiani vorrebbero farci credere,lampi irrazionali di buio che squarciano il cielo azzurro e chiaro che sovrasta la nostra civiltà, fatta di logica ,progresso e sviluppo.
Luigi Finotto"kamo"
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