Il lupo Europa di pelo ne ha perso parecchio da quel di’che fu, ormai ridotto ad un sarcofago che contiene solo vecchie e usurate vestigia, incapace di dare senso e concretezza politica ad un soggetto, sempre più, insopportabilmente, burocratico e pletorico, paragonabile ad una cupola finanziaria e affaristica.
Or bene ai primi di Dicembre l’Unione Europea ha organizzato un summit con gli stati africani, al massimo livello, coinvolgendo una settantina di capi di stato e di governo europei ed africani.
Sede dell’evento è stata Lisbona, capitale di uno degli stati, storicamente, stupratore dell’Africa.
Oggetto dello storico evento era l’”Accordo di Partenariato Economico”(epa) tra i due continenti, detto più prosaicamente, si trattava di ridisegnare e di individuare le linee guida delle relazioni Afro Europee. I rapporti tra i due continenti, tutt’altro che idilliaci, hanno più di 500 anni e, certo non hanno imboccato il percorso dell’idillio in quel di Lisbona.
In questa sede, ci verrebbe da dire ”anche” in questa sede, l’Unione Europea si è dimostrata incapace di andare oltre se stessa, oltre il proprio passato storico, antico e recente, oltre i propri schemi culturali e concettuali, oltre gli eterni e insaldabili debiti di riconoscenza verso tutti gli editti e le sollecitazioni che provengono dai nord americani.
Dalla Merkel a Sarkosy, da Prodi a Zapatero e proseguendo con gli altri, non hanno avuto di meglio da offrire che, la creazione di uno spazio unico per il libero commercio di beni e servizi, concedendo al massimo la possibilità di escludere taluni prodotti o servizi, per un tempo provvisorio.
Che dire? Geniali ed originali
D’altra parte come sa benissimo anche uno studente d’economia alle prime armi, la libera circolazione dei beni e dei servizi, conduce alla corretta allocazione delle risorse, allo sviluppo, al benessere materiale e spirituale ecc ecc. Certo che si!!!: chi mai potrebbe dubitare se non uno sciocco o uno stolto, che una qualunque impresa del Mozambico o del Rwanda possa liberamente gareggiare con una della Germania piuttosto che della Francia? Gli scafali dei nostri supermercati, come ben saprete, abbondano dei manufatti made in Ethiopia, made in Sudan, made in Ghana o in Mali, per non dire degli splendidi Hi Fi del Burkina Faso o delle splendide e convenienti polizze assicurative delle agenzie senegalesi. Questo è il fantastico mondo immaginato da chi propone queste ricette. Siamo alle solite!
Gli europei confondono, freudianamente, un accordo o un trattato con l’imposizione di un modello che non è solo economico ma anche sociale e culturale,come se ancora non bastasse, successivamente, appaltano la gestione delle conseguenze devastanti di queste politiche, tutt’altro che nuove ma almeno trentennali, alla filantropia, in tutte le sue varianti( cattoliche, laiche, progressiste persino alternative di matrice sessantottina) o all’emergenza. Il bastone dell’ordine e la carota dell’elemosina
Il protezionismo e la tutela di settori strategici che sono state le colonne sulle quali si sono formate tutte le potenze economiche occidentali, diventano eresie insopportabili e sanzionabili se applicati dagli altri. Lisbona, però, rischia, malgrado la ricetta ottusa, stantia e ripetitiva, proposta dagli occidentali, di diventare veramente”storica”.
E’ stata la sede del primo rifiuto, pressoché collettivo, alla proposta europea.
Gli stati africani, con diversi accenti e con poche eccezioni, hanno fatto emergere forti criticità e palesi rifiuti. Il summit portoghese è stato l’ultimo atto di un triennio vivace e inquieto per le relazioni internazionali di quest’immenso e ricco continente.
In questo biennio si sono gia svolti incontri bilaterali a Caracas, a Pechino, sono in previsione a breve in Giappone e in India. Il verbo liberista non ha il monopolio, addirittura appare obsoleto e superabile, per molti di questi paesi.
Gli accordi che s’ipotizzano e per molti versi si mettono già in pratica, non sarebbero più subordinati a strumentali”protocolli politici, economici e finanziari” da rispettare; i prestiti erogati non sono più vincolati a tassi da usura che, di fatto, rendono il prestito inesigibile ma perennemente condizionante e, soprattutto si realizzerebbe della moneta, bene speculativo per eccellenza, come unico strumento di scambio economico. Entrano nei rapporti commerciali anche la formazione del personale, la costruzione d’infrastrutture sociali ed economiche, la costituzione d’imprese miste.
Questo percorso non è certo lineare, sono molte le trappole, le contraddizioni, le insidie, ma, rimane l’indubbio merito di rimettere in discussioni politiche elevate ormai al rango di dogmi e di atti di fede e, soprattutto il fatto di lasciare al palo la boria europea e occidentale.
Il protagonismo latino americano, africano e cino-indiano, oggettivamente sfida l’asse costituito dal cosiddetto Washington Consensus( FMI, Banca mondiale, blocco usa/Europa) e, per la prima volta, pone alternative praticabile a chi cerca di sottrarsi alle ricette neo liberiste.
L’Europa, come il vertice di Lisbona ha dimostrato, non riesce a liberarsi della sindrome del saccheggio e della speculazione.
L’integrazione del continente all’economia internazionale ed il rispetto dei diritti umani, fungono da cavallo di Troia ma, è un cavallo nudo, a cui, qualcuno comincia ad intimare lo sfratto.
LUIGI FINOTTO
mercoledì 12 dicembre 2007
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