NON SIAMO E NON SIAMO MAI STATI BELLI E DOLCI COME LE NOSTRE NOSTALGIE (dedicato a MOTHONI)
Quando ripenso agli anni trascorsi in Eritrea mi assale un senso di frustrazione perché mi sento privato di un bene e di un vantaggio ai quali avevo diritto.O ai quali, almeno, credevo d’avere diritto.La privazione di questo diritto mi ha causato un forte senso di delusione che, talvolta, si trasforma in risentimento, in amarezza e in una sorta di prolungata tristezza e d’ingiustizia nei confronti della vita.Tutti questi sentimenti miscelati con l’amore profondo ed irrazionale che mi legava a te, cara Asmara, sono all’origine di quella strana malattia che va sotto il nome di Mal d’Africa.Ma il Mal d’Africa di coloro che hanno vissuto in Eritrea è qualcosa di diverso da quello di cui tanto si scrive e si parla. E’ una forma di dolce pazzia spiegabile, forse, con quell’irripetibile habitat, quelle condizioni di vita che, oggi, potrebbero essere definite "a misura d’uomo" con abusata espressione.L’Eritrea è stata per molti anni un esempio riuscito di società multirazziale: eritrei, italiani, indiani, yemeniti, greci, inglesi, americani…cattolici, copti, protestanti, musulmani, ebrei, buddisti, tutti insieme avevano raggiunto un buon livello di armonia, quasi un’alleanza nell’interesse comune.Il tutto ambientato in condizioni climatiche favorevoli e in diversità paesaggistiche affascinanti.
Però, secondo me, l’elemento fondamentale di tutta quest’amalgama era rappresentato dalla proprietà del proprio tempo, dalla certezza, cioè, di non dipendere quasi esclusivamente dagli altri. Cerco di spiegarmi meglio. Si aveva la certezza di poter programmare le proprie azioni quotidiane senza dover tenere presenti le variabili rappresentate da ingorghi nel traffico, file agli sportelli, mezzi pubblici, manifestazioni, elezioni nazionali, regionali e comunali.Allora era diverso: c’era tempo per perdere tempo, per fermarsi al bar a prendere il caffè con gli amici, per tornare a casa a pranzo, mentre qui in Italia ho imparato a mangiare in piedi come i cavalli e a prenotare pasti o partite di calcio con una settimana d’anticipo.Ripensando a tutto questo mi assale la frustrazione per essere stato privato del diritto di gestire il mio tempo. Poi, però, rifletto e cerco di esaminare le cose in modo obiettivo. Avevo realmente questo diritto? A quale titolo avrei potuto reclamarlo trovandomi in casa d’altri? Perché la verità è questa, noi eravamo ospiti in Eritrea, e in qualità di ospiti non avevamo diritti né momentanei ne perpetui.A questo punto mi rendo conto che frustrazione, amarezza, delusione non hanno ragione di essere; hanno diritto di esistenza soltanto la nostalgia e il rimpianto per un periodo di vita che abbiamo ed ho avuto la fortuna di vivere. Posso rimpiangere la mia fanciullezza di cui mi restano i ricordi mentre dell’Eritrea mi resta la "dolce pazzia". Oggi che l’eritrea è lontana da me, irrimediabilmente lontana, estranea alla mia quotidianità, posso finalmente, lentamente, recuperarla, accettando le sue dure regole. Oggi, essere eritreo per me, vuol dire combattere e sfidare quel senso di piacere e possesso che fu anche mio e, che si tramuta in nostalgia al sapor fascista. Giusto fu cacciarci e privarci di tutto, perché ladri e assassini fummo
LUIGI FINOTTO/GRANARA
lunedì 31 dicembre 2007
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1 commenti:
quello che stavo cercando, grazie
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