venerdì 14 settembre 2007

NOI,L' OPPIO E L'AFGHANISTAN

Il 90 per cento dell’oppio mondiale proviene dall’Afghanistan, quest’anno un kg d’oppio è venduto dagli agricoltori ai”trafficanti”per oltre cento dollari: l’eroina si prepara per via sintetica, trattando la morfina estratta dall’oppio, quindi, non ci vuole poi molto a trarre le logiche conseguenze.
Le logiche conseguenze sono che l’economia afgana, dalla fine dell’occupazione sovietica ad oggi, è, di fatto, sorretta dalla coltivazione e traffico dell’oppio, un’attività che da sola, produce più del 50 per cento del reddito nazionale, non necessita d’infrastrutture civili, d’investimenti tecnologici ma, semplicemente della millenaria cultura dei contadini afgani.
Estirpare le coltivazioni di papavero sarebbe quindi il viatico sicuro alla bancarotta nazionale e all’ulteriore immiserimento della popolazione. A queste condizioni appare scellerato ogni programma di sradicamento delle colture e poi, chi avrebbe la forza e l autorità per un simile atto? L’inesistente governo afgano o le truppe d’occupazione? La contiguità tra potere politico e potere criminale è non solo accertata ma, addirittura costituisce l’ossatura che tiene in piedi ciò che oggi è l’Afganistan. Questo è un narco stato feudale, controllato dai War lords amici dell’occidente e dai talebani, i quali hanno bisogno dell’assenza d’ogni forma d’istituzione credibile e di società civile, perché solo così, possono gestire, pressoche’indisturbati l’affare miliardario del traffico di droga.
Il legittimo bisogno di sopravvivenza dei contadini, le smanie d’arricchimento dei signori della guerra e delle mafie internazionali, il delirio folle e razzista degli integralisti talebani si miscelano orribilmente e danno vita all’infernale pantano afgano.
In quel pantano ci stiamo anche noi, con le nostre truppe e, oggettivamente, per il semplice fatto di esserci, abbiamo dato il nostro contributo a questa devastante situazione.
Andarcene via è giusto ma, risolverebbe solo un nostro problema.
La questione afgana, invece, è molto di più, è uno snodo fondamentale ed anche emblematico, di quasi tutte le criticita’e i disastri che il neoliberismo globalizzato, sotto le insegne degli USA, sta sviluppando ovunque.
Volete degli esempi? Eccoli!
La sovrapposizione tra economia legale e criminale, l’eliminazione scientifica dell’idea stessa di società, lo svuotamento di poteri di tutti gli organismi internazionali, l’esclusione di fatto della politica, sostituita dalla militarizzazione d’ogni tipo di rapporto sociale, l’unilateralismo nordamericano, il ricorso strumentale allo scontro di civiltà come potenziale detonatore d’ogni crisi desiderata e provocata, la volontà di ripristinare una sorta di feudalesimo (spartizione del territorio tra “signori”locali), come forma ottimale di gestione e controllo degli “stati canaglia” (Afghanistan, Somalia, iraq……)
Rimettere al centro la politica, coinvolgere la comunità internazionale: questa è la sfida.
Concepire percorsi realizzabili e condivisi, partendo dalle questioni reali e prospettando opzioni civili, non militari e socialmente rilevanti.
E’ un lavoro paziente, forse non spettacolare e neanche produttivo di consenso nell’immediato.
Queste considerazioni mi portano a guardare con favore la proposta avanzata da Rifondazione ed altri, nell’ambito della sinistra radicale e della Rosa nel Pugno, di acquistare il raccolto d’oppio dell’Afghanistan e di utilizzarlo per incrementare la produzione di morfina ad uso terapeutico.
Non è una follia ma, piuttosto, la più realistica ed efficace delle soluzioni possibili.
Sottrarrebbe i contadini al giogo dei criminali, dei signori della guerra e dei talebani stessi, rimetterebbe in discussione l’assetto socio economico che regge quel paese. Gli equilibri interni scaturiti dall’occupazione militare, sarebbero minati alla base.
La politica tornerebbe ad esercitare il suo ruolo.
Il problema sarebbe il costo di realizzazione e l’impegno del numero maggiore possibile di paesi occidentali nel finanziamento dell’impresa: finanziamento che sarebbe, di fatto, una scelta politica alternativa alla soluzione militare e potenzialmente foriera di altre e ulteriori opzioni civili.
Si stima che i contadini afgani guadagnino circa 700 milioni di dollari ogni anno dal commercio dell’oppio, la cifra, però, lievita se ci aggiungiamo i contrabbandieri, funzionari corrotti, insomma tutto l’indotto. Si tratterebbe, innanzi tutto di fissare un prezzo che non incoraggi i contadini a rivolgersi ai contrabbandieri e, nello stesso tempo, garantire loro l’acquisto del raccolto: ridistribuire il reddito prodotto tra la popolazione che, seppur, miseramente, ancora sopravvive con i benefici del commercio d’oppio. Altrimenti il rischio è quello di farsi risucchiare completamente dalla discussione bellica, di accettare l’agenda imposta dagli altri. Farsi schiacciare dal dilemma della Exit strategy, costituirebbe una deriva provinciale e minimalista che non sposterebbe di un millimetro in avanti, la soluzione del pantano afgano. Se i governi progressisti, i movimenti, gli organismi internazionali non avranno la capacità e l’intelligenza di proporre altre soluzioni praticabili, dovranno adeguarsi ancora a discutere delle decisioni gia prese dai soliti noti.

LUIGI FINOTTO "KAMO"

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