L’Eritrea e il problema della sussistenza alimentare
Stefano Pettini
Il primo dei problemi che l’Eritrea ha dovuto affrontare non appena raggiunta l’indipendenza è stato quello della alimentazione. La distruzione, il ristagno economico e l'arretratezza cronica provocati dalla lunga guerra di liberazione avevano infatti alterato le prospettive di realizzazione della sicurezza alimentare attraverso l’ammodernamento agricolo e lo sfruttamento accorto delle potenzialità di questa attività fondamentale per la sussistenza della popolazione, rendendo necessario un accurato piano di rilancio del settore. Oltre alla guerra anche le ricorrenti siccità alternate a periodi di grandi precipitazioni avevano esacerbato una situazione già grave per la arretratezza delle metodologie e per la povertà endemica causate dal colonialismo durante il quale le infrastrutture si erano ammalorate e nulla era stato fatto per prevenire l'erosione del suolo e il suo conseguente impoverimento.
Le risorse per la realizzazione di questo piano di rilancio derivavano sostanzialmente dalle rimesse economiche provenienti dagli eritrei residenti all’estero, espatriati durante il periodo del terrore esercitato dalla dittatura etiopica, e gli aiuti alimentari provenienti dai paesi donatori. Gli obiettivi erano quelli di convertire la agricoltura di impostazione coloniale che puntava all’esportazione, in un tipo di agricoltura che prediligesse le colture tradizionali più idonee al consumo interno. Il periodo di transizione sarebbe stato inevitabilmente lungo e il governo dell’Eritrea decise di affrontarlo offrendo alla popolazione una forma di assistenza diretta e gratuita come strumento transitorio fino a quando non si fosse ottenuta la sicurezza nazionale sull’alimentazione per mezzo di uno sviluppo agricolo di più alto rendimento. Il ricorso a questa opzione avvenne in un modo piuttosto spontaneo poiché quella era la pratica usuale o convenzionale usata nel sistema internazionale, in un periodo in cui l'esperienza acquisita non era stata sufficientemente lunga da evidenziare possibili conseguenze sociali negative.
Dopo alcuni anni il sistema della assistenza diretta mostrò infatti i suoi limiti e soprattutto i rischi di gravi possibili conseguenze per i beneficiari poiché questa era diventata gradualmente e virtualmente una abitudine che aveva coinvolto involontariamente intere comunità cominciando a promuovere una pericolosa cultura della dipendenza in cui molti avevano iniziato a vedere l'aiuto alimentare come fattore permanente nella loro vita e anche come "un giusto e naturale diritto" comportando una sorta di letargia consolidata verso il lavoro con una aspettativa di vita da condurre attraverso il supporto del sussidio sociale. Infatti dal momento che le esigenze alimentari venivano soddisfatte invariabilmente con la assistenza pubblica venivano a mancare i basilari incentivi al lavoro corrodendo gradualmente lo stimolo e l'etica del lavoro, e provocando debilitazione, inattività e disoccupazione.
Le autorità eritree quindi, dopo alcuni anni, maturarono il convincimento che era arrivato il momento di abbandonare la assistenza diretta e generalizzata a favore di uno schema denominato “cibo per lavoro” che fu introdotto come schema alternativo per indebolire la cultura della dipendenza e per rinforzare l’etica del lavoro e allo stesso tempo per dare contributi significativi ai rigorosi programmi di gestione delle acque ed agricoli che il paese stava affrontando per realizzare gli obiettivi di sicurezza dell'alimentazione. Tuttavia nonostante i vantaggi la strategia “cibo per lavoro” non si trasformò nel metodo predominante di erogazione dell'assistenza poiché fra l’altro questa forma di aiuto basata sulla distribuzione unicamente di cibo non consentiva alla gente di soddisfare le altre esigenze del vivere quotidiano e indirettamente contribuiva alla distorsione dei prezzi di mercato a causa del fatto che una certa quantità di aiuti alimentari venivano rivenduti sul mercato. Questo fenomeno associato alle speculazioni e alle logiche commerciali causò a sua volta aumenti di prezzo degli alimenti in modo incontrollabile, oltre che a favorire seppure su scala piuttosto ridotta il fenomeno della corruzione.
Per quanto perfettibile il nuovo sistema apportò comunque dei notevoli benefici sia alla popolazione, che attraverso il lavoro recuperava dignità e senso di appartenenza, sia alle finanze statali che non dovevano più affrontare le enormi uscite a fondo perduto, e nel contempo il governo recuperava la forza lavoro indispensabile per la ricostruzione delle infrastrutture necessarie allo sviluppo nazionale. A rivoluzionare tutti i programmi di emancipazione sociale ed economica dell’Eritrea però giunse una nuova aggressione da parte dell’Etiopia che sprofondò il Paese, inizialmente lanciato verso promettenti traguardi, in un nuovo stato di crisi e difficoltà. Tutti gli equilibri interni ne risultarono sconvolti fino a quando l’intervento delle Nazioni Unite ristabilì una condizione di relativa tranquillità che consentì una certa ripresa di tutte quelle attività finalizzate alla assicurazione del fabbisogno alimentare del paese, anche se con modalità diverse da quelle precedenti. Il nuovo pericolo rappresentato dalla irrisolta questioni dei confini con l’Etiopia aveva infatti costretto la amministrazione eritrea a impiegare i giovani in un servizio militare a tempo indeterminato per la difesa nazionale, con il conseguente assorbimento di parte delle risorse alimentari, e suggerito la applicazione alla restante popolazione, di un nuovo e concettualmente diverso metodo di assistenza denominato “contanti per lavoro”.
A livello politico la schema “contanti per lavoro” era gia stato ritenuto il più adatto, ma seppur preferito dal governo che lo aveva presentato fin dal 1996, purtroppo non aveva trovato applicazione pratica a causa di diverse difficoltà organizzative che avevano fatto prevalere, come detto, la adozione di uno schema temporaneo di assistenza più diretto e più convenzionale attraverso la distribuzione libera dei viveri. Questo nuovo metodo prevedeva la mobilitazione della popolazione per realizzare opere e infrastrutture destinate alla sicurezza alimentare e il pagamento del lavoro prestato non più direttamente con la distribuzione di cibo, ma con un compenso in denaro. Assicurare un approvvigionamento di generi alimentari sostenibile e sufficiente richiedeva una mobilitazione nazionale ben focalizzata e coordinata che coinvolgesse tutti i segmenti della società e il governo eritreo si regolò di conseguenza nella elaborazione di processi e di meccanismi adatti a mobilitare e utilizzare efficacemente tutte le risorse umane e finanziarie nazionali per produrre come risultato un rapido affrancamento dalla dipendenza da altri paesi con il raggiungimento della indipendenza alimentare.
Il sistema denominato “contanti per lavoro” costituiva un primo passo importante poiché debellava in maniera definitiva la piaga della dipendenza dalla assistenza pubblica e contribuiva al ristabilimento di quel meccanismo virtuoso che avrebbe rimesso in moto l’economia e assicurato non solo una distribuzione capillare della sussistenza alimentare, ma consentito anche alla gente di disporre di piccole somme di denaro per soddisfare esigenze di altro tipo, restituendo nel contempo la dignità derivante dall’aver potuto svolgere un proprio ruolo produttivo e non più passivo. Lo schema “contante per lavoro” ridusse anche le distorsioni del mercato poiché attraverso la remunerazione in denaro del lavoro si otteneva un processo più trasparente e diretto della distribuzione dei beni che di fatto eliminava la speculazione, la tesaurizzazione e i passaggi intermedi dei commercianti, derivanti dal traffico degli aiuti sotto forma di cibo.
Il nuovo metodo, pur apportando notevoli benefici e un nuovo equilibrio fra consumo ed accumulazione attraverso l’abbattimento dello spreco evitabile, che è diretta conseguenza della libera distribuzione di viveri, sollevò però immediate reazioni da parte dei paesi donatori che concepivano la assistenza alla popolazione solo come distribuzione gratuita degli aiuti alimentari e non approvavano che questi fossero immessi sul mercato e venduti seppur a prezzo calmierato. Il rafforzamento dell’etica del lavoro e il controllo della spesa dovuta per la assistenza nei conti nazionali dell’Eritrea non sono stati giudicati in ambito internazionale come prioritari, e nonostante il metodo “contanti per lavoro” abbia garantito una più efficiente distribuzione delle risorse attraverso il mercato e una più efficace utilizzazione come strumento per la stimolazione dello sviluppo economico nazionale, offrendo migliori prospettive per la contabilità finanziaria sia per il governo che per i partner internazionali, è ancora aspramente criticato.
Un esempio autorevole è venuto dall’ambasciatore Geert Heikens che ha recentemente dichiarato che la comunità europea starebbe valutando l’ipotesi di chiedere indietro all’Eritrea tre milioni di dollari come controvalore delle merci che invece di essere distribuite gratuitamente sono state vendute, provocando la reazione del governo eritreo che ha rivendicato il diritto di gestire il flusso delle donazioni umanitarie in maniera coerente con le esigenze del paese e nel rispetto della dignità della sua gente.
A questo problema etico di non facile soluzione si era nel frattempo aggiunto quello di un sempre più difficile rapporto con le Ong causato dal progressivo incallimento di un tipo di assistenza e aiuto che se nella sua fase iniziale molti anni fa era stato determinante per il riavvio delle attività del paese, ora si era stabilizzato in una struttura sempre più invasiva e lontana dai programmi di sviluppo elaborati dal governo che intendeva affrancarsi progressivamente da ogni tipo di dipendenza. In particolare la scarsa trasparenza nella gestione delle risorse economiche da parte di queste organizzazioni aveva cominciato ad alimentare un forte scambio di valuta pregiata al di fuori dei circuiti legali, con riflessi negativi sui prezzi che tendevano ad aumentare, oltre che a rendere difficile la valutazione degli impegni che potevano assumersi, a causa della loro eccessiva disinvoltura e indipendenza gestionale.
La soluzione adottata dal governo eritreo è stata quella eliminare la eccessiva frammentazione delle collaborazioni attraverso una selezione dei partner basata sulla disponibilità di questi a versare una somma in valuta pregiata nelle banche eritree, corrispondente all’impegno economico che intendevano assumersi, a garanzia della effettiva disponibilità delle risorse necessarie alla realizzazione di programmi di collaborazione concordati con il governo. Il nuovo regolamento imposto dal governo eritreo nel maggio del 2005, che portò la soglia minima necessaria per rinnovare la registrazione annuale a un milione di dollari (840.000 euro) per le organizzazioni nazionali e del doppio per quelle internazionali, provocò il mancato rinnovo delle registrazioni di Ong storiche, che lavoravano abitualmente con disponibilità finanziarie più basse del nuovo limite minimo stabilito, le quali furono costrette a lasciare il paese alimentando un nuovo coro di proteste e polemiche. In occasione di vari dibattiti i rappresentanti delle Ong escluse hanno accusato l’Eritrea di eccessivo protagonismo e scarsa rassegnazione rispetto al suo stato di bisogno che avrebbe dovuto consigliare il governo una più supina accettazione degli aiuti con la rinuncia a velleitarie pretese di gestione della generosità altrui.
Paradossalmente a giudicare dalle ripetute prese di posizione a sfavore dell’Eritrea la comunità internazionale sta dimostrando una netta preferenza per i paesi per così dire meno virtuosi che con la loro palese inerzia gratificano i donatori accettando ogni tipo di intervento, anche il più invasivo dal punto di vista sociale e culturale, con il risultato di ritrovarsi sempre più subordinati a quegli aiuti che anziché dimostrarsi risolutivi si sono trasformati in una dipendenza permanente che impedisce loro ogni possibile sviluppo autonomo e soffocano ogni speranza di autodeterminazione. Qualunque sia la tendenza generale comunque l’Eritrea ha sempre assunto un atteggiamento ben preciso nei confronti dei paesi donatori chiedendo loro non elemosina ma apprezzamento per gli sforzi condotti dal paese nella direzione della autosufficienza, e collaborazione nell’incremento delle conoscenze e delle metodologie in campo agricolo e tecnologico. Non bisogna infine dimenticare che l’Eritrea oltre a non avere mai contratto debito estero risulta creditrice morale nei confronti sia della comunità internazionale sia degli ex colonizzatori che sono corresponsabili dello stato di depressione economica in cui versa il paese.
Stefano Pettini
sabato 18 agosto 2007
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