Lo sapete che il 90 per cento delle persone che sbarcano sulle coste siciliane a bordo delle cosiddette carrette del mare, sono per lo più somali, eritrei, sudanesi?
Somalia, Eritrea, Etiopia(corno d’africa): non vi dicono nulla questi nomi? Dovrebbero, poiché sono state colonie italiane e sono tra i pochissimi posti al mondo dove troverete, ancora oggi, qualcuno che parla l’italiano in maniera accettabile.
Eppure, né l’afflusso massiccio d’uomini e donne da quelle terre e né l’esplosione di un conflitto armato in Somalia, con coinvolgimento degli Stati Uniti, è riuscito a convincere il mondo dei media, della politica istituzionale (con rare eccezioni) e dei cosiddetti “movimenti” ad occuparsi in maniera approfondita, con taglio storico e politico, di ciò che avviene nel Corno d’Africa e, per estensione, anche delle dinamiche che stanno attraversando un continente, come quello africano, tutt’altro che amorfo e passivo, davanti all’incalzare incessante dei modelli di vita e sviluppo (?) imposti, ora come allora, dai soliti noti.
Per molti, compresa buona parte dell’intellighenzia progressista, l’Africa continua ad essere, come lo fu per gli antichi romani: ”Hic sunt leones”. Un mondo ormai condannato, superfluo, che, potrebbe essere cancellato dalla carta geografica, tanto che, per il pianeta, l’equazione di potenza globale rimarrebbe pressoché immutata.
Al limite, un campo d’esercitazione per la (lucrosa) industria della compassione e beneficenza.
L’Africa coincide con i suoi mali (epidemie, AIDS, guerre civili, dittature…), di essa si occupa l’emergenza, la cronaca che, espone i fatti ma non la Storia la quale, invece avrebbe il compito di spiegarli ed inquadrarli: in questo c’e’ il vizio d’origine del colonialismo che, evidentemente non poteva giustificare la tratta degli schiavi e lo stupro di un territorio e delle sue ricchezze se non negando all’africano una civiltà preesistente al suo arrivo, se non negandogli la sua Storia.
I primi esploratori e viaggiatori che si erano inoltrati nella terra dei leoni già nel xvi secolo, senza propositi di sopraffazione, avevano descritto civiltà paragonabili alle loro, con atteggiamento di curiosità ma mai di disprezzo.
Il viaggiatore diverrà colonialista quando, avrà accanto a se, l’antropologo, il religioso ed il capitale: ciò che prima era curiosità, interesse si trasformerà in disprezzo e distruzione.
Il male ed il dolore che s’infliggevano e s’infliggono al continente sono catartici, lo liberano dalle tenebre e dalla brutalità per inserirlo nel consorzio civile, quindi sono mali necessari, utili e, soprattutto, mai abbastanza sufficienti
L’idea che la storia dell’Africa sia la storia degli europei in Africa è un postulato culturale piantato bene nel cervello degli occidentali e, va al di là, delle collocazioni politiche o delle formazioni ideologiche.La sinistra francese, ad esempio ha avuto non poche difficoltà, ad eccezione forse di Sartre, a considerare l’Algeria e l’Africa francofona come territori africani e non estensioni francesi in un altro continente; per loro, si trattava solo di riconoscere i diritti degli africani ed equipararli a quelli dei francesi. I regni precoloniali, l’arte, le sculture rinvenute nell’Africa occidentale e centrale che, tanto hanno ispirato il cubismo di Picasso e l‘arte di Modigliani, sono considerati, in fin dei conti, com’espressioni del “primitivo”, dell’africanita’ e non, invece come il punto d’arrivo di un’evoluzione storica autoctona e coerente, brutalmente interrotta. Questa impostazione e imposizione culturale ha prodotto anche la principale o,almeno più nota corrente culturale africana post coloniale:la Negritude (negritudine), un filone artistico e letterario,oggettivamente reazionario,in quanto statico e africanista:l’africano non è un uomo,materia che produce storia ma bensi’, una categoria dello spirito. I poeti alla Senghor(massimo esponente della negritudine nonché per anni presidente del Senegal) sarebbero stati etichettati da Malcom x come,”negri da cortile” .
L’idea di un continente “oggetto”, nell’attesa del deus ex macchina, è l’architrave su cui si regge ogni approccio dell’occidente alla questione africana.
L’Africa anzi le Afriche stanno omai andando ben oltre il nostro pigro provincialismo culturale e non facciamoci ingannare dal fatto che secondo gli schemi classici della globalizzazione economica,l’Africa controllando appena il due o tre per cento del commercio mondiale, è di fatto un”corpo estraneo” al mondo della globalizzazione liberista.
In Africa,invece,più che in ogni altro continente, si giocano,veramente,le grandi partite del futuro immediato e non del globo: l’Africa sta per diventare lo snodo delle grandi questioni internazionali .
Alcuni esempi? Ne forniamo diversi,strettamente correlati: la questione energetica (l’approvvigionamento di petrolio e gas); l’affermazione dell’islam,un islam particolare come quello africano, che convive con forme d’animismo che lo rendono impermeabile all’integralismo e permeabile al recupero virtuoso delle proprie tradizioni;la questione ambientale e agraria che, dopo anni, ripropone all’attenzione dell’agenda internazionale il fattore alimentare , com’elemento di civiltà e sovranità e non motore di commercio; qui si gioca anche la partita più importante dello scontro globale tra Cina e Stati Uniti. I cinesi non utilizzano nelle loro relazioni,né il grimaldello dei diritti umani ne, tantomeno,le condizioni politiche ed economiche che gli USA impongono, tramite le agenzie internazionali(Banca mondiale e WTO). Ciò rende la loro penetrazione in Africa, estremamente efficace e,per certi versi, assimilabile ad un rapporto tra paesi del Terzo Mondo che integrano le loro economie. I cinesi, a parole sembrano recuperare lo spirito di Bandung,dei non allineati d’antica memoria. Le cose sono certamente più complesse ,sicuramente da approfondire ma non da relegare come semplice sostituzione degli occidentali da parte dei cinesi, come vorrebbe invece una banale vulgata terzomondista .
Il punto centrale è che, su ciascuna di queste questioni e su altre ancora, si sta agitando una nuova vita civile africana,fatta di partiti,movimenti e media coraggiosi.
Dagli anni 90 in poi c’e’ un cambio di fase evidente in questo continente o in parti di esso, non interpretabile secondo vecchi schemi. Ai piani d’aggiustamento strutturale imposti dal Fondo monetario molti africani provano ad opporsi coi “piani d’aggiustamento culturale”,cercando nelle proprie ricchezze,non solo materiali ma,soprattutto, culturali e ancestrali ,le basi e l’ispirazione su cui ricostruire la propria rinascita.
Diversi gli esempi:la vitalità di paesi (islamici eterodossi) come il Mali e la Mauritania, il protagonismo femminile come in Burkina Faso ed Eritrea ,una rinnovata vitalità del mondo rurale nell’Africa occidentale, il ripudio,ovunque sia possibile d’ogni forma d’autocrazia locale e invadenza occidental/liberista.
Donne e contadini interpretano il riscatto, quello che taluni chiamano l’afro ottimismo
Questo articolo è solo un abbozzo, un vago cenno d’Africa. La materia merita ben altri approfondimenti che,il Vassor si impegna ad affrontare.
Avremo modo di parlare e scrivere sulla crisi somala, sulla questione del delta del Niger, sulla nascente potenza petrolifera del Sudan,di cui il Darfur è solo un capitolo.
Capiremo che queste cose non sono,come gran parte dei media italiani vorrebbero farci credere,lampi irrazionali di buio che squarciano il cielo azzurro e chiaro che sovrasta la nostra civiltà, fatta di logica ,progresso e sviluppo.
Luigi Finotto"kamo"
venerdì 17 agosto 2007
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