venerdì 24 agosto 2007

AFRICA:SOCIETA' VENACOLARE ED ECONOMIA INFORMALE

Questi stralci qui riportati sono estratti da scritti di Serge Latouche che ho raccolto, spero con criterio coerente e logico.
Latouche ha il merito di essere stato uno dei primi e, ahimè, ancora oggi, tra i pochissimi intellettuali occidentali ad aver tentato di “leggere”l Africa non secondo le categorie economiche e sociali dell’occidente, al di la dei soliti luoghi comuni.
Cercando invece gli aspetti endogeni e creativi dell’evoluzione ed emancipazione africana.
Evitiamo come la peste il termine: sviluppo.
Latouche parla, a proposito d’Africa, di concetti come Economia Informale o Società venacolare
Ma per questo vi lascio al seguito
LUIGI FINOTTO “KAMO”

“Se si ha una visione centrata sullo sviluppo, una visione economicistica, cioè se si pensa che lo sviluppo sia universalizzabile e che non ci sia salvezza al di fuori di una crescita economica vigorosa, allora si può avere, sull'economia informale africana, solo un punto di vista negativo, nel migliore dei casi condiscendente. Di fronte all'evidenza dei successi di certi "imprenditori dai piedi scalzi", si potrà riconoscere con simpatia il successo del bricolage. Tuttavia, si vedrà sempre nell'informale una economia di espedienti in mancanza di meglio. Valutando l'informale con il metro dell'economia dominante occidentale, e nell'orizzonte dello sviluppo, e riducendo la socialità a un aspetto pittoresco, complementare o ausiliare della sola cosa importante, l'economia, si sarà tentati di vedere questa realtà atipica come una sorta di succedaneo dello sviluppo. Ridicolo o rispettabile, ma sempre in mancanza di meglio, cioè nell'attesa di approdare alla terra promessa della modernità. Insomma, si vedrà nell'informale solo una figura della transizione, non come un laboratorio del doposviluppo.Vedere l'altra Africa come laboratorio del doposviluppo significa invece vedere l'informale in positivo, vederlo di per se stesso per quanto possibile, cioè in funzione delle sue proprie norme, e non commisurato al paradigma dello sviluppo.”

“Nell'informale che c’interessa non si è in una economia, sia pure altra, si è in un'altra società. L'economico non vi è autonomizzato in quanto tale; esso è dissolto, incorporato (embedded, secondo la terminologia di Karl Polanyi) nel sociale, in particolare nelle reti complesse che strutturano le città popolari dell'Africa. Per questo la definizione di "società venacolare" è più appropriata, per parlare di questa realtà, che non quello di "economia informale".
La società vernacolare
“Prima di tutto, si tratta dei modi con cui i naufraghi dello sviluppo producono e riproducono la loro vita, al di fuori del campo ufficiale, mediante strategie relazionali. Queste strategie incorporano ogni sorta di attività economiche, ma tali attività non sono (o sono poco) professionalizzate. Gli espedienti, il bricolage, la capacità di arrangiarsi di ciascuno si iscrivono in reti. I "collegati" formano dei "grappoli". In fondo, queste strategie fondate su un gioco sottile di "cassetti" sociali ed economici sono paragonabili alle strategie familiari, che sono nella maggior parte dei casi le strategie delle massaie, ma trasposte in una società in cui i membri della famiglia allargata si contano a centinaia. I "collegati" sono spesso molto diversi per religione, etnia, statuto sociale, e molto numerosi. Possono essere più o meno incorporati nella famiglia allargata. Le reti si strutturano, in effetti, sul modello della famiglia secondo la logica del clan, con madri sociali e fratelli maggiori”

“la società vernacolare (o l'oikonomia neo-clanica, come la definisco in un mio libro) è a prima vista soprattutto femminile, fondata sulla pluriattività, sul non professionalismo e sulle strategie relazionali. Gli artigiani dell'economia popolare sono forse meno professionali di quanto non pensino o non diano a vedere. Sono spesso anch'essi pluriattivi e nolto dipendenti dalla loro rete sociale. Sono tutti nel doposviluppo.Perciò, dobbiamo analizzare l'incorporazione di questa economia nel sociale, per vedere come la società del doposviluppo ritrova la logica del dono.
Gli esclusi della grande società realizzano il miracolo della loro sopravvivenza reinventando il legame sociale e facendolo funzionare. Esclusi dalle forme canoniche della modernità, dalla cittadinanza dello Stato-nazione e dalla partecipazione al mercato nazionale, essi vivono, in effetti, grazie alle reti di solidarietà neoclaniche. Ma, per spiegare come vivono e sopravvivono le popolazioni dell'altra Africa, bisogna cominciare con il denunciare l'illusione economica e sviluppista, poi analizzare la complessità degli espedienti che assicurano la sopravvivenza dei naufraghi e le logiche che ne permettono la riproduzione.Lo schema di lettura economica e sviluppista porta a molte distorsioni e a controsensi.”

“Prendiamo il denaro. Esso è onnipresente di fatto e nell'immaginario, ma non ha lo stesso significato né lo stesso uso, sul pianeta degli economisti e su quello dei naufraghi. Gli stessi interessati parlano di denaro caldo e di denaro freddo. Il denaro che circola nelle reti si oppone alla moneta del bianco, esterna e astratta. Il primo, in generale monetine e biglietti di piccolo taglio unti e bisunti, è annodato nell'angolo di un perizoma e nascosto sotto i vestiti, viene tirato fuori con precauzione e reticenza, contato e ricontato nella speranza di uno sconto. Il secondo è quello delle Ong, dell'assistenza tecnica. Si conta in milioni e si dissipa nell'astrazione. In ogni modo, che venga consumato in modo ostentato o che serva alla sopravvivenza collettiva, il denaro non è un fine in sé.
Per quel che riguarda il prezzo, questo è piuttosto il risultato di una contrattazione, che non di un mercato. Nonostante la penetrazione dei rapporti mercantili e della monetarizzazione degli scambi, gli attori si sforzano di conservare il primato dei rapporti interpersonali sul gioco anonimo della domanda e dell'offerta. Bisogna rispettare gli statuti, tener conto del contesto nel suo complesso, saper perdere un po' per vincere su altri piani. Così, la moneta e i rapporti mercantili farebbero funzionare una società non mercantile. Chiariamo: si intende con ciò una società che, pur praticando scambi numerosi e conoscendo una circolazione monetaria intensa, non obbedisce massicciamente alla logica mercantile”

“Decretando che i paesi non occidentali erano sottosviluppati, gli economisti hanno deciso che erano miserabili. Si sa che nelle principali lingue dell'Africa non c'è una parola che designi il povero nel senso economico del termine. Le parole che si usano per tradurre "povero" significano in realtà "orfano". E' degno di nota che, in tutte le circostanze della vita corrente, i riferimenti alla miseria non rinviano immediatamente alla mancanza di denaro, ma all'assenza di sostegno sociale. La povertà è legata a una concezione individualistica della società.”
”Questa resistenza di norme che incorporano la solidarietà in un valore metaeconomico (più sociale che economico, cioè), permette questo capovolgimento del senso e degli statuti, condizioni per l'emergere di una postmodernità autentica. In altri termini, quel che in questo modo si rende possibile è il rifiuto della svalutazione di sé decretata dall'Occidente, e in parte accettata, e la riappropriazione di una identità.”

.” La povertà presuppone sempre il confronto dell'individuo isolato con la sua impotenza. Nella società dove regnano al tempo stesso la solidarietà e la gerarchia, ciò non è pertinente”
“La razionalità africana che si crede di scoprire a partire dai successi dell'informale, e dalla quale alcuni pensano di ricavare manuali di gestione specifici a uso dei candidati imprenditori locali o degli investitori stranieri, è anch'essa un'illusione. In questa volontà di attribuire ogni successo alla razionalità, c'è il segno di una certa arroganza e di una grande inconscienza etnocentrica. Con il pretesto che le imprese informali funzionano, si conclude che essere possono essere solo razionali, dunque obbedire al grande mito occidentale della razionalità”

“L'economia moderna e occidentale è caratterizzata dalla razionalità. In teoria c'è un solo modo di essere razionali, mentre ce ne sono molti di essere ragionevoli, ragion per cui la società vernacolare è il luogo della pluriattività. Nella letteratura sull'informale, il termine "pluriattività" designa il più delle volte il fenomeno abbastanza diffuso della doppia attività. Questa doppia attività si riferisce alla situazione del salariato del settore ufficiale (funzionario o impiegato) che esercito al di fuori della sua professione una seconda attività. Nelle reti neoclaniche, dove le attività ufficiali sono piuttosto rare, la pluriattività richiama soprattutto la molteplicità degli espedienti e dei lavori messi in opera per cavarsela. Si ha a che fare con un'assenza di professionalizzazione, il che non vuol dire assenza di competenza.”

”. Hanno inventato la flessibilità ante litteram… All'altro estremo, i non professionisti moltiplicano gli espedienti da cui traggono le loro risorse. A Douala, nelle inchieste sull'occupazione, molti giovani non salariati dichiarano come mestiere: débrouillard (scaltro, che sa come cavarsela…)”

“Al di là della pluriattività e della non professionalizzazione, quel che colpisce l'osservatore attento ai "grappoli" di "collegati" della società vernacolare è l'importanza del tempo, dell'energia e delle risorse destinate ai rapporti sociali. Anche se vi si dispiega una attività intensa, sarebbe abusivo, nella maggior parte dei casi, parlare di vero lavoro. Gli incontri, le visite, i ricevimenti, le discussioni prendono molto tempo. Dare e prendere in prestito, donare, ricevere, aiutarsi reciprocamente, fare una ordinazione, consegnare, informarsi occupano gran parte della giornata, senza parlare del tempo dedicato alla festa, alla danza, al sogno e al gioco…”
.
” Sono laboratori del futuro, laboratori del doposviluppo. Gli economisti che giudicano questa forma di scambio volontario, senza ufficialità e ai margini della legge, più liberista del mercato ufficiale, da noi si impantanano come gli economisti alla Hernando de Soto o Guy Sorman, che vedono nell'informale del terzo mondo un capitalismo popolare e un terreno di coltura di imprenditori straccioni.”
.
“Permette di rivitalizzare la società locale senza apporto di capitali esterni. Aiuta a prendere coscienza dei problemi locali, a cercare soluzioni pratiche, concrete e realistiche. Riduce le importazioni, gli sprechi e l'inquinamento conseguente ai trasporti. Senza chiasso e senza dichiarazioni, gli "informali" dell'altra Africa non fanno nulla di diverso.C'è una lezione dell'esperienza africana della società vernacolare che può servire anche a tutti coloro che sono impegnati in imprese alternative. La gestione alternativa ha bisogno di appoggiarsi alla "nicchia", piuttosto che di giocare di mercato, che è un concetto della strategia militare, un concetto di conquista e di aggressione. E' legato al razionale e non al ragionevole.”

“La "nicchia" è un concetto ecologico, molto più vicino all'antica prudenza (la phronèsis di Aristotele). L'impresa alternativa vive o sopravvive in un ambiente che è, o deve essere, differente dall''ambiente del mercato. E' quest'ambiente che bisogna definire, proteggere, mantenere, rafforzare e sviluppare. Piuttosto che battersi disperatamente per conservare il proprio settore di mercato, bisogna militare per allargare e approfondire la "nicchia".

0 commenti: